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Le violenze subite dal popolo musulmano Rohingya da parte della maggioranza buddista non si fermano. La rappresaglia si è inasprita negli ultimi giorni dopo gli scontri di venerdì 25 agosto nello stato del Rakhine fra l’Esercito birmano e i miliziani ribelli dell’Arsa, Esercito Arakan per la salvezza dei Rohingya. Più di 100 i morti, 2.600 le case bruciate e 60.000 i civili Rohingya in fuga verso il Bangladesh, stato musulmano che da anni ormai vive l’emergenza profughi e che più volte ha chiuso le frontiere. Oltre 20.000 i rifugiati civili respinti e ammassati nei pressi del valico di Ghumdhum e verso cui i militari birmani hanno aperto il fuoco incuranti della presenza di donne e bambini. La disperazione spinge molti di loro a tentare la traversata del fiume Naf, che segna il confine per 34 km, con barche improvvisate e sovraffollate. Pochi giorni fa la corrente ha restituito i cadaveri di 46 persone. Tra di loro 19 erano bambini.

Stato Rakhine nel MyanmarErdogan, Papa Francesco e altri leader hanno espresso pubblicamente il loro disappunto. Il 30 agosto, nella capitale malese Kuala Lumpur, circa mille manifestanti hanno chiesto la fine delle violenze nei confronti dei Rohingya. Anche la Malesia infatti accoglie oltre 60.000 profughi che vivono in condizioni precarie e si sostengono con lavori dequalificanti. Il presidente del Consiglio consultivo malese per l’Organizzazione Islamica Mapim, Mohd Azmi Abdul Hamid, ha puntato il dito verso Aung San Suu Kyi per il suo scarso impegno a sostegno di uno dei popoli più perseguitati al mondo [1] asserendo “Dovrebbe essere un leader democratico, dovrebbe proteggere i diritti umani. Perché stai andando dietro ai militari?”. Anche l’attivista pakistana Malala Yousafzai, sopravvissuta ai colpi dei talebani nel 2014 e che da allora si batte per i diritti civili, chiede una sua presa di posizione forte a difesa della minoranza musulmana che da anni viene perseguitata “in modo vergognoso”. San Suu Kyi, Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri della Birmania, nonché Nobel per la pace, è effettivamente intervenuta solo per sottolineare che gli attacchi dei ribelli rappresentano “un tentativo calcolato di minare gli sforzi di chi vuole costruire la pace e l’armonia nello stato di Rakhine“. L’Arsa, indicata quindi come gruppo terrorista che minaccia la stabilità del paese, si è manifestato per la prima volta circa un anno fa quando, l’8 Ottobre 2016, diede vita a scontri armati con l’esercito birmano proprio come accaduto il 25 agosto scorso. La natura di entrambi gli attacchi rivela una struttura sempre più numerosa e organizzata, ma dotata di armi quantomeno rudimentali. Il gruppo (noto anche con il vecchio nome Harakah al-Yaqin o Movimento della Fede) rifiuta l’etichetta di movimento jihadista e afferma di chiedere l’indipendenza dello stato di Arakan e il rispetto dei diritti umani della minoranza musulmana Rohingya. Purtroppo la loro azione, rivolta soprattutto ad obbiettivi quali posti di blocco e basi militari, provoca la reazione di rivalsa dell’esercito sui civili attraverso veri e propri crimini umanitari. Stupri, torture, arresti ingiustificati e uccisioni sommarie. Poco resta della nascente e promettente democrazia birmana e della sua Lady, cui il mondo aveva guardato con speranza dopo le elezioni del 2015 [2].
Federica Crociani

[1] http://www.mentinfuga.com/rohingya-il-popolo-dimenticato
[2] http://www.mentinfuga.com/la-schiacciante-vittoria-alle-elezioni-non-basta-a-san-suu-kyi

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