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Mi sono iscritto a Ingegneria civile nello splendore di Napoli. Ho studiato con grande impegno, anche se ho sempre avuto nel cuore l’Architettura e l’Urbanistica. Ma quando si è trattato di dover fare la grande scelta (1960), mio Padre ingegnere, desideroso di avere un figlio ingegnere, ha insistito convincendomi che le presenze degli Architetti erano allora sparute (e aveva ragione), perché facevano tutto gli Ingegneri, diceva – “Se vuoi ampliare i tuoi interessi nessuno te lo impedirà mai“. Ed invece è stato difficile fare il ballerino tra la tecnica matematica e l’aura immensa dell’Arte in pietra. Mi sono reso conto così di essere cresciuto culturalmente sbilenco, arrabattandomi tra i numeri e la mia grande passione per il bello, qualunque sia.
Mi ha molto aiutato il Liceo classico, con una formazione aperta e grande capacità critica a giro, particolarmente dotata nell’individuare le parti più sensibili di ogni questione, operandone sintesi.

Durante i miei studi napoletani ho avuto la fortuna di conoscere un ragazzo di Capri, di intelligenza veloce, del mio stesso corso. Abbiamo iniziato a studiare insieme con grande profitto per entrambi. Avevamo la stessa sintesi di apprendimento, per cui riuscivamo a studiare in minor tempo rispetto ad altri ragazzi, che finivano di stare sul libri alle ore piccole.
Un merito speciale, che devo al mio amico Antonio, molto rigido sulla continuità di studio. Iniziavamo il pomeriggio alle 15.00 e finivamo con precisione millimetrica alla 20,30. Senza ascoltare radio, senza fumare, senza pausa caffè. Nulla.
Inoltre, era convinto che fosse sufficiente studiare esclusivamente sui libri di testo e sugli eventuali appunti e dispense a nostra disposizione. Non mi consentiva di consultare altri testi, per eventuale approfondimento. Mi diceva – “Abbiamo capito ed assimilato quello che abbiamo letto? Bene. Perché girarci attorno, magari creando la confusione che ora non abbiamo?“.
Ho accettato il suo sistema e devo dire che aveva ragione. I nostri risultati arrivavano puntuali e con ottimi voti. I nostri amici più lungagnoni ci dicevano – “Vedrete che studiare veloci come voi non vi porterà lontano!“. Poi quando vedevano i risultati si mordevano le mani di nascosto.
Spesso mi dicevo – “Antonio deve avere qualche parente tedesco, con una testa quadra, che non si sposta di un’inezia!“. Invece era proprio caprese di lunga generazione.

Ho iniziato a pensare che forse è per l’appunto una caratteristica degli isolani quella di esprimersi con una volontà speciale, che forse è una rivalsa. Una reazione rispetto a condizioni strette.
Le loro difficoltà relazionali, spesso limitate nello spazio e nel tempo, si esprimono con chiacchiere spendibili all’interno di limitate cerchie. Credo che per Antonio io ero entrato nel suo giro, forse perché anch’io non ero molto espansivo, e anch’io con buona forza di volontà. Ho pensato che gli isolani introiettano dentro i sentimenti più forti, che proiettano, poi, fuori solo nei momenti opportuni. Quasi per espandere in altro modo il loro mondo circoscritto dal mare. Quando serve estraniandosi da un mondo eccessivamente grande, dal rumore, da tutto ciò che si estende senza controllo, traducendo il silenzio e il riverbero dei loro pensieri in un più piccolo dominio.
Antonio mi sorprendeva spesso per la sua capacità di riduzione di ragionamento a poche cose essenziali (nero e bianco senza mazzette di grigi), e che spesso bruciavano la mia voglia di alternative. Non era solo razionalità estrema, ma capacità di restare dentro la propria sfera magica.
Giusto per dire. Dopo la laurea Antonio ha deciso di rimanere a Capri, nonostante le sue ottime capacità professionali, che potevano esprimersi in una dimensione senza limiti.

