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Rileggendo in questi giorni le 200 pagine di Guardare la guerra. Immagini del potere globale di Nicholas Mirzoeff ci si rende conto che la “società delle reti” e della comunicazione tele-visiva ha sostituito definitivamente i “luoghi”, quali supporti d’autentica socialità, con conoscenze assiomatizzanti veicolate dal network mondiale. Nicholas Mirzoeff Guardare la guerra. Immagini del potere globaleA riprova di tale tesi, è stato possibile verificare che se la cosiddetta “primavera araba” (generata in Tunisia nel Dicembre 2010 innescando una serie di rivolte popolari e giovanili, che partendo dalla richiesta tunisina delle dimissioni del rais Ben Ali, si estendono a Egitto, Libia, Bahrein, Yemen, Marocco, Algeria, Giordania e Siria) ha utilizzato la rete telematica policentrica come “intelligenza collettiva” ed infrastruttura organizzatrice di eventi emancipativi destabilizzanti, i “contenuti visivi” in essa immessi riferiti alla lacerazione in atto della diacronia storica, nella riproduzione scenica mediatica universale, nella ossessiva coralità mediatica evocatrice di tale insubordinazione, sono stati fagocitati e svuotati dei peculiari significati politici per restituirli come semplice iconografia accettabile, quindi, compatibile, e, conseguentemente, banalizzante e passivizzante.

Traslando il significato del sostantivo greco “eikon”, icona, “immagine“, dal lessico della pittura a carattere religioso su pannello di legno, in stile bizantino, greco o russo – produzione artistica che nasce per render testimonianza dello splendore di Dio -fattosi uomo- e comprende nel suo linguaggio -e nei suoi canoni- i dettami della Chiesa e la teologia cristiana – nel lessico della visual culture studies e Bildwissenschaft Nicholas Mirzoeff, in anticipo sulle ultime convulsioni della storia, considera i video e le immagini fotografiche e televisive nel loop digitale di InterNET come costruzione ideologizzata del “pensiero unico” nello spazio pubblico, originariamente polifonico. La tecnica d’uso manipolatorio delle raffigurazioni della realtà sociale gestite dai mass-media non è mera rappresentazione di verità di parte, bensì è imposizione di un modo di vivere – un modo che è un mondo -, di un immaginario di massa che stabilizza un modus vivendi, non solo repraesentatur. Essa è espressione trasfigurante ed anche liturgica e dimensione cosmica di unione di tutti e ciascuno con e nel capitalismo globalizzato. L’autore allude ad una teleologizzazione delle forme di vita celebrata da riti finanziari, commerciali, spettacolari sull’altare dell’esclusiva appartenenza a questo mondo. Scrive, infatti, Mirzoeff: «Babilionia e la Torre di Babele sono in un certo senso il momento della complessificazione originaria, il momento in cui la prima lingua viene sostituita dalle lingue reciprocamente inintellegibili del tempo storico [ … ] La Torre di Babele visuale che, per quanto ottimisticamente sarebbe stata costruita negli anni Novanta non è stata distrutta da Dio, ma dalle forze convergenti del complesso militare-visuale e dell’economia globalizzata» (Op. cit. pagine 13 e 14).

