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In Francia c’è un protagonista a sorpresa nella corsa all’Eliseo che tra poco meno di un mese si concluderà con il ballottaggio finale tra i due candidati che si saranno aggiudicate le prime posizioni alle elezioni politiche del 23 aprile.

Jean-Luc Mélechon, candidato alle presidenziali in Francia

Jean-Luc Mélenchon, aspirante Presidente della sinistra di “France Insoumise” (Francia Indomita), guadagna sempre più consensi nei sondaggi e, almeno per il momento, i dati lo attestano intorno al 19%, ovvero pari al gollista François Fillon, e poco al di sotto sia al socialista Macron, che alla Le Pen, che non necessita di ulteriori appellativi.
Se è vero che l’ascesa di Mélenchon ha dell’incredibile – basti pensare ai risultati della sinistra transalpina negli ultimi anni – questo avanzamento si inserisce tuttavia a pieno titolo nel nuovo corso che le coalizioni sociali progressiste sembrano aver inaugurato in Europa, ad esclusione dell’Italia. Grecia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, Austria, Olanda, ma anche grandi capitali come Londra e Berlino, hanno da tempo premiato queste realtà in quanto portatrici di nuovi impulsi. Un approccio serio, autorevole e credibile e che impone una rinnovata consapevolezza e non vuole rassegnarsi alle logiche di quei diktat che oggi vanno dall’austerità della troika fino alla xenofobia populista delle destre.
Nonostante i suoi sessantacinque anni, Mélenchon è un politico tutto sommato nuovo rispetto alla ribalta mediatica, ma al tempo stesso un prestigioso, “storico” protagonista della sinistra francese ed europea. Dal “maggio francese”, fino alla presenza continuata e attiva in tutte le lotte sociali che hanno attraversato gli ultimi trent’anni. È riuscito a fare breccia nel cuore e, soprattutto, nelle coscienze dei suoi connazionali attraverso le parole semplici di una civile, vigile ribellione.

Nel suo programma, raccontato all’interno di una piattaforma aperta e in continua evoluzione, che si chiama “avenir en commun”, campeggiano concetti bellissimi come collettività, beni comuni, abolizione dei privilegi, laicismo, solidarietà, sicurezza sociale, sradicamento della povertà, energie rinnovabili, sostenibilità, cooperazione europea, progresso nella pace, abbattimento delle frontiere, speranza di vita. E tanto altro. Vi emerge innanzitutto il valore del linguaggio. Parole che nella loro ferma ma al tempo stesso tenera radicalità sono riuscite a coinvolgere e conquistare evidentemente gran parte dell’elettorato, che organicamente le sta recependo e metabolizzando.
La Francia ha bisogno di cambiare il proprio futuro e, così come il resto dell’Europa, ha bisogno che si compia la sconfitta delle paure, soprattutto tra i giovani. Ad essi Mélenchon ha consegnato le redini della campagna elettorale. Un costrutto di interventi dai quali emergono, giorno dopo giorno, ora dopo ora, quel carisma e quella empatia di cui il popolo della sinistra sentiva ormai una mancanza quasi epidermica.

Il mondo del lavoro, con la riduzione oraria settimanale, l’aumento dei salari, e l’abbattimento dell’età pensionabile, si è riscoperto d’un tratto nuovamente considerato e protetto. Rassicurato dalla forza di un urlo di vera speranza, indirizzato ora alle élite che infatti, attraverso i media e il ricatto dei mercati, cominciano a temere e ad attaccare pesantemente la campagna elettorale della coalizione.
Anche nei passaggi sulla politica estera si respira una brezza di sana aspettativa: non c’è posto per le azioni di guerra, in Siria come altrove. Superando la NATO e partecipando attivamente e con stimolo laborioso alla promozione dei processi di pace (Israele e Palestina), e anche con il coinvolgimento di quei paesi e quelle potenze invise all’ordine mondialista, a cominciare dalla Russia. Ma è nei rapporti con l’Unione Europea che il programma propone i cambiamenti più interessanti, seppur nell’ottica della permanenza e della collaborazione, quindi non della rottura. Tramite l’intervento quindi necessario di regole nuove, che non impongano cioè ai paesi membri quelle scelte forzate finora nella sola direzione di gravare, attraverso le politiche di austerity, sulle vite di famiglie e cittadini. Per Mélenchon si deve applicare un controllo serrato sulla finanza e sulle banche, ma anche fermare i processi di privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, per riportare una equa redistribuzione delle risorse.
Poi il tema molto delicato dell’immigrazione: una posizione del tutto opposta a quella della Le Pen, incentrata ovvero sulla creazione di mezzi civili di soccorso, sia nel Mediterraneo che alle frontiere. Lo stimolo ad un maggior senso di riacquisita accoglienza e umanità; soprattutto per fare in modo che le genti non siano più costrette ad emigrare. Quindi perseverare, insistere in primis negli interventi sulle cause, le guerre, la povertà, la mercificazione, attraverso nuove politiche e nuove direzioni di apertura.
Non finisce qui. C’è ancora tanta altra sostanza nel programma elettorale di Jean-Luc Mélenchon e sarebbe meraviglioso se si potesse presto tradurre in azioni di governo. L’errore più grave che può commettere lo spettatore interessato però è quello di continuare a chiamare l’approccio a questa nuova direzione politica col nome di Utopia. Non si tratta di questo, bensì della volontà di vedere finalmente gettare solide e durature basi per l’edificazione di una nuova, necessaria Umanità e per un “avvenire comune”.
Cristiano Roccheggiani

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