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La tensione resta alta in Paraguay dopo la crisi scoppiata lo scorso fine settimana. Qualche migliaio di manifestanti protestarono contro la riforma della Costituzione voluta dall’attuale presidente Horacio Cartes, per consentire un secondo mandato presidenziale nel 2018. La protesta è esplosa, dopo la risposta violenta della polizia, fino all’attacco al Parlamento buttando giù le barriere di protezione e dandole fuoco insieme ad alcuni uffici. La polizia, durante un’irruzione nella sede del Partido Liberal (Plra), ha sparato un colpo alla testa, lasciandolo morire, a Rodrigo Quintana, 25 anni e presidente della Gioventù liberale radicale di La Colmena. Il ministro degli Interni è stato allontanato dal presidente, ma insieme alle opposizioni il rappresentante per il Sud America dei diritti dell’uomo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite Amerigo Incalcaterra, ha chiesto un’inchiesta sulla morte di Rodrigo Quintana.

Paraguay mappaLa tensione resta alta nel paese anche perché è in gioco la difesa della democrazia. In Paraguay l’articolo della Costituzione, in vigore dal 1992, che prevede un unico mandato per il presidente della Repubblica era nato con l’obbiettivo di ridurre i rischi dopo gli anni tragici della dittatura di Alfredo Stroessner, dal 1954 al 1989, costati la vita ad almeno ventimila persone, senza parlare di moltissimi scompari, delle decine di migliaia di detenzioni e torture di ogni genere.
Quando è scoppiata la rivolta, la riforma la stavano votando 25 Senatori a porte chiuse per evitare qualunque tipo di discussione e in maniera del tutto opaca rispetto ai cittadini. Alla Camera il Partito Colarado ha la maggioranza per l’approvazione definita. Per ora è sospesa la votazione nel secondo ramo del Parlamento.
Il partito di opposizione Frente Guasu, in un suo comunicato, difende l’appoggio per una modifica costituzionale, ma deve essere validata da un referendum e comunque si vogliono evitare strane norme che possano impedire all’ex presidente Fernando Lugo di candidarsi.

Horacio Cartes presidente sessantenne e leader del Partito Colorado sembra essere una di quelle figure sempre più diffuse tra i rappresentanti politici grazie alle loro risorse economiche e la capacità di orientare l’opinione pubblica. E non è un caso se «ha affermato che gli interessi commerciali e dei media hanno istigato le proteste, lamentando che “i cittadini pagano sempre con il loro sacrificio, mentre i promotori di queste manovre le guardano in televisione senza rivelare i loro nefasti interessi» [1]. Invischiato in scandali finanziari, ricchissimo in quanto proprietario di fatto di diverse aziende nei settori delle carni, delle sigarette, dell’abbigliamento, accusato di narcotraffico, è stato eletto nel 2013 dopo che l’allora Presidente Fernando Lugo venne allontanato usando il pretesto di un sanguinoso un conflitto tra polizia e contadini per l’occupazione di alcuni terreni nella comunità di Curuguaty che provocò 17 morti tra poliziotti e contadini.
Lugo ha lasciato intendere che si sarebbe candidato e lui e il suo partito, il Frente Guasu sembrano in vantaggio.

Quello che sta accadendo in Paraguay sembra inquadrabile all’interno di un clima, a dir poco, di rivincita della destra autoritaria e liberista, molto vicina a Trump e molto lontana da Papa Francesco nonostante il professarsi cattolici dei loro leader. La destra latinoamericana approfittando della crisi economica e mettendo in atto strategie lecite [2] e spesso meno lecite, dalla strategia della tensione in Venezuela ai colpi di mano pseudo istituzionali come in Brasile, sta facendo ritornare indietro le conquiste sociali, economiche e politiche degli ultimi vent’anni.
Pasquale Esposito

[1] Laurence Blair, “Paraguay’s president calls for end to unrest after killing of activist”, https://www.theguardian.com/world/2017/apr/02/paraguays-president-calls-for-end-to-unrest-after-killing-of-activist, 2 aprile 2017
[2] A proposito di strategie lecite si può leggere l’articolo di Christophe Ventura su Le Monde diplomatique marzo 2017, “Le piccole cose che fanno vincere le elezioni”, pagg. 18-19

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