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Esistono luoghi, spazi, angoli e pareti di mondo destinati a entrare nell’immaginario collettivo come simboli di una città, una nazione, un popolo. Esempi di un passato glorioso, esemplari unici di un’arte che tutti riconoscono come irripetibile, testimonianze di una ferita magari non rimarginata, in qualche caso, persino lamiere o macerie: tutto, purché odori di una sua intima essenza, introvabile altrove. Ci sono monumenti, edifici, strade, che si identificano totalmente con una città, come tasselli compatibili solo in uno stesso, colorato puzzle. Ciò che per Parigi è la Tour Eiffel, per Roma il Colosseo, per New York la Statua della Libertà, e così via, in un elenco ricco di scorci da cartolina, per Terni, città storicamente operaia, è l’Acciaieria.

Eugenio Raspi
Eugenio Raspi

No, non è un paragone azzardato e improprio. Chi è nato a Terni – soprattutto nei decenni indietro – e ancora ci vive lo sa bene. Gli orari, gli spostamenti, i ritmi della città erano scanditi dalla sirena della fabbrica e dai turni degli operai. Praticamente tutti, in famiglia, avevano qualcuno che lavorava nell’Acciaieria. Poi, nel tempo, si sono alternati tentativi di vendita, veri o presunti, cambi di proprietà, ridimensionamenti e la crisi degli ultimi anni, che hanno scalfito certezze e posti di lavoro, ridimensionando, ma non eliminando, l’importanza della fabbrica per la vita della città. Eppure, nonostante questo, Terni resta “la città delle tre A: Amore, Acqua, la terza non serve ripeterla, la conosce tutta la città, la provincia e perfino la regione. Pane e acciaio è il pasto giornaliero che sfama buona parte del territorio”.
Così Eugenio Raspi definisce Terni all’interno di “Inox”, suo esordio letterario, arrivato finalista al Premio Calvino.

Un libro nato e pensato all’interno della fabbrica, dentro quegli stabilimenti in cui lo stesso autore ha lavorato per circa vent’anni, finché l’ennesimo ridimensionamento non ha spazzato via anche lui, vittima di un licenziamento riconosciuto illegittimo, culminato però in un compenso economico e non nell’agognato reintegro. Leggi, conti economici, scelte aziendali che non tengono conto del fatto che dietro le macchine vi sono persone, non numeri da trasformare in profitti. La scrittura, a quel punto, è stata un approdo inevitabile per l’autore: una passione coltivata fin da ragazzo e diventata lo strumento per dare sfogo alle proprie emozioni.

