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Dopo aver esposto alcuni pensieri sulla porosità urbana, in tal caso intesa solo come uno specifico tecnico-urbanistico, viene, ora, alla mente qualche diversa e stravagante visione sul tema, offerta dal filosofo, scrittore e critico tedesco, Walter Benjamin, che nella prima metà del secolo scorso ha tracciato una serie di immagini urbane, relative a varie città famose, tra le quali, con maggiore spicco e passione, troviamo la città di Napoli.
È noto che la città di Napoli, per un milione di motivi, è da sempre considerata un unicum nella rappresentazione scenica umana-urbana planetaria. Dove gli aspetti della figura sociale-urbana sono tra loro al tempo stesso fusi e divaricati, in un vortice difficile da comprendere razionalmente. È la napoletanità della strana sintesi degli opposti, che, per fortuna, alla fine si risolve in una filosofica ironia-allegria.

Piazza Bellini
Napoli, piazza Bellini. Foto Pasquale Esposito, 2012

Il flaneur Benjamin ha genialmente sintetizzato questa coerenza-incoerenza napoletana nel concetto di Napoli città porosa. Nel suo passeggiare attento per le vie di Napoli, Benjamin è rimasto particolarmente colpito dal magico scenario umano-urbano, che gli appare drammatico e spensierato al tempo stesso. Una contraddizione e sintesi che si risolve per Lui misteriosamente in una continuità indistinguibile. Opposti sincronismi ancora oggi ingredienti di una città bislacca, sbilenca, in bilico perenne. Ricca di tutte le allusioni e metafore possibili, in un senso e nell’altro.
Anche bistrattata e talvolta insultata dall’esterno, perché difficile da comprendere. Misteriosa come nessuna altra. In equilibrio instabile, che è, poi, più stabile che altrove. Tra realtà e fantasia, senza mai una risposta definitiva. L’incertezza come essenza totale, che diventa continuo espediente per cercare nuovi modi di vivere (alla giornata). Filosofia epicurea, in un lessico tutto napoletano senza fine. Napoli attrae l’invidia di chi vive peggio in città pur dotate di un maggiore equilibrio (perfetto e triste). La poesia tragi-comica dei Napoletani si risolve sempre in un finale di ottimismo fatalistico.
Il sincretismo massimo degli opposti napoletani, non è, allora, stasi, ma travaso continuo e dinamico. Da un trabiccolo all’altro, in un una serie di passaggi e mosse interminabili. La percezione di questo tremolio dell’essere, che non è solo un modo dell’essere, ha spinto Bejamin a coniare per Napoli il concetto primo di città porosa. Dove tutto passa da una parte all’altra, da un contrario all’altro, senza ostacoli, anzi facilitato da una forza misteriosa.
Il tedesco proveniente da Berlino rigida città-caserma rimane stupefatto.
Non è la porosità urbana della fredda Urbanistica, sia pure ampliata in un concetto di apertura urbana globale. La città porosa di Benjamin, applicata alla città di Napoli, è una qualità diversa, superiore ed unica, dal filosofo, attribuita ad una città difficilmente generalizzabile.
Benjamin ha inteso esprimere in modo originale alcuni effetti speciali di una città speciale con attributi soffici, evanescenti e magici al tempo stesso, nei confronti di un insieme di persone, che danno e ricevono da una materia urbana, solida e fluida, dotata di una particolare elasticità. Il territorio campano è pietra dura, che, però, vive al tempo stesso. Inspira ed espira con lo stesso ritmo del Napoletano. Gli estesi fenomeni vulcanici campani rappresentano un cambio di stato fisico, anche drammatico, di un territorio poroso. Il tufo napoletano (materiale piroclastico poroso) è la massima espressione ciclica della materia, cattiva-buona, che unisce la Napoli sotterranea profonda alla Napoli di superficie. Che unisce le vicende umane di sempre al mistero degli anfratti della Sibilla cumana, che traeva i suoi presagi della vulnerabilità scaramantica (ancora perdurante), dai fumi profondi del Lago di Averno.

