Condividi

Uno dei motivi per la (forse troppa) fretta nella costituzione del Governo Gentiloni

è la crisi del sistema bancario italiano che accumula sofferenze e problemi che vengono esaltati dalla situazione del Monte dei Paschi di Siena. Molti temono che alla fine bisognerà ricorrere all’intervento dello Stato con nuovi inevitabili prelievi di denaro dei contribuenti; già una serie di piccoli e medi investitori è stato sottoposto a un pesante salasso. In questi anni di crisi le banche italiane hanno emesso circa 67 miliardi di euro di bond junior, più della metà sono stati piazzati dai funzionari a piccoli investitori privati correntisti dei vari istituti. È normale che questi, preoccupati dalla situazione generali, troppo spesso hanno iniziato a svincolarsi dai propri titoli, per salvare il salvabile.

Quella del Montepaschi è storia nota e articolata: i bilanci dissestati, le acquisizioni ipervalutate, i derivati accettati in maniera scriteriata ecc. L’ultima puntata si è svolta immediatamente prima del Referendum costituzionale e ha visto protagonista il Presidente del Consiglio: una disinvolta trattativa diretta con Jamie Dimon numero uno di JP Morgan. L’accordo ha portato alle dimissioni degli Amministratori del Montepaschi e al piano di risanamento messo a punto da JP Morgan e Mediobanca. Piano nato male e in pericolo per la caduta, in seguito alla bocciatura del Referendum, del Governo che l’aveva sponsorizzato.
Il costo complessivo dell’ intervento degli “Advisor” è calcolato di quasi 2 miliardi, il triplo del valore attuale della banca! Per Il piano di ristrutturazione finanziaria avevano previste tre fasi. La prima fase ha avuto successo e Mps ha racimolato circa un miliardo di capitale azionario perché gli obbligazionisti istituzionali, considerato anche il prezzo premiante, hanno accettato la conversione “volontaria” in azioni dei titoli subordinati di cui erano titolari. Ma sembrano lontane da un esito felice le fasi successive previste per rilanciare l’istituto: un aumento di capitale di almeno quattro miliardi e il deconsolidamento di 27,6 miliardi di crediti (lordi) con la cessione dei crediti in sofferenza
L’aumento di capitale è il terzo in tre anni. Sia nel 2014 che nel 2015, l’Istituto ha già dovuto ricapitalizzare e ha raccolto 8 miliardi di euro, ma i precedenti aumenti sono stati polverizzati dall’andamento del mercato azionario che ha quasi annullato il valore delle azioni. Un nuovo aumento di capitale in una situazione poco stabile come quella italiana, con un nuovo governo, ovviamente spaventa gli investitori istituzionali che sono già scottati dalle esperienze precedenti. Si era parlato di intese preliminari con il fondo Attestor Capital, e di contatti con altri investitori (tra cui George Soros). E la possibilità di raggiungere un accordo, per un investimento da un miliardo di euro, con il fondo del Qatar (Qia, Qatar Investment Authority). Con la marcia indietro di parte o di tutti gli investitori, e con il defilarsi della JP Morgan che in un primo momento aveva accettato di garantire la sottoscrizione delle azioni non opzionate nell’aumento di capitale, sarà necessario trovare velocemente soluzioni, anche perché La BCE non ha voluto concedere la proroga richiesta dagli amministratori di MPS.
Il CDA dopo la crisi del referendum e il rifiuto della BCE ha allontanato l’ipotesi di intervento pubblico e confermato l’intenzione di verificare il coinvolgimento degli investitori che “avevano manifestato interesse” e riaprire i termini dell’offerta di conversione dei bond subordinati in azioni coinvolgendo i 40.000 piccoli risparmiatori ancora titolari di obbligazioni per un valore compreso trai 2 e i 3 miliardi. Questo aspetto non è molto piacevole perché inevitabilmente comporterebbe un deprezzamento di titoli in mano a investitori con basso profilo di rischio e il Codacons ha promosso un’azione in Consob per proteggerli dall’impoverimento collegato al depauperamento dei bond obbligazionari.
Ma questa è l’ultima possibilità per MPS di trovare sul mercato i soldi che le servono per salvarsi dalla difficile situazione economica in cui si trova. La mossa successiva in caso di insuccesso passerà inevitabilmente per l’intervento diretto dello Stato.
Francesco de Majo

In this article