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Chiedersi se scioperare o manifestare, durante la giornata della donna, sia giusto o meno, è quanto siamo tenuti a fare. Ma rispondersi che ha ancora senso riflettere sul rispetto del diritto alla vita, all’autodeterminazione e all’ascolto è necessario altrettanto. Lo sciopero e le manifestazioni che in questa giornata stanno avendo luogo, servono di certo a rinnovare l’osservazione del nostro presente e rendersi conto che, anche in una società così profondamente cambiata ed evoluta, continuano a sussistere alcune forme di linguaggio predominante che oscurano certi pensieri, certe categorie e certe individualità. Approfondire l’interesse sul dibattito di oggi e su chi l’ha innalzato, Non una di meno, significa comprendere che le donne non stanno più soltanto pensandosi come categoria relegata e passivizzata dal diffuso senso comune- cosa che è tuttavia ancora importante- ma anche che esse stanno rivalutando l’esistenza delle individualità tutte e che sono proprio loro le portavoce di questa importante presa d’atto. Essendo state da sempre vittima della situazione, possono cogliere, oggi, l’esistenza di altre condizioni analoghe e porle all’occhio di tutti, per scardinare le convinzioni non più adatte al presente e comunque, tuttavia, ancora troppo forti.
Non si tratta di quote rosa o richiesta di cavalleria, tanto meno di femminismo tifoso o assunzione di una caratteristica machista usata al femminile. È piuttosto una presa d’atto, un occhio attento ai fatti osservati così come sono, purtroppo ancora adesso, ma senza una sospensione di giudizio.

Così, desideriamo riportare un po’ di luce, proprio oggi, sul contributo che diede un tempo la filosofa Simone de Beauvoir, i cui scritti sono ancora attualissimi e da rileggere. Certamente la riprendiamo con l’intento di lasciar trasparire ed intendere quanto c’è di riadattabile al presente e quanto all’epoca non scrisse, ma avrebbe scritto oggi, lei stessa. Per questo ricordiamo l’ossatura della sua riflessione, lasciando che chiunque possa avvicinarla all’importanza di una qualsiasi individualità che non sia considerata degna d’esistere soltanto a causa della tradizione e della situazione. Prendiamola più come una riconsiderazione dei diritti umani, del soggetto, dell’ascolto, dell’interrelazione seria.

Simone de Beauvoir scrisse il saggio Il secondo sesso, per rendere noto analiticamente, con argomentazioni affilate, questo aspetto: l’importanza che una donna può, a suo modo, rivestire nella storia.
Categorie antitetiche come: coscienza-corpo, pensiero-sentimento, trascendenza-natura, fanno parte della storia della filosofia sin dalle origini. Simone de Beauvoir ne utilizza una più o meno esplicitamente in tutta la sua opera non solo saggistica, ma anche letteraria. Questa antitesi è attività-passività. Che colei che ha dato inizio al femminismo sia ricaduta nella tradizione filosofica maschile? È chiaro che parlare di filosofia, di storia della filosofia significa, ancora, parlare di una tradizione largamente maschile. Ma nel caso di Simone de Beauvoir, l’uso dell’antitesi delle categorie, che può essere condannato per incoerenza, è sinonimo di grande autonomia e innovazione, nell’economia del suo pensiero, e anche della storia della filosofia. Attività e passività non hanno dunque per lei una gerarchia tradizionale uguale a quella avuta da altre coppie antitetiche come, ad esempio, quelle dei Pitagorici. Essi collocavano la donna tra le dieci opposizioni fondamentali che iniziavano con limite, illimitato, continuavano con dispari, pari e così in avanti. Essa aveva le caratteristiche del pari, dell’illimitato, quindi dell’infinito non conoscibile, di ciò che poteva, in qualche modo, spaventare.
La trascendenza ha avuto un’accezione marcatamente più positiva rispetto all’immanenza in tutto il pensiero medioevale: il cristianesimo ha lasciato prediligere alla letteratura un profilo angelico di donna, che fosse tramite tra uomo e cielo; l’emotività e il sentimento sono stati ricondotti alla ragione in tutto l’Umanesimo, fino all’Illuminismo e così via. Anche la passività è stata costretta in una condizione di subordinazione rispetto all’attività: è stato messo in evidenza l’esser soggetto rispetto all’essere oggetto. La donna è sempre passiva rispetto all’uomo. È l’altro rispetto ad esso, è l’oggetto rispetto al soggetto. Beauvoir ha posto l’accento invece sull’attività, sull’esser soggetto della donna. Lo ha però fatto, non a partire dalla tradizione, accettandola, ma anzi, cercando di proporre un diverso punto di vista. Il suo metodo è strettamente connesso a questa innovazione: l’utilizzo di racconti, di aneddoti, di testimonianze più o meno dirette di scrittrici e donne anonime, di romanzi, diventa lo strumento più adatto per porre in primo piano l’esigenza di attività e soggettività da parte della donna.