Panorama Lago di Lucrino foto di Francesco Liguori
Lago di Lucrino. Foto Francesco Liguori, 2008

Il grigio piperno, roccia magmatica essenziale, torna anch’esso dentro il corso-ricorso storico-umano napoletano. Dal misterioso cataclisma eruttivo alla voluttuaria decorazione della città napoletana. A conferma di un più grande circolo poroso. I prodotti della tragedia vulcanica napoletana distruggono e ri-edificano la città del vivere. Il piperno, ornamento di grigio severo, si sovrappone agli allegri fondi edilizi giallino egiziano e rosso ocra. Un misto di colore vivo su grigio, mai spento. Napoli Teatro drammatico, e Napoli della Commedia comica (o tragi-comica). I colori di Napoli sono indimenticabili, del resto. A dispetto del grigio tetro.
Dice Benjamin di Napoli : «Porosa come questa pietra è l’Architettura. Struttura e vita interferiscono continuamente in cortili, arcate e scale. Dappertutto si conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove, impreviste costellazioni. Il definitivo, il caratterizzato vengono rifiutati».

Benjamin intende così evidenziare che l’Architettura e la normale edilizia napoletana, in particolare abitativa, sono permeabili, articolate, aperte al movimento perpetuo, con infiniti modi dello stare, di andare, venire, parlare, incontrare. E i cunicoli di fuga sono infiniti, per cui nessuno è mai ermeticamente chiuso nella sua casa. Ovunque si può stare, ovunque si può andare. La distinzione tra pubblico e privato è relativa.

Chiesa del Gesù Nuovo
Napoli, Chiesa del Gesù Nuovo. Foto Gaetano Paparesta, 2016

L’architettura barocca di metà del XVII e XVIII, già di per sé frivola, mondana, aperta, curvilinea, flessuosa, a Napoli ha trovato un favore congeniale. Dove un originale senso artistico era di casa. Tanto da inventare un vero e proprio Barocco napoletano. L’ambiente di Napoli era già quanto mai baroccoso. Fantasioso, vivace, allegro. La nuova e generica fiducia (altrove) del parallelo progresso scientifico, a Napoli era meno esplicita. Lasciava maggiore spazio ad un viscerale gioco di ottimismo locale, pur sempre misto a ingenti difficoltà. Il Rococò post-barocco ha fatto il resto.
La diffusione del nuovo movimento artistico-architettonico è stata, pertanto importante. Come Come lava che scende e tutto travolge e ri-vivifica, oltre ogni aspettativa.
Il Barocco napoletano, così, appare la nuova tessitura urbana (sei-settecentesca) che dilaga e disegna, in estensione pressoché totale, la stessa Napoli porosa moderna, di cui ha Benjamin ha dato una sua originale interpretazione e immagine concettuale.
Le Chiese barocche, motivo massimo della religiosità gioiosa del periodo Barocco in generale, a Napoli abbracciavano gli spazi vuoti della città densa e continua, in modo più organico. In altre città le Chiese barocche ordinano singolarmente le piazze, chiudendole in un’attenzione centripeta conclusa. Le Chiese del Barocco napoletano, si inseriscono come possono nella città già concentrata e diventano centrifughe, continuando la flessuosità improvvisata dei tessuti circostanti. Incastrandosi in modo sempre più poroso. Il Barocco che insegue la città, e non viceversa. Le Chiese barocche napoletane accettano sagome sbilenche, quadrangolari, che si fanno spazio a gomitate, riprendendo continuità di tessuto. Ricostruendo la nuova città del Barocco napoletano.
Nella Piazza del Gesù a Napoli la Chiesa barocca del Gesù Nuovo sviluppa a scorrere la sua facciata bugnata continua, allungata, in piperno scuro. Solo le volute superiori, richiamano lo spirito barocco. La Chiesa è posta sul lato estremo del rettangolo/piazza e sembra fuggire da questa. Verso il continuum più interno della città, della quale ridiventa, a sua volta, baricentro più grande ed importante dell’intero Centro storico. A poca distanza da altri importanti luoghi storici, quali via Toledo, piazza Dante, piazza Monteoliveto e piazza San Domenico Maggiore. Uno spostamento asimmetrico sul posto, che si disloca subito nel più ampio Centro urbano.