Sono andato varie volte a trovarlo a Capri. Appena arrivato in Paese (la funivia!), entravo subito nella più bella Piazzetta del mondo. Un giro di sguardo verso i tavolini dei Bar. Ed eccolo là, tranquillo, seduto a leggere il suo giornale, davanti ad un buon caffè napoletano, anzi caprese.
Ciao Antonio, come stai? Non mi dire che dall’ultima volta che ti ho trovato qui, davanti al tuo giornale ed al tuo caffè, non ti sei assolutamente mosso, rimanendo ad aspettarmi per questo nuovo incontro!“. Lui un risolino particolare, non per accompagnare la mia battuta, ma quasi per confermare un concetto che poteva addirittura essere ovvio, per Lui e per il Paradiso in cui viveva.
Dopo aver spostato una sedia per farmi sedere, mi rispondeva in un modo che avevo già sentito – “Ma ti sei visto attorno? Che cosa potrei volere di più? Ho tutto. Posso costruire qui salvaguardando, anche in piccolo, qualcosa di questo mio Paradiso“. Era vero. Quello che sognavamo era fare qualcosa di importante, ma restando nell’anima dell’Architettura. Soprattutto quando è propria. E poi continuava – “Non ricordi il significato della nostra Tesi di laurea?“.
E si che lo ricordo! Era stato Lui a propormi di fare la Nostra Tesi (in due) sulla sua amata Isola di Capri. La motivazione era interessante e nuova, vista l’importanza del luogo. Tra l’altro, per essere sincero, avevo l’opportunità di vivere un’esperienza unica nel posto più bello al mondo.

Antonio, come me, aveva un nascosto amore per l’Architettura, che per Lui si traduceva, però, in un interesse più speciale per il Paesaggio della sua piccola/grande isola, e per me in generale.
Volevamo esaminare le problematiche urbanistiche di un territorio che ha un confine finito, che non può rimandare altrove le sue tendenze espansive. Senza collegamenti fisici con territori continui. Salvo il mare considerato un territorio astratto.
Non era nemmeno il banale calcolo di trend demografici interni di Capri e di Anacapri, ma di valutare l’entità di un fenomeno di riproduzione interna di tante qualità eccezionali e limitati al tempo stesso.
I flussi di interesse turistico, e, quindi le loro strutture di supporto travalicavano le necessità dei residenti. Tutto era governato da un processo incessante di turismo complesso, il cui equilibrio era la scommessa essenziale della sopravvivenza della intera isola di Capri.
Turismo di élite (i famosi Vip a Capri), ovvero turismo di massa (allora questione nascente ovunque in Italia). Ancora peggio il turismo del mordi e fuggi (quello giornaliero).
I flussi dei traghetti si moltiplicavano, creando ingorghi ed inquinamento all’imbocco del porticciolo della Marina grande. Nella opposta Marina piccola (Ulisse e le sirene) il flusso degli yacht e panfili era per fortuna di solo transito. Rimaneva il luogo più riparato dell’isola, dove il miracolo del bagno in mare tutto l’anno non è una magia è una realtà.
Il limitato transito dei mezzi di trasporto pubblico (micro-veicoli) nell’intero territorio di Capri, e in particolare impedito del tutto nel caso di Capri e del territorio interno verso i faraglioni, creava una magica eco di silenzio ovattato, che con gli effetti delle ombre-luce, concorreva ad una più eterea e speciale definizione di Paesaggio caprese.
E poi le località archeologiche, storiche, architettoniche diffuse. Un’Architettura essenziale che sembrava nascere alla pari di una vegetazione artificiale. Appena abbozzata, inserita negli anfratti delle rocce e dei loro chiaroscuri di vegetazione autoctona. Elementi architettonici come fatti grossolanamente a mano o come scherzo della stessa natura-Paesaggio caprese. Nella Certosa di San Giacomo, per esempio, tutti gli elementi architettonici sono appena imbastiti, la guglia del campanile come un fiore appoggiato, le volte (tecnica caprese) appena accarezzate. Tutto come un misto di uomo nel Paesaggio. Un’Architettura semplice, primitiva, ma armonizzata all’intorno. Tutto all’impronta di una continuità naturale.

