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Le serie Tv, la loro evoluzione nel linguaggio, nelle tecniche e nei modelli produttivi, ma anche cosa sia oggi la televisione sono state gli argomenti di un’intervista con Gianluigi Rossini, dottore di ricerca in Generi letterari all’Università dell’Aquila, dove si è occupato principalmente di serialità televisiva.Oltre a molti saggi Rossini è autore del brillante libro Le serie TV (collana “Universale Paperbacks”, pp. 224, Il Mulino 2016) sul mondo della serialità televisiva fin dalla sua nascita.

Pensa che la televisione di oggi, in Italia e nel resto del mondo, possa riuscire a tornare al ruolo di “educatrice” che aveva un tempo, in considerazione dell’attuale società che sembra essersi liquefatta in favore di una individualità autoreferenziale? Riuscirebbe a riprendersi la sua funzione aggregante e ricostruire comunità di individui più coese?  
La domanda tocca una questione centrale, e io credo che la risposta sia un categorico no. La funzione pedagogica e aggregante della TV era legata alla particolare configurazione da essa assunta nella prima fase della sua storia: il broadcasting caratterizzato da centralizzazione, scarsità, domesticità e gratuità. Due o tre canali a disposizione, strettamente controllati da organizzazioni verticistiche, nessuna barriera all’ingresso se non l’acquisto dell’apparecchio. Il broadcasting ha creato la vita privata della nazione, come ha detto John Ellis, fornendo argomenti di discussione comprensibili a tutti. La cosa era ancora più vera nei paesi europei, dove la presenza del servizio pubblico rendeva ancora più forte il legame tra TV e nazione. Tutto questo, semplicemente, non esiste più: non solo la TV non è più così centrale nel sistema dei media, ma la moltiplicazione dei canali ha frammentato i pubblici in maniera irreversibile; il servizio pubblico è sotto costante attacco, il digitale e il web hanno creato un’infinità di modi di fruire dei contenuti su altri schermi. Il ruolo della TV nella nostra società è completamente cambiato, anzi la stessa definizione di cosa sia TV è diventata incerta. Netflix e Raiplay sono televisione? E YouTube? E le serie trasmesse su Playstation Network? Io cerco sempre di combattere la memoria selettiva e la nostalgia cieca: la TV del broadcasting, fatte salve le molte eccezioni, era rigidamente verticistica, nemica dell’originalità, ostile alle sperimentazioni: non credo abbia senso rimpiangerla. Il vero problema con cui stiamo facendo i conti è che non esiste più un medium in grado di raccogliere tutti, e dunque siamo divisi in mille gruppi che vivono realtà completamente diverse. I social network sono l’epitome di questa nuova configurazione.

David Tennant e Olivia Colman nella serie Broadchurch
David Tennant e Olivia Colman nella serie Broadchurch

Nel suo saggio scrive che “una delle strategie narrative più efficaci della serie serializzata è la combinazione dei due piaceri seriali per eccellenza: la suspense generata dal cliffhanger tipico del “serial” e il “ritorno del già noto” tipico della serie”. Potrebbe presentarci qualche recente e ben riuscito esempio di questi due “piaceri”? 
La combinazione dei due piaceri seriali è una tecnica portata al successo dalla serie serializzata tra gli anni ’80 e i ’90. Al tempo era qualcosa di innovativo, ormai si tratta della norma: sono poche le serie che non usano una qualche forma di serializzazione. La mia idea è che la serie serializzata si è trovata ad essere, per un determinato periodo di tempo, una forma allo stesso tempo molto potente a livello narrativo e perfettamente in sintonia con le dinamiche produttive del proprio medium. Negli ultimi anni mi pare che le cose stiano cambiando: la forma della serie serializzata viene usata più spesso nei prodotti per ragazzi o di consumo, mentre le produzioni di prestigio e più ambiziose scelgono la via della serializzazione forte e breve. Un caso che ho trovato interessante è Broadchurch, poliziesco trasmesso da ITV. Nella prima stagione la serie segue il caso dell’assassinio di un ragazzino in una piccola città costiera inglese, nella seconda il processo al colpevole, che la fa franca. Nella terza avviene qualcosa di diverso: i due detective protagonisti affrontano un caso di stupro, completamente nuovo e scollegato dal precedente. Da un lato quindi c’è la tensione del nuovo e dell’imprevisto (l’indagine sullo stupro); dall’altro c’è il ritorno del già noto (i due protagonisti, i personaggi che abbiamo già conosciuto e il micromondo di Broadchurch con le sue scogliere). Mi sembra interessante che in questa terza stagione si sia cercato di mettere insieme la compattezza della miniserie, un singolo caso forte da risolvere entro la fine della stagione, con la familiarità creata della serie serializzata. Io trovo l’esperimento riuscito, ma con un grosso problema: estremamente difficile replicarlo per un’altra stagione ancora.

