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E oggi, 17 maggio 2017, siamo arrivati alla tappa numero 11. O meglio 11/11 a favore di corridori non Italiani. Ovvero, ancora, più precisamente a metà Giro del Centenario ceduto agli altri. Qualcuno direbbe siamo alla pari, uno a uno e palla al centro.
Ma noi non abbiamo fatto nessun gol. Siamo a secco. Quindi l’uno a uno è inappropriato.
Anche nella tappa odierna, arrivata a Bagno di Romagna e vinta dallo spagnolo Omar Fraile, non ci è sembrato che si sia stata una particolare celebrazione dei territori che si attraversavano. Forse anche perché il paesaggio incontrato, non era puntualizzato da particolari luoghi di eccezione. Anche se la Toscana è una regione bellissima nel suo complesso. Soprattutto è la patria di uno dei più grandi ciclisti del passato, Gino Bartali, che merita una particolare celebrazione, in quanto anche uomo giusto tra i giusti.

Abbiamo assistito ancora una volta ad una tattica di difesa da parte del gruppo dei corridori di classifica, Che si sono controllati a vicenda. L’uno a fianco dell’altro, l’uno dietro l’altro. Era difficile immaginare che qualcuno potesse prendere l’iniziativa. Perché nessuno vuole scoprirsi.
D’altra parte ci stiamo abituando sempre più al fatto che la maggior parte dei grandi Giri si vincono gli ultimi giorni, quelli più duri. Lo sport moderno è sempre più calcolatore, compreso il ciclismo.
In questo modo sembra che i grandi Giri delle tre settimane, si avvicinano sempre più alle condizioni finali delle corse di un giorno. Dove tutto si rimanda allo spasimo finale.
D’altra parte ci siamo anche abituati ad uno sport moderno, generalmente inteso, impostato sull’essenza del controllo. Difesa strenua e attacco arzigogolato. Controllo ad oltranza.

La stessa cosa che succede nel calcio, quando la squadra che attacca, nel timore di un riuscire a fare l’affondo giusto, ritorna improvvisamente con il pallone all’indietro e se lo ripassa a destra e a sinistra, fino alla noia. Come se dovesse fare un gioco di attesa eterna, ovvero un palleggio assolutamente inutile. Contando solo sul verticalismo a sorpresa. Fasi di gioco assolutamente noiose, se non odiose.
È la modernità del gioco troppo studiato, che non vuole perdere. E che non da più l’anima. Il solo scopo è quello di poter avanzare nella classifica con strategie attente, troppo attente ed attendiste.
È la riprova che il Dio denaro comanda su tutto. Più si vince più si guadagna.
Lo sport di un tempo non molto lontano era allo stato passionale, puro, viscerale. Lo sport vero, quello fatto di entusiasmo, viene fuori solo nei momenti eccezionali. Che addirittura sembrano casuali.
Ho vissuto i tempi del Foggia calcio di Zeman (Zemanlandia), e mi ricordo che si giocava con una velocità notevole, con giovani senza paura e senza pregiudizi di successo scontato, con il solo gusto dello spettacolo. Tutti andavano via dallo stadio al limite dell’entusiasmo. Ora sembra che tutti si debbano accontentare dei risultati striminziti, giusto per la logica dell’esserci e di proseguire nel paradiso del grande Circo mediatico ed economico-finanziario.
Anche per questo si giustifica il fatto che il calcio italiano si basa ormai su una presenza fin troppo esagerata di calciatori provenienti dall’estero. Che spesso sono grandi campioni, ma che altrettanto più spesso sono paragonabili al livello dei nostri giocatori italiani, i quali, a loro volta, vedono sempre più stringersi gli spazi per potersi inserire nelle squadre più importanti. Con grave danno della Nazionale italiana, che da tempo latita.
Sembra che questo accada anche nel ciclismo, quando assistiamo a certi cinismi esagerati dei controlli incrociati, che mortificano lo spettacolo. Si può obiettare che nel ciclismo la partecipazione degli atleti è individuale, per cui i giochi di squadra sembrano meno importanti, ma non inesistenti. Anche se alcuni sostengono che il ciclismo moderno si avvia sempre di più, anch’esso, verso il gioco di squadra.
Eustacchio Franco Antonucci

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