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In Brasile continuano i provvedimenti giudiziari sulla corruzione che ha investito la politica del paese. Nell’ambito dell’inchiesta “Lava Jato” sui fondi neri Petrobras il Procuratore Generale, Rodrigo Janot, ha presentato denuncia alla Corte suprema per gli ex Presidenti della Repubblica, Luiz Inacio Lula da Silva e Dilma Rousseff, accusati ora di associazione a delinquere, insieme ad altri sei esponenti di rilievo del Partito dei Lavoratori. Lula è già stato condannato in primo grado per corruzione e riciclaggio di denaro a nove anni e sei mesi di reclusione.

Ma la crisi istituzionale e politica che imperversa in Brasile, dalla presidenza Roussef, è generale. Infatti lo scorso 3 agosto solo la mancanza di una maggioranza qualificata alla Camera dei deputati brasiliana ha permesso di respingere le accuse di corruzione della Procura generale e quindi l’avvio di un impeachment contro il presidente Michel Temer.
Un presidente ostaggio delle parti politiche, non avendo una maggioranza, e che per mantenersi a galla rischia di svendere il Brasile e accentua la sua politica liberista.
Per evitare guai seri il 3 agosto «ha fatto concessioni economiche alle regioni, facendo così aumentare la spesa pubblica e obbligando il governo ad abbassare l’obbiettivo del deficit per quest’anno. Il programma di privatizzazioni punta ad ottenere fondi per alleggerire il debito pubblico […]» [1]. Il piano di privatizzazione coinvolge quasi tutto, esclusi solo la Petrobas e le banche pubbliche. Si tratta di vendita o gestione di aeroporti, servizi pubblici, la zecca di stato.

Un sistema politico che continuerà a produrre corruzione e cattiva gestione della cosa pubblica perché  come scrive Geraldina Colotti, il sistema politico brasiliano, nato con la costituzione del 1988 consente alle grandi imprese di finanziare le campagne elettorali e quindi di scegliere i candidati e condizionarli. Quasi l’80% dei deputati è finanziato dalle grandi imprese, in modo legale o illegale. Con il governo Lula si è data una maggior possibilità di indagine alla magistratura e alla fine si è aperto il vaso di Pandora che ha anche evidenziato il fallimento del processo di concertazione su cui si è retto “il lulismo”: se i meno favoriti hanno migliorato le loro condizioni di vita, anche banchieri, affaristi e industriali hanno guadagnato moltissimo. Ma di fronte alla crisi il patto è saltato: i poteri forti hanno messo in sella Temer per riprendersi tutta la torta» [2].
Poteri forti e aziende che vedono di buongrado la riforma del lavoro approvata dalle due Camere. Come va accadendo in tutto il mondo a farne le spese saranno i lavoratori. La riforma « introduce, tra gli altri punti, il lavoro intermittente e il lavoro da casa, concede agli accordi collettivi la possibilità di prevalere sulla legge, annulla l’obbligatorietà del contributo sindacale e permette che una serie di capitoli – salari, premi, incarichi – possa essere rimessa alle trattative tra le parti» [3]. La riforma delle pensioni che dovrà votarsi oltre ad un innalzamento dell’età pensionabile vedrà anche una diminuzione degli emolumenti.

L’economia brasiliana è in crisi dalla fine del 2014. L’andamento del Pil è stato negativo del 3,8% nel 2015 e del 3,6% nel 2016 e quest’anno non è detto che riesca a schiodarsi dallo zero visto che il FMI ha fatto una previsione di un misero +0,3%, il dato peggiore dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa)e con un’economia globale che crescerà del 3,5%. Un segno positivo arriverebbe dalla disoccupazione che secondo una ricerca dell’Istituto Nazionale di Geografia e Statistica (IBGE),nel periodo aprile-giugno 2017, scenderebbe al 13,0%, era dal dicembre 2014 che non accadeva. Ma anche qui il lavoro non regolare fa i maggiori passi in avanti [4].

La risposta alla crisi economica passa anche attraverso un attacco senza precedenti all’ambiente perché il presidente brasiliano Michel Temer il 23 agosto ha abolito con decreto la National reserve of Copper and associates (Renca) per consentire lo sfruttamento di una zona di oltre 46.000 chilometri quadrati che abbonda di minerali e metalli preziosi. L’Amazzonia è sempre stata preda di uno sfruttamento insensato da parte delle compagnie estrattive, nazionali e internazionali, politiche di espulsioni violente dei nativi.
La crisi ha anche aggravato la situazione dei contadini che subiscono violenze più che nel recente passato. In Brasile l’1% della popolazione controlla il 60% delle terre.
«L’ultimo rapporto della Commissione Pastorale per la Terra mostra anzi che la violenza nelle campagne del Brasile ha raggiunto il suo punto più elevato proprio nel 2016, con 1079 casi, un aumento del 40% rispetto al 2015, quando se ne erano registrati 771. Il rapporto evidenzia anche che nel 2016 si sono verificati 61 omicidi, con una crescita del 22% rispetto all’anno precedente che si era chiuso con un risultato di 50 morti» [5].
Pasquale Esposito

[1] Heloísa Mendoça, “Temer privatizza l’economia brasiliana”, Internazionale, 1 settembre 2017, pag. 28. Traduzione da El País.
[2] Geraldina Colotti, “Brasile, Lula condannato in primo grado”, https://ilmanifesto.it/brasile-passa-in-senato-la-riforma-del-lavoro/, 13 luglio 2017
[3] Agenzia Nova, “Brasile, dopo il black-out via libera alla riforma del lavoro”, 12 luglio 2017
[4] “Economia Brasile: Disoccupazione scende al 13% nel trimestre”, http://investireinbrasile.org/2017/07/31/economia-brasile-disoccupazione-scende/, 31 luglio 2017
[5] Rafael Marcoccia, “Il Brasile delle lotte per la terra”, http://www.lastampa.it/2017/06/19/vaticaninsider/ita/nel-mondo/il-brasile-delle-lotte-per-la-terra-Ea6nhSQSzNTU3Z29o6n9FI/pagina.html, 19 giugno 2017

 

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