Condividi

Il 2 Aprile si è svolto il Tour delle Fiandre, una corsa ciclistica durissima, piena di cosiddetti muri, consistenti in brevi salite dalla pendenza quasi disumana. Per capirci spesso simili o superiori alle pendenze delle rampe dei nostri garage interrati. Solo che i muri ciclistici sono tratti di strade ripide protratte per una lunghezza ben maggiore, che si aggira attorno a qualche migliaio di metri. Diciotto muri, in una corsa di ben 259 km. Con la re-introduzione dello storico muro del Grammont, il peggiore.
La maggior parte dei muri ha il fondo strada in ciottolato o addirittura in pavé. Molti tratti dell’intero percorso sono lungo strade strette. L’intero tracciato, infatti, segue per la maggior parte territori interni impervi, per poi ritornare sulle strade di primo livello, più comode.
Tutte così le corse del nord, che si conquistate la fama dei tanti gironi dell’Inferno, prima dei grandi giri ciclistici.
Gare durissime per corridori duri. Prove disumane per atleti alieni.
Se non sapessimo che anche in tempi remoti le gare erano altrettanto impietose, anzi più dure (maggiore distanza, strade bianche, bici pesanti, non tecnologiche, allenamenti personali, non supportati da nessun progresso scientifico, perlomeno noto) potremmo concludere che chi organizza certe gare di questo tipo è un masochista, che si diverte a portare la condizione umana-atletica praticamente al limite.

Alla partenza del giro delle Fiandre
Alla partenza del Giro delle Fiandre. Foto ©Digitalclickx

Certamente le gare moderne godono di condizioni migliori rispetto al passato. Lunghezze inferiori, strade ben asfaltate, bici ad alta tecnologia, leggerissime, radioline in corsa, sensori di monitoraggio in corsa, allenamenti scientifici, etc.
Sembra tutto più facile, ed invece credo che una variabile sia cambiata a svantaggio dell’agonismo moderno: tutti gli atleti sono alla stessa portata, soprattutto con velocità e medie maggiori, supersoniche, che i corridori moderni riescono a mantenere per tutta la gara, come se fossero in una perenne volata.
Impressionante è il ritmo degli ultimi quaranta/cinquanta chilometri. Sembra una gara di scouter al massimo della loro potenza.
Le fughe da lontano finiscono quasi sempre agli ultimi chilometri, con una precisione quasi parossistica. In ragione proprio della velocità iperbolica dell’ultimo tratto di percorso e delle tabelle studiate nelle Auto-Ammiraglie. Quando si corre all’impazzata, tutti insieme verso il traguardo ad evitare che qualcuno possa tentare lo scatto proprio agli ultimi chilometri. Evento quasi impossibile.
A meno che come nell’ultimo Tour delle Fiandre, un certo Philippe Gilbert non tenti una fuga relativamente da lontano. Addirittura 55 Km prima del traguardo. Con un ritmo solitario inverosimile, non minimamente scalfito da un gruppetto di inseguitori di altissimo livello, compresi Greg Van Avermaet e Peter Sagan (quest’ultimo alla fine caduto, dando comunque la sensazione che nulla avrebbe potuto contro il Gilbert di domenica scorsa).
Sforzo da giganti, che sembra fuori della realtà.

Philippe Gilbert taglia il traguardo
Philippe Gilbert al traguardo. Foto ©Digitalclickx

Gilbert taglia il traguardo fermandosi, alzando la bici al cielo, e poi passando la riga bianca a piedi. Come per ridicolizzare gli avversari. Ma così non è perché Philippe Gilbert è un bravo ragazzo, che in quel momento tornava umano, quasi non credendo a se stesso.
Ma questa vittoria ciclopica fa pensare a qualcos’altro ancora, in particolare di casa nostra.
In giro ci sono atleti-ciclisti non italiani di grande potenza muscolare. Si tratta dello stesso Philippe Gilbert, di Peter Sagan, di Van Avermaet. E poi dei vari velocisti del momento. Andre’ Greipel, Marcel Kittel, Alexander Kristoff, etc. I velocisti italiani stanno ad una spanna dietro.