Parlando di adattamenti televisivi italiani di serial americani, ad esempio “Tutto può succedere” da Parenthood, quali sono secondo lei le motivazioni che spingono una produzione, italiana in questo caso, ad acquisire i diritti di un serial straniero che comunque impone un adattamento alla società e al pubblico cui si indirizza? Si tratta solo di una mancanza di idee e di sceneggiatori/sceneggiature, oppure è una strategia di mercato? E quale?
Mi pare sia un antico vizio della TV generalista nostrana, che molto spesso si è tirata indietro dalla creazione di contenuti originali. Gli sceneggiati RAI erano nella stragrande maggioranza adattamenti letterari, dove invece in altri paesi si preferivano le sceneggiature originali per la TV. Uno dei testi centrali nella rinascita della produzione seriale RAI,  Un Medico in famiglia, era anch’esso un format straniero, così come I Cesaroni o il recente Braccialetti rossi. In molti di questi casi, onestamente, non ho capito la necessità di rivolgersi all’estero per comprare un format, invece di svilupparne uno locale e venderlo. Tutto può succedere, è, in realtà, anche un prodotto ben fatto per gli standard nostrani, ed è normale che si comprino prodotti dall’estero. Tuttavia, a me sembra che RAI e Mediaset abbiano peccato troppo spesso di mancanza di coraggio, in questo senso.

Nel suo libro scrive che “Twin Peaks” ha portato una serie di innovazioni, riprese poi da altre Serie TV, tra cui “la struttura a puzzle, l’attorcigliarsi e l’espandersi della narrazione a partire da un mistero principale…e la libertà creativa …qualcosa di semplicemente mai visto sulla televisione USA”; cosa pensa della terza serie che a 25 anni di distanza sembra riportare sugli schermi solo dei personaggi invecchiati e soprattutto una lentezza e una simbologia e una metafora tutta Lynchiana”? Pensa che avrà lo stesso impatto della 1a serie, sul pubblico e nell’ambito della serialità televisiva?
In quel punto dico anche, però, che a livello formale Twin Peaks è un caso particolare e isolato nello sviluppo delle serie TV. Io ritengo che siano altre (Hill Street Blues e The Sopranos su tutte) le serie che davvero hanno tracciato le strada per i prodotti successivi. Non va dimenticato che al tempo Twin Peaks fu un fallimento per la ABC, cancellata ancora prima della fine della seconda stagione. Per un giudizio sull’attuale prosecuzione aspetterò settembre, in ogni caso mi sembra che l’impatto avuto sia molto forte, già è pieno di commentatori che sostengono che Lynch abbia nuovamente rivoluzionato la TV. Per quanto ami la serie, io sospetto che ci sia una notevole sopravvalutazione della sua importanza dovuta all’aura autoriale di Lynch.

Spacey Wright e Kelly in House of Cards stagione 1
Kevin Spacey, Robin Wright e Michael Kelly nella prima stagione di House of Cards

Attualmente il mercato televisivo sembra indirizzato ad una tipologia di serialità in cui il racconto viene semplicemente frammentato in più episodi per poi prendere ulteriori spunti in successive stagioni: penso a Bloodline ma anche a The Son o a Big Little Lies, che invece si ispirano ad un romanzo; si tratta in questi casi di, una serialità che impone al pubblico un appuntamento regolare per non perdere l’andamento degli eventi. Secondo lei dipende da una necessità economica di fidelizzare il pubblico ad una serie e quindi alla TV stessa, oppure si tratta di un processo naturale di trasformazione, una nuova necessità di raccontare e sviluppare di più, che il cinema non è in grado di fare?
Mi sembra innegabile, come accennavo anche prima, che negli ultimi anni ci sia un movimento che sposta a livello della stagione quello che prima avveniva a livello di episodio. Una narrazione più compatta tra episodio ed episodio, con una serializzazione sempre molto forte. Le ragioni di questo cambiamento sono ovviamente molteplici: innanzitutto c’è un effetto Netflix, che ha un ovvio interesse verso questo tipo di struttura narrativa. Nella prima stagione di House of Cards c’erano episodi che, in maniera del tutto esibita, proseguivano l’ultima scena del precedente senza soluzione di continuità. In secondo luogo, le serie più ambiziose e costose preferiscono sempre più ridurre il numero degli episodi in modo da aumentare il budget destinato a ciascuno, il che comporta una certa compressione del racconto e una minore possibilità di divagare su trame episodiche. Ancora, c’è l’accresciuta competenza del pubblico, ormai in grado di tenere le fila di un’esplosione narrativa che prima avrebbe terrorizzato qualsiasi produttore. Infine io credo che siamo arrivati a uno stadio molto avanzato del lungo processo di convergenza tra cinema e TV: le serie TV diventano un megafilm, e ne assorbono da un lato il potere mitopoietico e dall’altro la necessità di raccontare una storia autoconclusiva. In questo senso, mi dispiace un po’ vedere una sorta di addomesticamento della serie serializzata: dai Sopranos a Mad Men, questa forma è in grado di costruire mondi potenzialmente infiniti, in cui i personaggi entrano ed escono, eventi altamente drammatici a volte non portano a nulla, ci si abitua a vivere degli ambienti e poi ci si ritrova da tutt’altra parte. È una narrazione che funziona per accumulo, in cui passato e un presente non sono sempre connessi da chiare leggi di causa-effetto. Così tutto è sempre sottoposto alla minaccia centrifuga del caos, dell’incoerenza. Utilizzata bene, a mio parere questa forma è un nuovo e interessante modo del realismo. La forte serializzazione e la tendenza alla limitazione che adesso sembra vada per la maggiore, quindi, sono anche un riportare la serialità sotto la rigida sorveglianza delle leggi causali di una trama forte e compatta.
V.Ch.

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