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Che il neo Presidente degli Stati Uniti fosse un personaggio perlomeno “estroso”, lo si era abbondantemente capito prima che venisse eletto, in verità molto meno inaspettatamente di quanto potesse sembrare, lo scorso autunno. Più di un osservatore, tra gli esperti di politica internazionale, dubitava invece di una eventuale capacità immediata di “esposizione” extraterritoriale durante il periodo dei suoi quattro (auspicati) anni di mandato. Due erano gli argomenti principali a supporto di questa idea.

Innanzitutto quella sorta di annunciato isolazionismo economico e non-interventista, quella che sembrava una rinuncia unilaterale agli impegni internazionali, indicata dallo stesso Trump come “svolta epocale” della nuova politica degli Stati Uniti. L’irresistibile, ma “doveroso” desiderio di occuparsi, a partire dall’ora x, solo dei fatti propri, dei tanti problemi dei connazionali chiusi entro i confini, e di affrancarsi finalmente dalla dannata-e-dannosa convinzione, in realtà ancora ben salda e presente nella coscienza di molti americani, di essere es-portatori di quella “indispensabilità” alla causa e alle sorti dei popoli altrui. Interventi peraltro storicamente non sempre richiesti e spesso, anzi, rispediti al mittente con gli interessi. Del resto lo slogan, il motto post-elettorale “America First!”, aveva portato tutti gli indicatori in quella stessa direzione; faceva pensare cioè proprio a una impegnativa concentrazione di forze da dispiegarsi esclusivamente all’interno del largo, e sempre più murato perimetro della Federazione. Dall’altra parte della “fortezza” per contro dovevano restare distanti tutti quei mali che così negativamente avevano trascinato e lasciato affondare la Nazione dentro le sabbie mobili della crisi globale. A cominciare ovviamente dagli immigrati, dai musulmani (con il cosiddetto “muslim ban”), dai cittadini di non graditi di “alcuni” Paesi invisi all’Amministrazione.
Il secondo argomento addotto è la vicinanza “privata” del Presidente ad alcuni leader mondiali, per così dire “scomodi”, a cominciare da Vladimir Putin. Di riflesso era quindi argomentata e denunciata la tendenza tutta “trumpiana” a non preoccuparsi troppo delle sorti del proprio Paese, anteponendo alla sicurezza e alla floridezza dello Stato gli interessi personali e finanziari derivanti proprio da tali inopportuni rapporti. Tutto questo con la conseguenza tangibile di aggiungere, alla già molto lunga lista dei nemici in patria, rintracciabili inizialmente soprattutto tra le élite intellettuali, ora anche gli amministratori delegati praticamente di tutte le principali corporations del Paese.

La realtà di questi giorni ci sta mostrando però un aspetto, per così dire, “nuovamente vecchio” nella politica americana, che resta cioè esattamente nella medesima posizione lasciata da Obama. La differenza col passato caso mai sta nel fatto che in pochi avevano previsto l’irruzione così veemente di un irrinunciabile desiderio di propaganda interna, alimentato dalla consueta, ma rinnovata, macchina di “distrazione di massa”. Nuovi depistaggi mediatici, ma anche sociali, che appartengono al repertorio comportamentale tipico di tutti quei “sovrani” che hanno qualcosa da nascondere in patria. Ci si stupisce, tuttalpiù, di quanto tale atteggiamento si sia presentato così presto rispetto ai tempi e alle parole invece piuttosto recenti della presa della Casa Bianca. Il soffiare sul fuoco delle tante crisi sparse sulle delicatissime trame dello scacchiere mondiale, a cominciare da Siria e Corea del Nord, appare oggi dunque funzionale anche all’entourage repubblicano e oltranzista. Ovvero l’idea di essere impegnati soprattutto nel far digerire, sia ai delegati politici, sia al proprio elettorato, certi imbarazzanti e recenti “passaggi a vuoto” della nuova amministrazione: a cominciare proprio dalla bocciatura dei provvedimenti sull’immigrazione da parte dei giudici.
Ecco dunque il ritorno a quell’esigenza vitale che è caratteristica essenziale del vetero-imperialismo e che trova terreno fertile tra le debolezze egoistiche e belliciste anche degli eredi del Ku Klux Klan: indossare ancora una volta il vestito rispolverato da sceriffo del Mondo. In questi panni usati, e forse un po’ consunti, si può dare libero sfogo a tutto il repertorio classico del proselitismo americano. Si torna dunque alla teoria dell’esposizione “social” e artificiale del “pretesto”, dell’alibi per l’intervento. Il giustificazionismo in “provetta”, stavolta contro la Siria, il cui Presidente Assad assume la morfologia di un “animale” da braccare, sostenuto dal “diavolo”, e a questo punto ex amico, Putin. La Corea del Nord invece, nell’immaginario del “re dei casinò”, magari è un nuovo Vietnam. Per il momento solo da impaurire ma, nel caso, da stanare fin dentro la boscaglia, attraverso l’intervento di una nuova invincibile “armada”, così come lo stesso Trump ha definito la flotta comandata della portaerei nucleare Carl Vinson spedita in queste ore proprio verso la penisola di Corea.
La legge della guerra appare quindi ancora una volta come risolutiva di tutti i problemi della comunità, e interviene puntuale ad elevare gli interessi del governo più “forte” sopra ogni cosa, sopra ogni vita umana. A scapito di tutte le dignità.
Cristiano Roccheggiani

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