Non erano allora i tempi e i temi emblematici della sostenibilità come conosciamo oggi. Però già allora ci siamo posti il problema di un equilibrio similare, allungato in logiche lunghe, tentando di guardare al futuro, non generazionale, ma naturale. Non globale come oggi si dice, ma di conservazione e valorizzazione di un bene che stava oltre noi.
I limiti li abbiamo visti non come quelli di una estensione territoriale fisica (qui i problemi di espansione non avevano senso), quanto in termini di inserimento, sostituzione, relazione/integrazione, tutela/valorizzazione, fissando in tale caso nostro inediti parametri. Non rigidi come quelli che conosciamo nei vecchi Regolamenti edilizi astratti, ma utilizzando il progetto a qualsiasi scala. Anche schizzato semplicemente, fotografato e ricomposto. Tutti gli strumenti urbanistici che avevamo imparato qui si trasformavano magicamente in altro di nuovo e di astratto.
Avevamo iniziato con il proposito di fare un Piano Regolatore isolare, sia pure con concetti nuovi, ed invece tutto ci sfuggiva di mano. Abbiamo iniziato a osservare i vari componenti dell’isola nelle loro peculiarità così evidenti, da dover essere trattate ciascuna come un insieme organico inscindibile. Il parametro Paesaggio nel caso di Capri diventava la misura assoluta, il contenitore quantitativo/qualitativo che ricomponeva tutto, dalla micro alla marco dimensione (dalla città al cucchiaio, come si diceva una volta per altro verso). Flora, Fauna, biodiversità. Storia, Architettura primordiale e quant’altro. Addirittura rientravano nello stesso ambito altri elementi inaspettati, che altrove non sono considerati scientificamente. Si pensa alle Leggende di Capri, che qui conquistano un significato assolutamente non solo rappresentativo, ma progettuale, delineando un senso ancora più misterioso del Paesaggio caprese.
L’imperatore Tiberio (prima di Lui Augusto) ha soggiornato a Capri e da qui governato Roma per dieci anni (dal 27 al 37 d.C.), comunicando attraverso alcune torri-faro, Capri, Capo Miseno, Punta Campanella. (Una perfetta triangolazione). Con dodici Ville, ciascuna per ogni mese dell’anno, perché Capri si adattava alle variabili climatiche, offrendo per ciascun mese condizioni particolari.
La Villa più in vista era Villa Iovis, sua dimora principale sull’altura più vertiginosa. Il cosiddetto salto di Tiberio, dal quale faceva precipitare i condannati, con torture indicibili (Svetonio).
La leggenda di Tiberio e le sue ville (solo tre riconoscibili) aggiungono magia, così, al Paesaggio caprese. Come il profumo di Capri, proveniente da qualcosa che è molto più dei fiori. Magia. Sarà anche questo il motivo per cui a Capri esistono piccole Aziende che produco profumi particolari (è come vendere l’aria di Capri in bottigliette, questa volta aria/profumo).
E così le leggende dello Scoglio delle sirene, degli Spettri della Grotta azzurra, la Campanella di San Michele, la Leggenda dei Faraglioni. Il fantasma di Tiberio e la ballerina. E così via.
Alle Leggende capresi si aggiungono le Leggende/storie umane di tanti personaggi famosi che hanno lasciato segni ordinatori. Il magnate Krupp e la sua favolosa strada che dal Quisisana porta a Marina piccola, la Casa scoglio di Curzio Malaparte, Axel Munthe e la Villa San Michele ad Anacapri, Norman Douglas e le lucertole azzurre dei Faraglioni, insieme a tante altre.

Tutte queste storie, vere e non vere, costruiscono maglie invisibili, che si sovrappongono alle tessiture reali del Paesaggio caprese. Sono questi reticoli che Antonio ed io abbiamo seguito, sovrapponendoli ai sistemi di un’Urbanistica tradizionale, che ci avevano insegnato. Abbiamo imparato che l’Urbanistica per superare se stessa, deve essere magica, misteriosa, favolata, profumata, illuminata e ombreggiata. Tutto quello che la fantasia sovrappone alla realtà.
Capri mon amour.
Eustacchio Franco Antonucci

La foto di copertina è di Francesco Liguori

Bibliografia navigante
Giuseppe Manzella, Il carattere dell’Isola, ponzaracconta.it
Maura Cetti Serbelloni, Cinquant’anni di turismo a Capri – La sacralità dell’immagine e la profanazione del territorio, Centro universitario europeo per i Beni culturali
Capri. Mura e volte. Il valore corale degli ambienti urbani nella riflessione di Roberto Pane
Le ville di Tiberio (12 – ciascuna per ogni mese dell’anno), capri.net
Capri. Amedeo Maiuri, il fantasma di Tiberio e la ballerina, – ecampania.it
Miti e leggende di Capri: una storia da scoprire, capriwatch.it
Capri – lacasadelmelograno.com

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