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I commenti che si sentono ovunque sul Tour de France 2017 appena concluso, sono il bilico tra una insoddisfacente spettacolarità, e il convenevole, quasi dovuto, applauso per un ulteriore evento di grande portata storica sportiva. E di marketing omnia-generale della nazione, del ciclismo, degli sponsor e altro.
Il Tour de France si è guadagnato comunque, in modo ancora una volta sacrale, il podio mondiale della più grande manifestazione ciclistica mondiale.

È inutile, al proposito, che il Giro d’Italia si sforzi di mettere in mostra i più spettacolari paesaggi, per tappe immemorabili. L’Etna, il Vesuvio, la Sicilia, la Sardegna, Alberobello, il Gargano, la Maiella e l’Abruzzo, fino allo scenario delle Alpi, che però, è il versante analogo del finale francese. Non basta. C’e qualcosa di superiore che sfugge.
Nel Giro d’Italia non partecipa il fior fiore dei ciclisti mondiali, perché tutti i migliori aspettano la vetrina massima, che è quella, appunto, del Tour de France. E così abbiamo in Italia una partecipazione da ritenere mediamente qualitativa. Anche attraversando i più bei paesaggi del mondo.
Con la partecipazione massiccia dei nostri beniamini atleti italiani, che sperano di aggiungere comunque un successo al loro background ciclistico. Si spera che vi sia anche ed ancora l’orgoglio di un italiano che vinca una gara italiana.
Nonostante tutto i risultati del Giro Centenario hanno registrato una sola vittoria italiana di tappa e la bravura di Tom Dumoulin.

La classifica finale del Tour 2017

Che preferisco, soprattutto per grazia del gesto atletico, a Christopher “Chris” Froome, brutto da vedere. Il Tour de France 2017 è stato deludente anche per questo. Un’immagine sgraziata per un Tour quasi brutto.
Dicono che il ritmo e l’impegno del Giro d’Italia è inferiore a quello del Tour de France. In termini di sforzo atletico ovviamente, e non già come lunghezza e difficoltà di percorso. Si potrebbe spiegare con il presunto minore riconoscimento (scala dei valori atletici e conseguenti livelli economici, diretti ed indiretti), in base alla notorietà che scaturisce dal Giro d’Italia, seconda gara internazionale a tappe.
Invece credo, senza timore di sbagliare, che le difficoltà del Giro d’Italia sono nettamente superiori a quelle del Tour de France. Il quale ultimo sulle tappe di montagna del 2017 ne ha presentate solo due con arrivo il salita. Le altre finiscono con lunghissime discese (un modo per privilegiare i discesisti che è sembrato, ultimamente, siano anche cronometristi).
Una delle difficoltà peculiari del Tour de France, semmai, sono le tappe dove fa da padrone il vento, che spezza la continuità dei gruppi. Dobbiamo però ammettere che la corsa ventosa è addirittura antipatica, perché chiama in causa doti poco ciclistiche. Dovremmo inventare un nuovo termine per i ciclisti che riescono a dominare il vento: i ventotisti o controventotisti

Il Tour 2017, e quelli ultimi precedenti, stanno dimostrando sempre più chiaramente che il ciclismo si sta altamente specializzando. I velocisti puri sono una razza a se stante. I velocisti potenti (Peter Sagan) sono quelli che emergono negli arrivi di forza. I passisti e i cronometristi sono quelli che sanno mantenere ritmi elevati di crociera, per particolari doti di resistenza e di potenza. I cronometristi, in particolare, sanno mantenere ritmi di potenza soprattutto da soli. Tale capacità solitaria  è stranamente simile sia nelle tappe di pianura che in quelle in salita.
Gli scalatori sono una delle classi più conclamate, perché da loro ci si aspetta da loro il maggior grado della spettacolarizzazione. Si suddividono in scalatori puri e scalatori passisti. I primi sono punte di diamante. I secondi sono quelli, che, avendo altri doti, riescono a resistere in montagna agli attacchi degli scalatori puri. Oppure quelli che (la corazzata della Sky di quest’anno al Tour) guidano in salita il proprio capitano, alzando il ritmo e così evitando scatti degli scalatori puri o scalatori in genere. Sono quelli che stanno ammazzando la spettacolarità delle tappe in montagna degli ultimi Giri ciclisti. Tutti si guardano negli occhi, alzando il ritmo, impedendo agli altri ogni velleità.  Tu non guardavi nessuno negli occhi partivi e basta! È merito tuo se il numero degli appassionati di ciclismo sono aumentati con un picco sorprendente. L’ultimo ciclismo lo sta riportando in basso. Soprattutto se i nuovi campioni si identificano con il tipo Chris Froome.
Poi esistono i discesisti, con particolari doti di guida del veicolo, e di assoggettamento a determinate capacità di assimilazione delle linee di percorso, e, quindi, di aerodinamicità. Doti queste ultime in un certo senso misteriose, che ritroviamo nei discesisti sciatori. Poi i controventisti (come detto), bravi soprattutto nelle tecniche dei ventagli e altro.
Una volta tutte queste doti erano possedute in buona dose-mix dalla maggior parte dei ciclisti e soprattutto dai campioni-fuoriclasse. Fausto Coppi era scalatore, passista, cronometrista, velocista, discesista… E una volta, proprio in ragione di una capacità atletica multipla era più frequente vedere le accoppiate Giro d’Italia e Tour de France. Pantani, Pantani…