Nel Secondo sesso per quasi ottocentoquaranta pagine, l’argomento è trattato in modo analitico affrontato a partire dall’esperienza, dai racconti di altre donne, da romanzi classici, dalla storia e dai miti. Pubblicato per Gallimard nel 1949, il libro è frutto di un lavoro di due anni. Quando esce, acerbe critiche piombano addosso all’autrice, anche da persone a lei vicine come Albert Camus del quale dice: “Mi ha quasi sbattuto il libro in faccia. È in quel momento, del resto, che ho scoperto il machismo di certi uomini che avevo creduti veramente democratici, nei confronti del sesso, come nei confronti dell’intera società”. Un editto vaticano mette il libro all’indice. Ma qual è il motivo di tanta agitazione?
Il secondo sesso è la donna. È secondo perché, all’interno dell’umanità, il sesso maschile è gerarchicamente primo. Essere seconda, per la donna significa essere filosoficamente e sostanzialmente Altro rispetto al Soggetto. La novità che viene evidenziata e che solleva scalpore è proprio questa critica esplicita innalzata contro l’autorità culturale, economica e sociale dell’uomo. Per la prima volta nella storia del pensiero, vengono analizzate le dinamiche per cui la donna ha assunto le caratteristiche dell’Altro rispetto al Soggetto. E per la prima volta sono rese manifeste la volontà e l’esigenza della donna di avere un posto di soggetto nella realtà.
Il secondo sesso appare strutturato in due libri. Il primo si intitola I fatti e i miti e vi si trattano le tematiche riguardanti la donna da un punto di vista biologico, psicoanalitico, storico, mitologico. L’analisi che se ne evince è colta e approfondita: riguarda orizzonti generali e si basa su studi autorevoli. Il secondo libro pone la medesima questione, ma in altri termini: è naturale la definizione della donna come eterna alterità e antitesi? Ma il metodo con cui è posta la domanda rispecchia maggiormente l’intento morale della filosofa. Il racconto di esperienze concrete e contingenti, abbastanza vicine all’autrice nel tempo, diventano molto più funzionali a rispondere alla questione. E se il primo libro, pur offrendo analisi attendibili e ben argomentate, non ha risposto alla questione, in questo secondo libro una risposta c’è. Un coro di donne diverse tra loro e portatrici di una personalità, seppur nascosta da altri soggetti, si offrono da supporto alla de Beauvoir. “Donna non si nasce” è la famosa risposta che vuole smentire ogni tesi per cui c’è un principio biologico e naturale della femminilità, credenza che giustificherebbe, erroneamente, la sua subordinazione.

La riflessione della filosofa fece scalpore allora, ma è importante ancora oggi e può essere ormai estesa a tutte le forme di alterità che la società compongono e che in qualche modo faticano a spiegare la propria essenza ed esistenza nella stessa realtà in cui si muove un pensiero dominante, un linguaggio più forte, una maggioranza qualsiasi. Valutando, come fece lei, le contingenze e le situazioni che riguardano le alterità del nostro presente, potremmo accedere non soltanto alla sorellanza che auspicava la de Beauvoir – e che dobbiamo continuare a ritenere importante -, ma anche a una migliore accoglienza reciproca fra individui, al di là del sesso, al di là del genere, al di là di qualsiasi etichetta o titolo.
Adelaide Roscini

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