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L’ISTAT ha pubblicato le stime preliminari per il Pil italiano presentando un +0,4% rispetto al trimestre precedente e se dovesse tenere questo passo il 2017 registrerebbe una crescita dell’1’5%, una stima ben superiore di quella prevista lo scorso anno quando il Pil era dato in aumento dell’1%. Ed è anche la stima più alta negli ultimi sei anni.
È possibile che buona parte sia imputabile al mini boom del mercato dell’auto che ha segnato a giugno un +12,9% rispetto all’anno precedente. Non è un bel parlare visto che siamo un Paese con una concentrazione mostruosamente e non più sopportabile di auto sul territorio che poi spinge sempre a consumare terreni per altre strade, corsie, valichi e tunnel. Il comparto dei servizi mantiene un saldo positivo, al contrario di quello agricolo.
Qualcuno sostiene che sono gli incentivi del Piano industria 4.0 a produrre risultati, ma troppe volte abbiamo visto quanto la predatoria politica aziendale non abbia che solo approfittato.
Il Pil resta ancora un 6% al di sotto di quello registrato prima della crisi che in Italia partiva nel 2008.

Era ovvio che Governo attuale ed esponenti del precedente, con Matteo Renzi in testa, hanno iniziato la liturgia degli inni. Anche il presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia che in un’intervista al Tg3 ha sostenuto che «siamo a una inversione che comincia a diventare strutturale». La liturgia ha visto anche le solite litanie sul lavoro ed in particolare dei giovani, delle generazioni future. Ma di idee che pongano seriamente il lavoro in primo piano non se ne vedono.
Ma primo di parlare di lavoro vale la pena ricordare che la crescita del Pil vede sempre l’Italia tra gli ultimi: nel secondo semestre Portogallo (+0,2) e Gran Bretagna (+0,3) hanno fatto peggio che però su base annua registrano rispettivamente un + 1,7% e +2,8%. Senza guardare ai paesi dell’Est la Germania registra un +2,1%, la Spagna un +3,1% e la Francia un +1,8%.

Anche rispetto agli altri paesi siamo soprattutto indietro nella crescita del lavoro, ben due punti percentuali sotto la media dell’Eurozona: 11,1% versus 9,1%. E entrando nei dettagli sappiamo bene che il lavoro diventa sempre più precario, con redditi sempre più bassi, tutele e diritti dei lavoratori in via di cancellazione e con oltre il 35% dei giovani che non ne hanno nemmeno uno. Tra il 2014 e il 2017 si registrano un milione circa di lavoratori in più tra gli over 50, mentre tra i 35 e 49 anni si contano ancora 373 mila lavoratori in meno e soltanto un aumento di 60 mila unità per gli under 35. E la quota di occupati rispetto al 2008 resta più bassa ancora di centinaia di migliaia di unità, nonostante Jobs act, incentivi e manovre varie.
Nel frattempo la Banca d’Italia registra un altro dato negativo rappresentato dal nuovo record del debito pubblico italiano che a giugno raggiungeva i 2.281,4 miliardi con una crescita di 2,2 miliardi rispetto al mese precedente. È il fabbisogno delle Amministrazioni centrali ad essere aumentato di 4 miliardi, mentre quello delle Amministrazioni locali è sceso di 1,9 miliardi (quello dei servizi ai cittadini?). Contemporaneamente scendono le entrate tributarie nel primo semestre, anche se questo è dovuto, come ha spiegato Bankitalia, allo slittamento delle scadenze per il versamento di alcune imposte.
Cosa c’è da esultare?
Pasquale Esposito

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