Poi è arrivata la deviante specializzazione ciclista. Che si manifesta anche da un altro punto di vista. Alcuni campioni si specializzano solo nel Tour de France, o nel Giro d’Italia o di Spagna, ovvero nelle gare di un giorno, nelle corse del Nord, etc., etc.
Una volta la partecipazione era stagionale massima.

Questa innumerevole specializzazione ciclistica costringe a discutere come non mai sul miscuglio di tutte le doti possibili. Quanto un Giro deve contenere in termini di salite, discese, soprattutto tappe a cronometro? Troppe salite privilegiano una classe di specialisti contro altri. Anche se, per la verità, da qualche anno le salite non creano le divaricazioni di una volta. Ultimamente si discute, invece, se le tappe a cronometro creano divari eccessivi.
Froome, per esempio, quest’anno ha vinto l’edizione del Tour 2017 soprattutto con le tappe a cronometro, non eccellendo in salita, salvo qualche frullatina per dare piccole scosse, che poi ritornavano nella normalità, e nella vera supremazia dimostrata in effetti dalla grande costanza di Mikel Landa e dagli acuti nella prima settimana di Fabio Aru.
Quando succederà che Mikel Landa diventerà capitano di una sua squadra? Mi è sembrato immorale che la programmazione ciclistica a monte, anch’essa legata ovviamente ad interessi preordinati, debba rallentare un campione come Landa, che era nettamente superiore a Froome, semplicemente perché si decide a priori che chi deve vincere è Froome.

In ogni corsa complessa come un Giro a tappe, a mio avviso, devono essere presenti tutte le specialità ciclistiche, perché chi vince deve possedere una supremazia totalizzante.
Il mix di tutte le esasperate specializzazioni ciclistiche dovrebbe, però rispondere a giusti criteri, non sbilanciati a priori per alcune specialità, o a favore di singoli.
Mi verrebbe da ipotizzare addirittura la necessità di individuare specifiche formule o algoritmi complessi, per tentare una maggiore indifferenza di previsioni scontate. Una complicazione forse esagerata, ma che, comunque dice della necessità di una maggiore imparzialità rispetto alla altrettanto esagerata moltiplicazione delle specializzazioni ciclistiche.

Gli organizzatori del Giro d’Italia del Centenario e di quelli ultimi hanno tentato di rendere più appetibile la nostra corsa a tappe proprio puntando sulla difficoltà generale e ortografica in particolare, privilegiando, in tal caso, gli scalatori (non solo di casa nostra).
Evidentemente invece i Giri d’Italia hanno finito per sfiancare i corridori che vi partecipano, che, di conseguenza, li evitano, in vista della più interessante partecipazione agonistica principe al Tour de France, dove Quintana, dopo un estenuante Giro d’Italia 2017, è diventato l’ombra di se stesso.
Il Giro d’Italia deve caratterizzasi, invece, per quel che sa esprimere, secondo le sue qualità intrinseche, non inseguendo il Tour de France o altro. Esagerando in difficoltà ciclistica.

Per esempio l’ultimo Giro d’Italia, quello del Centenario, non doveva strafare ancor più in agonismo sfibrante, ma cercare di mettere in maggiore risalto i grandi pregi di un territorio impareggiabile, da correre anche guardando e rammentando storia, cultura, arte. Promuovendo azioni parallele di esaltazione di contesto e qualità. Invece è sembrato uno dei tanti Giri d’Italia, tecnici, dove la cronaca sportiva ha soverchiato ogni altra descrizione scenica di fondo. Il benedetto “Processo alla tappa” ritornava ad essere fine a se stesso. Dibattiti post-agonistici e di tecnica generale interminabili. Necessari ma non troppo. Come quelli del calcio – ancora peggio – dove il dibattito-post diventa trattato di filosofia.
Il Giro d’Italia del Centenario doveva essere diverso e speciale. E non lo è stato.
Poteva essere l’occasione di un cambio di rotta. Un Giro d’Italia pensato all’italiana – Giro Made in Italy – senza lasciarsi prendere dalla necessità di fare puro ed analogo marketing ciclistico, alla caccia dei grandi Atleti, per un tipo di corsa essenzialmente commerciale. Una corsa all’italiana probabilmente avrebbe portato anche questo, con maggiori riflessi anche in tutti gli altri settori della promozione culturale italiana tout court.
Eustacchio Franco Antonucci.

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