Di tutto questo si è servito l’autore per scrivere Inox: della sua esperienza, dei suoi ricordi turbolenti, dei sentimenti che agitano ogni lavoratore, specie in tempi di crisi e di incertezze. La storia e i personaggi sono inventati, ma non possono che avere forti legami con le vicende che da anni scuotono il territorio ternano. La trama principale ruota intorno a una coppia di fratelli, gli Asciutti, espressione di tutte le contraddizioni che animano la fabbrica.
Da un lato Claudio, l’amministratore delegato dell’azienda, quello che ha in mano le sorti di ogni dipendente, colui che in famiglia ricopre le vesti dell’eroe, l’uomo di successo a cui tutto è dovuto. Dall’altro Sergio, un “semplice” caposquadra, poco più di un normale operaio insomma, eppure lavoratore serio e onesto: su di lui, pesa l’ombra di una parentela scomoda, di cui farebbe benissimo a meno. Tra i due, vi è una continua competizione, non soltanto sul lavoro: ognuno, a suo modo, è invidioso dell’altro. Per Claudio, la felicità della famiglia di Sergio è un traguardo ambito ma irraggiungibile, visto che con la moglie non riescono ad avere figli. Sergio, invece, più che dei soldi e del ruolo ricoperto, è invidioso delle attenzioni (e concessioni) che ovunque vengono fatte al fratello Claudio, troppo impegnato persino per assistere il padre malato.
L’ingegnere Asciutti è solo il vertice di una piramide che strada facendo perde la sua solidità. La crisi economica, il calo della produzione, il cambio di proprietà accelerano un processo già in corso, dove le paure umane si scontrano con le leggi di un mercato globale che è impossibile dominare. Tutto questo, l’autore ce lo mostra attraverso gli atteggiamenti, le prospettive, le scelte dei due fratelli, con Claudio preoccupato a salvare il futuro dell’azienda, e Sergio impegnato a salvare quello suo e della sua famiglia.
Sfogliando le pagine, ci si ritrova in mezzo agli operai che scioperano per mantenere non solo il posto di lavoro, ma innanzitutto la dignità; leggendo le avventure di Sergio, Raimondi, Temperoni e di tutto il resto della squadra C si viene catapultati in mezzo alle proteste, i cortei, le grida di chi non sa bene cosa dire e chi attaccare, ma ha comunque capito come gira il mondo. Tutta la città si schiera con l’Acciaieria, due realtà inscindibili, due facce della stessa medaglia. Sarebbe come immaginare Torino senza la Fiat, o Maranello senza la Ferrari: impossibile. L’Acciaieria è lì da secoli e lì, nonostante tutto, deve rimanere.
È lei la vera protagonista del libro, lo sfondo dentro cui si muovono i personaggi, la cornice che abbraccia ovunque le loro vicende. È l’Acciaieria, ma potrebbe essere qualsiasi altra realtà industriale italiana. Del resto, nella società contemporanea, le preoccupazioni che minano la serenità dei personaggi del romanzo sono un amaro dato di fatto, al momento insuperabile, condiviso da molti altri lavoratori sparsi per il Paese. Paure di chi sa che un banale calcolo numerico potrebbe sbatterlo fuori da quella fabbrica che aveva invece visto come madre adottiva. Speranze di chi non cede di fronte alla prepotenza del più forte, il padrone di turno arrivato a dettare legge, ma con coraggio tiene vivi forza e orgoglio, nonostante la realtà lo spingerebbe a mollare.
La prospettiva di passarci altri venticinque anni in fabbrica, se non addirittura trenta, arrivando alla soglia dei settant’anni per andare in pensione, rende complicata la compattezza dei dipendenti dell’Acciai Speciali. Lottare si può, lottare si deve. Ma veramente si deve? Chi cazzo ce lo fa fare?”, si domanda l’autore. Ed è una domanda legittima, quando il vero problema è capire se le incertezze maggiori si hanno dentro la fabbrica o fuori di lì.
La fabbrica, alla fine, è un universo con cui anche il lettore inizia ad avere familiarità, grazie anche a una voce narrante interna al racconto, seppur indecifrabile, che si svela più direttamente solo nel finale. Sembra di sentirlo il calore emanato dal forno mentre il metallo fonde a temperature insostenibili; sembra di percepirli i rumori delle macchine in azione, così come le voci che si rincorrono nei corridoi e negli spogliatoi, con toni e spiriti diversi a seconda dell’orario e della stanchezza accumulata. Pensieri, discorsi, confessioni di chi dentro la fabbrica, tra siviere, lamiere e carroponti, non solo ci lavora, ma ci ha imparato a vivere.
L’autore delinea benissimo tutto ciò, presentando la fabbrica come una sorta di microcosmo, governato dalle sue regole e dominato, come è normale che sia, da rancori, malintesi, gesti d’amicizia e solidarietà reciproca, persino intrighi amorosi degni della migliore soap televisiva. Un libro intenso, che non si perde in sterili descrizioni ma affronta senza timori un tema così complesso come quello del lavoro. Un libro che finisce per far sentire il lettore disorientato, vittima di quel senso di frustrazione e impotenza e, allo stesso tempo, desideroso di riscatto, che è la condizione ordinaria con cui molti, ormai, sono costretti a convivere.
Lorenzo Di Anselmo

Eugenio Raspi
Inox
Baldini e Castoldi – 2017
pagg. 256
€ 16

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