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La fotografia, intesa come capacità di osservazione privilegiata sul mondo, è incaricata di produrne uno svelamento, di portare in superficie ciò che di questo non è ancora visibile. Oggi, nel rapporto tra immagine fotografica ed oggetto, si è prodotto uno strano capovolgimento: la realtà è diventata l’anteprima della fotografia desiderata; il mondo sembra esistere per essere trasformato in immagine e il risultato è che la foto, invece di anticipare un’azione sul mondo, ne rappresenta la conclusione.
Ma la costruzione di queste finzioni volte all’autocontemplazione non coincide con l’autentica funzione della fotografia, che non equivale ad una mera registrazione o imitazione di dati; essa agisce sul reale, lo determina. È forza creatrice; ma soprattutto, operazione affettiva. Io m’interessavo alla Fotografia solo per «sentimento»; volevo approfondirla non già come un problema, ma come una ferita – diceva Roland Barthes.

La foto Trittico di Francesca Rao esposta al PAN
Francesca Rao, Trittico. Mostra PNA

Un’affermazione che sembra esser stata presa alla lettera dalla fotografa campana Francesca Rao, nella realizzazione del suo ultimo progetto, dal titolo Ametropia.
L’ametropia (dal greco: α, privativo, μετρον, misura, ωψ, occhio) è un’anomalia visiva di cui la stessa artista soffre ed è causata da un difetto di rifrazione dell’occhio, per il quale, i raggi paralleli provenienti da un punto oggetto posto all’infinito, non vanno perfettamente a fuoco sulla retina. La miopia è uno dei tre diversi tipi di ametropia. Come sarebbe l’immaginario di un miope se non venisse forzato ad una visione del mondo ideale, perfetta? Ametropia è il tentativo, di matrice autobiografica, di rispondere a questa domanda attraverso una serie di fotografie.
Il progetto nasce nel 2013 ma si intensifica negli ultimi due anni. Parte di questo è stato esposto, di recente, al PAN in occasione della mostra – curata da Fabio Donato – per celebrare i dieci anni di formazione del biennio specialistico in Fotografia dell’ Accademia di Belle Arti di Napoli.
Le fotografie sono tutte in analogico e ritraggono soggetti e scene di vita quotidiana, catturati dallo sguardo imperfetto dell’artista. È il racconto di una memoria personale che rivela necessariamente la sua natura effimera. Tuttavia, la narrazione che viene fuori dagli scatti è, al tempo stesso, un certificato di presenza, la testimonianza di una storia realmente vissuta e scritta con l’aiuto di una macchina fotografica.

 

uno scatto di Francesca Rao nella serie Ametropia
Francesca Rao, Ametropia

Affinché sia possibile costruire un margine di libertà della fotografia, è necessario lasciar spazio a quello che Franco Vaccari chiama “inconscio tecnologico”: la capacità che il mezzo fotografico possiede di far emergere la casualità, la presenza di informazioni involontarie che sfuggono al controllo del fotografo. Permettendo alla macchina di introdurre nello spazio dell’immagine elementi apparentemente irrilevanti, quest’ultima viene liberata dall’obbligo di aderenza a determinati canoni estetici. In questo modo, l’esperienza empatica dell’immagine non può ridursi ad un’immedesimazione; ma contribuisce a far emergere, dell’opera, un elemento nascosto, oscuro, e del soggetto, una maggiore capacità affettiva e riflessiva.

uno scatto di Francesca Rao, della serie Ametropia
Francesca Rao, Ametropia

L’artista riconosce, così, in quel difetto visivo, il proprio punctum: il particolare che risale da solo alla coscienza affettiva e che, inevitabilmente, la ferisce. Ametropia sono io. Nel mio caso, la macchina fotografica non è il terzo occhio; è il secondo. È il mio occhio mancante che è venuto fuori – dice Francesca. Il suo occhio ametrope diventa – paradossalmente – il punto di vista privilegiato da cui osservare il mondo e il mezzo fotografico, il suo interprete.
Ametropia è l’apologia della bellezza precaria, manchevole, ineffabile. I luoghi delle foto diventano, così, spazi abitabili; suscitano la sensazione di averli già vissuti o di volerli conoscere al più presto. L’espressione artistica migliore può manifestarsi solo con il recupero del dimenticato, dello sconosciuto e di ciò che appartiene ad un altro tempo: di quella che Warburg definiva la “vita postuma” delle immagini.
Angelica Falcone

 

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