L’analisi foucaultiana di Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (Einaudi, 1977), recuperata da Mirzoeff, è sostenuta da un motore sociale che risiede nello “sguardo”; nel suo libro Foucault afferma: «La piena luce e lo sguardo di un sorvegliante captano più di quanto facesse l’ombra, che, alla fine proteggeva. La visibilità è una trappola» (Op. cit. pag. 218). Proprio mediante la forma di lifelong learning, sussunta dalla condizione mediatica e di iperconnessione della vita associata e dalla correlata condizione neotenica (Rif. a Scienze sociali e “natura umana”. Facoltà di linguaggio, invariante biologico, rapporti di produzione di Paolo Virno, Rubbettino, 2003), gli individui subiscono l’effetto determinante del dispositivo panottico elettronico; per Foucault, sulla scia del progetto di Bentham, si tratta di “indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere» (op. cit. pag. 219), per Mirzoeff riguarda un’esplicita programmazione tecnologica che concentra, in modo più efficiente ed economico, il sapere tecnico nel potere sulla società, andando oltre l’analisi semiotica di stampo greimasiano e scoprendo come le immagini si instaurano nella memoria individuale e soprattutto collettiva, e come funzionano nel ridefinire identità subalterne (op. cit. pag. 79 e seguenti). Come dimostrato, più recentemente, da Renato Curcio in L’impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale (Sensibili alle foglie, 2015), l’organizzazione della trasparenza totalitaria governa altra fenomenologia: «L’iperconnessione, la schiavitù mentale, l’app-dipendenza, l’alienazione della memoria, il furto dell’oblio, e il deterioramento della sensibilità relazionale»; la struttura gerarchica costituita da «una nuova oligarchia economica esperta nell’esercizio del potere digitale» crea l’orizzonte planetario inteso come metacontinente virtuale fatto di connessioni digitali globali con incorporata l’intenzione totalizzante di occupare tutto il territorio del tempo e dell’immaginario.
In maniera simile, s’esprime filosoficamente Diego Fusaro in Pensare altrimenti (Einaudi, 2017) laddove delinea un profilo sociale che produce il pensiero unico, un profilo che mina alla base la formulazione di una dissidenza, un’irreversibile lesione del pensiero “libero”. Mirzoeff, pertanto, testimonia come i repertori iconici trattati digitalmente esercitano resistenza alle deformazioni enunciazionali (descrittive) dell’informazione delle singole testate, favoriscono la circolazione a livello ipertestuale, ripetizione, citazione ed eventualmente inserzione in dispositivi di fruizione specifici quali i social media; l’autore annuncia il paradigma delle comunicazione sociale mediata dalla rete: l’acquisizione “ufficiale” dello statuto di circolazione di immagine-emblema totalizzante, a volte performativamente attribuito tramite l’inserzione in luoghi istituzionali deputati alla circolazione e diffusione (op. cit. pag. 79 e seguenti).

Altrove (Introduzione alla cultura visuale, Meltemi, 2002), Nicholas Mirzoeff aveva già affermato: «l’esperienza umana è adesso più visuale e visualizzata di quanto lo sia mai stata nel passato: dalle immagini satellitari a quelle mediche delle sonde ecografiche che possono penetrare nel corpo umano. Nell’era degli schermi visuali il vostro punto di vista è cruciale» (Op. cit. pag. 27).
Palese esemplificazione della argomentazione mirzoeffiana è uno dei primi conflitti bellici del XXI secolo: la guerra in Iraq che inizia il 20 Marzo 2003 con l’invasione del territorio dello Stato asiatico occidentale da parte della coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d’America. La guerra irachena, formalmente termina nel Dicembre 2011 con l’instaurazione coatta d’una sedicente “democrazia modello esportazione”, ma di fatto tracima nel successivo ed attuale scenario siriano. Ebbene, in quegli otto feroci anni si è consolidato il metodo del controllo sociale planetario; le modalità tecnico-operative si sono manifestate come anticipato da Manuel Castells in La nascita della network society (1996) paventando l’amalgama di due processi: la rivoluzione tecnologica e la ristrutturazione del capitalismo. Il combinato disposto rappresentato dalla convergente strategia geo-politica messa in campo dal complesso militar-industriale, dall’Information and Communications Technology e dai mass-media sospinge la storia contemporanea alla bomba “massive ordnance air blast” sganciata il 14 Aprile 2017 da un C130 statunitense sul distretto di Achin della provincia di Nangarhar in Afghanistan, con contributo rilevante del “capitalismo informazionale”. In effetti, l’insieme compatto ed interconnesso di logiche economiche tipiche delle imprese multinazionali e dei correi organismi sovranazionali trovano nella diuturna ed eterodiretta narrazione mediatica un aggiornamento del Panoptico, quel modello coincidente nella struttura di un edificio ideato da J. Bentham nel corso della seconda metà del secolo XVIII per rispondere alle nuove esigenze di organizzazione e controllo sociale dettate dallo sviluppo dei centri urbani e dalle mutate condizioni di lavoro, entrambi epifenomeni della cosiddetta prima rivoluzione industriale.