Piazza Dante a Napoli nel 2011
Napoli, piazza Dante. Foto Pasquale Esposito, 2011

Come appena intuito nella frase di Benjamin, il Barocco napoletano si è esaltato anche nell’Architettura civile. Penso alla grande scala del Palazzo Spagnolo di Ferdinando Sanfelice, dove si percepisce una complessa articolazione di usi multipli della edilizia residenziale napoletana, sviluppata in verticale ed orizzontale, attraverso grandi scalinate come anticamere collettive, quindi in ampi cortili ed ingressi ammiccanti alla continuità dei complessi edilizi contigui. Incastri continui tra le varie sagome e tipologie edilizie. A comporre una complicata successione di collegamenti passanti in un tessuto urbano infinito. Oggi come allora, la complessità dell’uso abitativo dilatato rappresenta l’originale porosità urbana napoletana, antica e moderna, da Benjamin riconosciuta come napolitanità essenziale. Poi riportata alla generica porosità urbana moderna.
Parafrasando lo scritto “Napoli città porosa” di Antonio Pascale potremmo meglio desumere alcuni sintetici segni distintivi, che tracciano uno schizzo essenziale di una Napoli come città sempre in divenire. Città di uomini e di pietre. A Napoli nulla procede in linea retta. Alto e basso, friabile e duro, verticale, orizzontale. Napoli accogliente, profonda, superficiale, cangiante. Napoli sotterranea e magmatica. Napoli che balla sopra la sua caldana vulcanica imprevedibile.
Napoli delle sue metafore infinite. La porosità di Napoli spiega tutto.

largo San Giovanni Maggiore nel centro storico di Napoli
Napoli, largo San Giovanni Maggiore. Foto Pasquale Esposito, 2012

Anche Massimo Cacciari, filosofo veneziano, riconosce (La città porosa, conversazioni su Napoli – Massimo Cacciari ed altri) un percorso mentale analogo a quello di Walter Benjamin sulla Napoli città porosa. Dice Cacciari : «Napoli è l’unico posto dove vale ancora la pena vivere…. gli abitanti esprimono un ethos, una memora della loro città…. è una straordinaria città, dominata da correnti conflittuali e non esaurita in una solo funzione….». È anche questa una definizione ammiccante della città porosa, non invischiata soltanto in giudizi specifici, ma elevata al più alto livello di una città diversa, vista attraverso il suo popolo. Dove la porosità è la maggiore qualità in evidenza.
Massimo Cacciari azzarda una sua ipotesi per il recupero di Napoli dai suoi disagi eterni.
Napoli sia Napoli“. Ritrovando la sua memoria, la sua cultura, la sua identità sgargiante. Significa anche lasciare Napoli nella sua condizione di città porosa, anzi valorizzare questa sua peculiarità fantastica e fantasiosa.
Da qui si desume una ricetta segreta estensibile alle tante altre città chiuse. Aprirsi sempre come spugne porose, alla maniera simil napoletana, dando un senso più filosofico alla semplice e tecnologica apertura in rete. Quella degli ultimi tempi digitali (operazione altrimenti solo telefonata, come diceva un grande telecronista sportivo).

Rammento quando ho iniziato a frequentare l’Università di Napoli, dopo una prima breve esperienza in un’altra città fredda, dove vivevo segregato. Quando mi sono invece spostato a Napoli, tutto è cambiato. Non ero più solo. Con un mio amico lucano avevamo preso un piccolo alloggio a via Diocleziano, vicino alla Facoltà universitaria di piazzale Tecchio. Appena entrati in casa ci siamo dovuti accontentare della luce a candela, in attesa di attacco Enel. Solo dopo poche ore di luce fioca abbiamo sentito un toc toc. Era un ragazzo napoletano, vicino di casa, che ci dice “non avete luce? Avete difficoltà? Vi aiuto io. Oppure Venite a casa mia, siamo vari fratelli, faremo amicizia e non starete soli…”. Da quel giorno è iniziata una vita di amicizia e strette di mano.
Soprattutto io, piuttosto riservato per carattere, ho imparato ad aprirmi agli altri e alla vita. La città porosa di Benjamin entrava ed usciva dal mio cuore. Peccato che dopo gli anni di Napoli sono ricaduto nelle mie paure da isolamento. Napoli non avrei dovuto mai più lasciarla. Per capire Napoli occorre viverci e farsi contaminare.
Eustacchio Franco Antonucci

Bibliografia navigante

Napoli passeggiata barocca – G.Davide Napolitano – ecoturismocampania.it
Napoli città porosa – di Antonio Pascale – limensoline.com
La città porosa – Conversazioni su Napoli – Massimo Cacciari e altri a cura di Claudio Velardi – claudiovelardidotcom2.files.wordpress.com

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