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Entro sessanta giorni le elezioni presidenziali in Kenya dovranno svolgersi nuovamente. La Corte suprema ha invalidato quelle tenutesi lo scorso 8 agosto a causa di illegalità e irregolarità nel loro svolgimento. Venerdì 1 settembre il vincitore, oramai ex, Uhuru Kenyatta in un discorso alla nazione ha dichiarato di «non essere d’accordo con la decisione della Corte, ma la rispetta».
L’8 agosto le elezioni avevano dato un risultato di 54,2% dei voti al presidente uscente contro il 44,74% del 72enne Raila Odinga. Alla proclamazione c’erano stati dei disordini partiti dalla contestazione sulla regolarità della consultazione da parte delle opposizioni. Alle manifestazioni la polizia ha immediatamente risposte con lacrimogeni e pallottole vere e la conta dei morti era subito iniziata. Poi le acque si cono calmate con un’opposizione convita di usare le vie legali, non è chiaro il ruolo delle pressioni della diplomazia internazionale in questa decisione, pur sapendo che non avrebbero portato a nulla. Alle elezioni del 2013 Kenyatta vide convalidarsi il suo risultato di un 50% e spiccioli dalla Corte, nonostante evidenti brogli.
Questa volta con la meraviglia di molti, non solo in Kenya, si è verificato un evento unico nella storia dell’Africa: l’invalidazione dei risultati delle elezioni.

Pur non conoscendo i dettagli della sentenza che arriverà più in là, un terzo circa delle schede risultano irregolari, tra quelle provenienti da seggi inesistenti a quelle con timbri e firme mancanti.
«Lacrime di gioia tra la gente del partito di opposizione Nasa, grandi feste tra le strade di Kibera, Ngomongo e naturalmente Kisumu, ma il dato più rilevante è che per la prima volta la gente inizia ad avere fiducia nelle istituzioni e a superare il sentimento di fatalismo che pervade ogni questione che riguarda la politica» [1]. Del resto che i brogli fossero un pericolo avvertito con grande apprensione dagli elettori (circa 20 milioni gli aventi diritto), lo dimostra la rassicurazione del ministro dell’Interno circa la sicurezza del voto con gli oltre 150.000 poliziotti a vigilare sul territorio per un regolare svolgimento delle operazioni di voto, «abbiamo addestrato i nostri agenti a proteggere le proprietà e a salvaguardare la vita umana» [2].
La direttrice dell’Istituto francese di ricerche per l’Africa a Nairobi, Marie-Emmanuelle Pommerolle ha spiegato che rispetto alla decisione della Corte qualcosa è cambiato nel clima nel paese, «c’è un vero e proprio cambiamento del contesto tra la decisione della Corte nel 2013 e quella del 2017. Nel 2013 l’opinione pubblica temeva il ritorno della violenza post-elettorale dopo il 2007 e il 2008 – più di 1.100 morti e 660.000 sfollati. Allora c’era una certa pressione intorno ai giudici per confermare i risultati e non aprire un nuovo ciclo di violenza. Quattro anni dopo, questa retorica non predomina più, tranne nei media internazionali. Ciò può in parte spiegare la decisione dei magistrati» [3].

Vedremo se si riuscirà a far svolgere nuove elezioni, visti i tempi così stretti e se cambierà qualcosa nella politica in Kenya. La rivalità tra Kenyatta e Odinga è a livelli altissimi anche per un passato che vede le due famiglie condizionare la storia del paese visto che Kenyatta è il figlio del primo presidente del paese, Odinga del primo vice-presidente.
Purtroppo non ci sono elementi che lascino presagire un avvio di risoluzione dei problemi principali che condizionano il Kenya, primo fra tutti una suddivisione più equa delle ricchezze ed in particolare della terra concentrate in pochi latifondisti, primi fra tutti le stesse famiglie al potere. L’impossibilità di coltivare terreni sufficienti a soddisfare le esigenze ha spinto negli molti giovani e meno giovani ad ammassarsi nelle grandi città ad ingrossare le file dei disoccupati e, purtroppo anche della criminalità. Una povertà diffusa nonostante l’economia cresca e ci sia una crescita tecnologica tra le migliori dell’Africa.
Un esercizio del potere fortemente correlato alla corruzione è il collante di un sistema che si regge con difficoltà e grazie agli interessi della Cina e dell’Occidente a non farlo ulteriormente degradare.
«Il Kenya dopotutto è un fedele alleato e un paese chiave nella strategia diplomatica e di controllo della regione. Non dimentichiamo che, con l’attentato del 1998 all’ambasciata americana a Nairobi(e di Dar es Salam in Tanzania), il terrorismo islamico ha fatto le prove dell’undici settembre 2001, che il Kenya ha la frontiera calda con Somalia e Etiopia, che ha sostenuto l’intervento etiopico in Somalia, ed è essenziali il suo contributo al controllo delle infiltrazioni terroristiche nella regione» [4].
Pasquale Esposito

[1] Fabrizio Floris, “Sentenza storica: annullate le presidenziali in Kenya”, https://ilmanifesto.it/sentenza-storica-annullate-le-presidenziali-in-kenya/, 2 settembre 2017
[2] “Kenya al voto nella paura, 20 milioni alle urne per eleggere il presidente. Appello alla calma da Barack Obama”, http://www.huffingtonpost.it/2017/08/08/kenya-al-voto-nella-paura-20-milioni-alle-urne-per-eleggere-il_a_23070090/, 8 agosto 2017
[3] Olivier Liffran, “Invalidation de la présidentielle au Kenya: « Personne ne s’attendait à une telle décision»”, http://www.jeuneafrique.com/470925/politique/invalidation-de-la-presidentielle-au-kenya-personne-ne-sattendait-a-une-telle-decision/, 1 settembre 2017
[4] Anna Maria Gentili, “Il leone e il cacciatore”, Carocci editore 2014, pag. 375

 

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