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La scrittrice Asli Erdoğan, in un’intervista di Marta Ottaviani, esprime un profondo pessimismo sul futuro democratico in Turchia, «da mesi il presidente Erdoğan eserciti nel Paese un potere pressoché assoluto. Anche con un risultato diverso al referendum costituzionale dello scorso 16 aprile non sarebbe cambiato niente. […] la democrazia in Turchia è morta» [1].
Se non è dittatura, il percorso è ben avviato in quella direzione. E per questo il fatto che una larga fetta dei turchi, uomini e donne, sia dalla sua parte non può attenuare le considerazioni.
E come darle torto se le incriminazioni e gli arresti contro presunti cospiratori e oppositori sono all’ordine del giorno.
Il sito TurkeyPurge [2] da una visione chiara di quello che è accaduto dopo il tentato golpe dello scorso 15 luglio: circa 140.000 licenziamenti in tutti i settori pubblici, specialmente nelle scuole; circa 100.000 persone fermate e di queste quasi 50.000 arrestate. Un’epurazione che ha preso in particolar modo persone in qualche maniera collegate all’imam Gülen accusato di essere il principale responsabile del tentato colpo di stato. Non è più possibile fare informazione senza correre il rischio di finire in galera e in alcuni casi maltrattato e torturato. Ankara è ulteriormente scesa nella graduatoria di “World Press Freedom” che colloca il paese al 155° posto su 180 e nella nota esplicativa di Reporters Without Borders il paese viene definito «la più grande prigione al mondo per chi lavora nel settore dei media».
Questa epurazione è talmente estesa che potrebbe avere delle conseguenze “negative” per Erdoğan stesso, come scrive Chiara Cruciati, «sul medio e lungo termine una tale violenza di Stato non potrà che avere effetti negativi sulle istituzioni che Erdoğan sta plasmando, internamente indebolite, a partire da quelle forze dell’ordine e forze armate impiegate nella repressione interna, nella campagna nella comunità kurda e in svariati fronti all’estero»[3].
Il suo progetto è portato avanti anche grazie ad «profonda ristrutturazione del partito al potere. Erdoğan, con grande abilità, favorisce l’inserimento nell’Akp, di una nuova generazione di quadri. Nel maggio del 2016, Davutoğlu deve cedere il posto a Binali Yıldırım, fedele del presidente, nominato anche per portare a termine una riforma presidenziale che il suo predecessore non aveva mai sufficientemente sostenuto» come ha sottolineato il professor Jean Marcou [4].
Va tenuto presente che la sua forza, per ora, non è indebolita dall’esterno, al Presidente turco «non interessa ciò che pensa di lui il resto del mondo perché sa che la Turchia in questo frangente storico è impossibile da isolare completamente essendo il bastione orientale della NATO, nonché un attore ontologicamente ineludibile per i negoziati sulla Siria, non fosse altro che per la propria cruciale posizione geografica», spiega Roberta Zunini [5].

La Turchia resta in stato di emergenza con il pretesto del terrorismo curdo e dell’Isis ma di fatto è una condizione necessaria per reprimere le libertà e le opposizioni.
Erdoğan, dopo una campagna elettorale dominata dal controllo dei media [6], ha vinto di misura, e con molti dubbi sulla regolarità secondo le organizzazioni internazionali, il referendum costituzionale che ha assicurato il passaggio definitivo della Repubblica turca da un sistema parlamentare ad uno presidenziale.
Una delle prime conseguenze dell’approvazione della riforma è l’abolizione della figura del Primo ministro e il conseguente concentrarsi del potere esecutivo nelle mani del Presidente. Potrà governare per due mandati ed eventualmente per un terzo, se al secondo si va alle urne anticipatamente la cui decisione evidentemente spetta al Presidente. Quest’ultimo potrà continuare ad essere capo del suo partito perdendo l’imparzialità che caratterizza le istituzioni più rappresentative delle nazioni. Nomina i ministri che come compagine non potranno essere sfiduciati. La legge sul bilancio dello Stato è nelle sue mani come i principi che regolano la composizione dei grandi burocrati di Stato.
Sarà nei suoi poteri la convocazione dello stato di emergenza oggi di competenza del Consiglio di Sicurezza Nazionale.
La riforma non tocca il principio del secolarismo e del nazionalismo voluti da Atatürk. Il primo dei due per quanto resisterà ancora?
Pasquale Esposito

[1] Marta Ottaviani, “La democrazia in Turchia è morta, chi si oppone finisce in galera”, http://www.lastampa.it/2017/05/04/esteri/la-democrazia-in-turchia-morta-chi-si-oppone-finisce-in-galera-j1Ej2cH20BNZAJsRa0xJFP/pagina.html, 4 maggio 2017
[2] https://turkeypurge.com/purge-in-numbers
[3] Chiara Cruciati, “Ankara risponde a Strasburgo Maxi retata: 1.120 in manette”, il manifesto, 27 aprile 2017, pag. 7
[4] Jean Marcou, “Alla ricerca ossessiva di un potere forte”, le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2017, pag. 6
[5] Roberta Zunini, “Turchia, il pugno di acciaio del Sultano indebolito”, http://espresso.repubblica.it/internazionale/2017/04/18/news/turchia-il-pugno-di-acciaio-del-sultano-indebolito-1.299723?ref=twhe&twitter_card=20170418151251, 18 aprile 2017
[6] Un’analisi della campagna sui media è presente in, Fazıla Mat, “Referendum in Turchia: media di governo”, https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Referendum-in-Turchia-media-di-governo-179315 , 14 aprile 2017

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