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Stato confusionario. La vicenda dell’invio delle navi italiane nelle acque territoriali della Libia è talmente nebulosa che lascia molti dubbi su come, perché e quindi sui risultati.

Un premessa andrebbe fatta a prescindere da qualsiasi cosa a accada dopo il 1 agosto prossimo quando partirà la missione. L’attivismo diplomatico italiano diretto ora a contrastare la strategia di Macron – esaltato a destra e a manca alla sua elezione – andava avviato molto tempo prima per aiutare la pacificazione in Libia, senza impostazioni di stampo neo-colonialista. E la risoluzione politica del disastro libico avrebbe potuto aiutare la gestione dei migranti.
Al momento è difficile pensare all’iniziativa francese, che ha portato al faccia a faccia il generale, o federmaresciallo come ama farsi chiamare, Khalifa Haftar e il premier del Governo di accordo nazionale (Gan) Fayez al-Serraj, ad un’iniziativa che serva a riparare quei guasti provocati da Sarkozy a partire dal 2011 quando iniziò la guerra a Gheddafi. Quello che è accaduto dopo è sotto gli occhi di tutti, morte e distruzione, «30 mila miliardi di dollari in distruzioni di città, fabbriche, infrastrutture, secondo la valutazione fatta dalle Nazioni unite» come ha precisato Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e della Libia, in un’intervista a il manifesto, aggiungendo che la sua non è una riparazione di quanto provocato da Sarkozy perché «la sua riparazione serve in sostanza ad imporre il primato della Total in terra libica. Se avesse voluto riabilitare davvero la Francia perlomeno doveva annunciarsi come un giovane convinto europeista che ammette gli errori francesi in Africa. Invece paradossalmente si fa forte dei disastri compiuti dai presidenti francesi precedenti e ancora una volta del controllo assoluto che Parigi ha dei paesi della fascia del Sahel, tra cui Niger, Mali, Ciad dei quali controlla economia e valuta con il franco locale Cfa, l’acronimo vuol dire che quei Paesi appartengono alla Communauté Financière Africaine» [1]. Senza dimenticare gli interessi russi nel paese.

Tutti i tentativi di pacificare il paese dovrebbero essere sostenuti, ma il problema che finora, per interessi di ogni genere, non si è voluto tener conto, nei tentativi diplomatici, della realtà libiche fatta di centinaia di milizie e tante comunità clan e tribù.
E che le cose siano complicate lo dimostra l’approssimazione di Macron che è costretto a smentire l’apertura di hotspot in Libia dove si sarebbero dovute esaminare le richieste di asilo dei migranti e questo indipendentemente dal volere dell’Europa.

I primi trionfanti annunci del premier Gentiloni, più o meno come quelli di Minniti, sono stati smentiti da più parti libiche e inizialmente anche dal premier Serraj che si trovava a fianco del Primo ministro Gentiloni mercoledì scorso quando quest’ultimo dichiarava: «…si chiede al governo italiano un sostegno tecnico attraverso unità navali nel comune contrasto al traffico di esseri umani. Un sostegno tecnico a un impegno comune da svolgersi in acque libiche con unità navali inviate dall’Italia».
Come ha scritto Gianandrea Gaiani, in un articolo pericolosamente entusiasta per le opportunità dell’Italia dovute a questa richiesta, è «possibile anche che al-Sarraj, uscito indebolito dal vertice francese con Haftar (il cui ruolo al contrario viene ingigantito dalla mediazione di Macron) abbia voluto subito cercare dal suo grande alleato italiano “garanzie” anche militari. Contesto che spiegherebbe le colleriche dichiarazioni di Haftar che 24 ore dopo aver firmato l’accordo di Parigi ha definito al-Sarraj un “fanfarone” che “non ha alcuna autorità a Tripoli”» [2].

Di fatto ancora una volta il quadro sembra mostrarci che le questioni siano altre e non quelle dell’aiuto ai migranti e del blocco dei trafficanti di esseri umani come è stato sbandierato da più parti.

I contenuti della missione italiana prevedono al momento solo due navi che opereranno solo nelle acque libiche controllate dal Gan e utilizzeranno equipaggi e risorse economiche (circa 35 milioni di euro dal 1 agosto al 31 dicembre) di «Mare sicuro». I loro compiti saranno quelli di proteggere e coadiuvare l’attività della Guardia costiera libica (Il Washington Post, tanto per ingarbugliare il quadro, scrive che è infiltrata dai trafficanti) e di aiutare a realizzare un centro operativo marittimo. Gli equipaggi potranno solo fermare le imbarcazioni cariche di migranti, salvo emergenze, in attesa dell’intervento della Guardia costiera libica e se attaccati dai trafficanti potranno rispondere al fuoco per difendersi.

Vale la pena per riconfermare i profondi dubbi di questa iniziativa quanto detto dal capogruppo Mdp in commissione Difesa del Senato Federico Fornaro: «Se l’obiettivo è quello di contrastare i mercanti di morte con una strategia coordinata, allora siamo d’accordo, ma vogliamo sapere con quali strumenti e con quali modalità perché non vorremmo che alla fine a pagare siano come al solito i più deboli, cioè i migranti» [3].
Pasquale Esposito

 

[1] Tommaso Di Francesco, “Intervista a Del Boca: «In Libia un’altra avventura militare italiana»”, https://ilmanifesto.it/unaltra-avventura-militare-italiana/, 27 luglio 2017
[2] Gianandrea Gaiani, “Un’altra chance all’Italia per “fare la differenza” in Libia”, http://www.analisidifesa.it/2017/07/unaltra-chanche-allitalia-per-fare-la-differenza-in-libia/, 28 luglio 2017
[3] Carlo Lania, “Libia, la missione si farà ma a partire non sarà una flotta”, https://ilmanifesto.it/libia-la-missione-si-fara-ma-a-partire-non-sara-una-flotta/, 29 luglio 2017

 

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