Dal volume si ricava una demistificazione dell’ottimistica valutazione cataclismatica delle vicende sociali portatrici, secondo alcuni analisti, di una radicale sfida politica alla sfera pubblica, resa possibile fra l’altro dal processo di democratizzazione dei media visuali, dalle promesse emancipative della cultura globale e dal libero accesso alla proprietà digitale. Il processo secondo cui si sarebbe realizzato il passaggio dalla comunicazione sociale alla socializzazione della comunicazione (ad esempio, Franco Bifo Berardi, Skizomedia, DeriveApprodi, 2006; Franco Bifo Berardi, M. Jacquemet, and G. Vitali, Telestreet. Macchina immaginativa non omologata, Baldini Castoldi Dalai 2003.), sembra essersi arrestato poiché l’incremento dell’interdipendenza planetaria ha revocato in dubbio l’emancipazione immanente alla comunicazione reticolare e mediatico-digitale e, contestualmente, si è riproposta in modo virulento la centralità dello Stato imperialista delle multinazionali, correlata all’annichilimento delle autonome forme di vita sociali, all’assenza della negoziazione nei conflitti antagonistico-duali, così come paradigmaticamente si è diffuso il modello della guerra preventiva.

Lo scenario attuale documentabile rende attinente la lettura critica e lo “sguardo” di Mirzoeff sulla rappresentazione del conflitto bellico e sulle ripercussioni ed adattamenti politici indotti dalle procedure di “banalizzazione delle immagini” (op. cit. pag. 79 e seguenti). Scrive l’autore in proposito: «Trasformandosi in informazione, l’immagine perde ogni rapporto con la capacità di ricordare e diventa mero strumento di guerra» (po, cit. pag. 88). L’ideologia semantica dello “sguardo” del potere è talmente vigorosa, in termini di plausibilità, da frustrare la logica della ricerca intenzionata a ristabilire nessi e consequenzialità sconfessando le ingannevoli alterazioni di “senso” prodotte dal novellato MinCulPop mondiale. Riccardo Venturi, nella sua recensione dell’opera di Mirzoeff (in Biblioteca Fondazione Collegio San Carlo di Modena, 2006) opportunamente ritiene che l’autore si serve, a questo proposito, di una serie di riferimenti caleidoscopici (tipici dei cultural studies) – dai romanzi cyberpunk al cinema horror –, di un cortocircuito tra l’Iraq e la metafora babilonese, nonché di un inedito sguardo vernacolare sulla vita quotidiana nei sobborghi urbani americani. Allo stesso tempo si riappropria del concetto foucaultiano di evento, preferendolo a quello di immagine, in quanto viene contemplato anche il luogo in cui si trova lo spettatore e il ruolo dell’immaginario nella costituzione del soggetto visuale. Inoltre, Venturi sostiene – in modo convincente e condivisibile – che Mirzoeff mutuando, come detto, da Foucault la riflessione sul panoptikon, si rende conto come oggi il potere tenda a sottrarsi a quella continua visibilità che ne assicurava il funzionamento automatico. A questo modello subentra dunque, secondo l’autore, una nuova pratica del guardare strutturata all’interno delle nuove dinamiche del potere globale; e soprattutto subentra “l’impero dei campi di detenzione e deportazione”, vero e proprio “modello di organizzazione sociale”, luogo invisibile in cui la sorveglianza pervade ogni suo angolo. Il profilarsi di questa “società a circuito chiuso” obbliga gli studi culturali ad una revisione critica dei propri presupposti: è in questo senso che l’università, come ricordava Edward Said (citato più volte da Mirzoeff), può assurgere ancora a spazio dell’utopia. L’impegno è dunque collocato su ciò che non ancora è stato realizzato, al di là dell’ordine storico costituito dall’implementazione mediatica dell’Information and Communications Technology.
Giovanni Dursi

Nicholas Mirzoeff
Guardare la guerra. Immagini del potere globale
Traduzione di M. Bortolini
pagg. 204

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