I nostri ciclisti sembrano, in confronto, più delicati, soffici. Che, magari, riescono a vincere Giri a tappe. Vincenzo Nibali, Fabio Aru. Che fanno maggiore affidamento sulla leggerezza dell’essere nelle lunghe salite, piuttosto che nelle prove di potenza pura.
Gli stranieri ci sovrastano abbondantemente, ormai. Sia nelle prove di velocità, che nelle cronometro e tra i passisti, negli arrivi di potenza (breve salita finale).
Eppure un tempo non era così. Avevamo la potenza sovrumana di Mario Cipollini, di Alessandro Petacchi. Tra i migliori passisti italiani dobbiamo risalire a Francesco Moser.
Negli arrivi di potenza esplosiva finale (arrivo in salita) potremmo citare il passato di Paolo Bettini, Alessandro Ballan, e – perché no? – Danilo Di Luca. Un potenza pura su tutto mi è sembrato in ogni caso Gianni Bugno.
Ma, a prescindere da tutto, ho l’impressione che siamo in una fase storica nella quale sembra che l’atletismo italico non brilli della potenza altrove dilagante ed avanzante, ma di agile finezza.
Siamo stati, del resto, sempre più portati verso una conformazione fisica più agile, fine. Soprattutto negli ultimi tempi nei quali il ciclismo si è maggiormente indirizzato al sistema agile. Pedalare più veloce a ritmi ipercardici, ma meno dispendiosi in termini di acido lattico. Proprio Bettini è stato uno dei corridori antesignano della corsa in agilità, più indicata negli arrivi veloci di potenza (arrivi difficili con brevi strappi).
Tra i corridori famosi, che hanno trasformato la loro fisicità pesante in una agilità quasi innaturale, trova un posto speciale Lance Amstrong (doping a parte), vincitore di sette Tour di Francia. Amstrong, infatti, pur non avendo un fisico da scalatore, era diventato uno scalatore di primo piano, che basava tutto sul ritmo di pedalata. I due duelli con Marco Pantani evidenziavano l’assurdo confronto tra l’elefante (Amstrong) e il topolino (Pantani). Anche se non si trattava più dello stesso Pantani/1999, che, a mio avviso, avrebbe stracciato l’Amstrong costruito.
Pantani rientrava nella categoria (eccezionale comunque ) degli italiani atleti potenti-agili-leggeri.
Negli altri sport, tranne la potenza esplosiva di Alberto Tomba, che era un raro Hulk italiano, potremmo riconoscere una generalizzata gentilezza connaturata nel tempo degli Atleti italiani.
Pietro Mennea (quando non si vedevano ancora i potenti Atleti di colore) era un esile (ma formidabile) atleta nelle velocità pura, 100 metri e soprattutto 200 metri. Tutto nervi e cervello. Passione e forza di volontà.
Poi nel calcio atleti italiani altrettanto sofisticati, mentre altrove, pian piano, fino ai giorni attuali, si sviluppano calciatori possenti. Noi continuiamo nella traduzione di Gianni Rivera che sfiora il campo di gioco, di Roberto Baggio che soffia su palloni balistici al limite della precisione assoluta. Insigne e Verratti restano al passo dei giganti muscolosi stranieri, grazie solo alla loro tecnica gentile e soprattutto l’intelligenza calcistica.
Le nostre virtù tecniche raffinate potrebbero ancora rappresentare la nostra supremazia nel calcio mondiale, se non dovessimo fare i conti con un inflazione esagerata di calciatori stranieri, che inondano le nostre squadre di serie A, togliendo posto ai nostri ballerini gentili. Un’inflazione non solo determinata dalla necessità di stare ai tempi, ma anche di un sorpasso invisibile da parte delle Multinazionali del calcio, delle Società Spa, delle contrattazioni finanziarie su scala interplanetaria, che fanno del calcio una magia non più di casa nostra. Come una volta quando vincevamo per classe sopraffina.
Il calcio anche in Italia sta così diventando uno sport all’insegna della forza bruta, in allineamento continentale necessario(?). E così la Nazionale italiana barcolla con piccoli personaggi, che giocano nella serie maggiore solo nei posti di rincalzo.
Il ciclismo, ancora lontano dai livelli di interesse globale del calcio, sta comunque seguendo la stessa strada. Sta arrivando il ciclismo della forza bruta, della agilità parossistica. Christian Froome è un antesignano.
Anche qui si crea la frattura con in nostri ciclisti agili, della nostra storia e quelli che ancora tengono alta la nostra bandiera. Perché ancora dotati di arte sopraffina. Ma ormai in bilico con quelli della forza bruta.
E così Nibali e Aru devono concentrarsi su allenamenti molto mirati e speciali per riportare in auge il nostro ciclismo. Prova ne è che i primi mesi di ogni stagione ciclistica Nibali e Aru sono sempre in ritardo, perché devono centellinare la loro presunta forza bruta, per dare il massimo soprattutto con la loro forza sopraffina. Che a questo potremmo definire Arte. Anche questa particolare Arte italiana.

Ciò non toglie che Philippe Gilbert, Peter Sagan e gli altri non siano campioni eccezionali. È anche bello pensare, del resto, che lo sport italiano rimanga nell’ambito di un’Arte speciale italiana. Sempre che, dovendo vivere in mezzo ai fenomeni del globalismo crudo, compreso quello sportivo, non disperda le nostre peculiarità per contaminazione eccessiva.
Domenica 9 aprile prossimo ci sarà la Parigi-Roubaix, la corsa-martirio del pavé, dove di certo ci vuole forza. Ma anche altro che ha a che fare con equilibrio, stabilità, perseveranza, intelligenza. Chissà……
Eustacchio Franco Antonucci

Si ringrazia anche per la foto di copertina ©Digitalclickx

In this article