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È in corso a Roma, sino al 21 aprile alle Officine Fotografiche (Via Giuseppe Libetta 1), la mostra fotografica collettiva Time for rebels che racconta, attraverso una quarantina di scatti di reportage estremo, “gli scenari più caldi del pianeta”.

Giancarlo Ceraudo- disordini decennale default argentino

Diciamo subito che è difficile non rimanere toccati dall’intensità delle immagini che rappresentano una vera e propria carrellata nel dolore, trasportandoci nel cuore dei luoghi, e delle persone che li abitano, devastati da guerre, massacri, povertà, sogni infranti; ove la sopraffazione e l’abuso sono la norma: ma – giusta il titolo – ci conduce anche a vedere come questi diseredati del mondo, con quanta montante rabbia e commovente dignità – perché anche nel dolore ce ne può essere – si oppongano alle forze che li opprimono. Forze qui magistralmente rese come impersonali: una presenza soverchiante ed oscura che è il potere costituito, da caricare a testa bassa – non importa come, con fionde o con la mera fisicità del proprio corpo che si rende ariete o scudo, ma anche con l’espressione di uno struggente dolore per i propri cari caduti nei conflitti. Per non rassegnarsi in ogni caso al destino imposto, agli scenari scritti nelle stanze dei bottoni planetarie governate da chi è in alto, intoccabile.

Valerio Bispuri - Default argentinoValerio Bispuri ©- Default argentino

La mostra – che raccoglie le foto pubblicate dalla rivista Loop, negli ultimi dodici mesi, curata da Stefano Simoncini sotto la direzione artistica di Riccardo Venturi – è accompagnata virtualmente da una colonna sonora, e presenta riferimenti culti che spaziano dalla Quinta Sinfonia di Beethoven a The Fire Next Time di James Baldwin (saggio il cui titolo fu ripreso dal testo di uno spiritual anteriore alla Guerra Civile americana, cantato anche da B. Springsteen e che significativamente i curatori della mostra avevano ipotizzato come alternativo a quello prescelto).

Così, gli scatti ci portano, in una carrellata vertiginosa e dolente, nei paesi ove è fiorita – esplosa – la primavera araba (tramite le lucide e toccanti immagini di Francesca Leonardi dall’Egitto e Yara Nardi dalla Tunisia, ed ancora di Alessandro Tricarico con il suo collage di ventinove fotogrammi dalla simbolica Piazza Tahrir del Cairo) e dove ha avuto luogo la Guerra civile libica (nelle foto di Riccardo Venturi). Nella Palestina della Cisgiordania e Gaza – servizio di Giorgio Palmera –  e in mezzo al suo popolo, “schiacciato tra Israele ed Hamas”, che mostra tuttavia una infinita voglia di non rassegnarsi, di provare a ricostruire ogni volta quello che uno, mille conflitti invasati e folli hanno distrutto.

Giorgio Palmera- Palestina

Giorgio Palmera ©- Palestina

E ancora, le foto di Christian Tasso e Linda Dorigo ci parlano della pluridecennale lotta del popolo Sahrawi del Sahara Occidentale – il deserto rosso – per l’indipendenza dal Marocco, con uno sguardo indiretto che si concentra sulla condizione femminile delle donne e madri dei combattenti che ogni giorno, nonostante l’assenza dei loro uomini, nonostante tutto, portano avanti le difficile quotidianità in una terra tanto aspra.

Christian Tasso - deserto rosso SharawiChristian Tasso ©- deserto rosso Sharawi

L’apice emotivo della mostra è forse nei volti e corpi – fissati dagli occhi discreti e partecipati di Giuseppe Chiantera, Alessandro Ciccarelli e Danilo Palmisano – dei parenti delle vittime del genocidio dei bosniaci musulmani, compiuto a Srebrenica dalle truppe serbo-bosniache nel 1995 – così pochi anni fa – in ognuno degli sguardi delle madri vicino alle semplici, agghiaccianti bare ove giacciono i corpi dissotterrati e irriconoscibili allo sguardo, di coloro che sono chiamati al pietoso compito dell’identificazione, negli edifici abbandonati e distrutti, “cicatrici di un passato indelebile”. E’ qui davvero in scena il parossismo della pazzia atroce della guerra; cui forse solo la fotocamera restituisce un poco di giustizia nel documentarne gli orrori.

Allessandro Ciccarelli e Danilo Palmisano SrebrenicaAlessandro Ciccarelli e Danilo Palmisano © – Srebrenica

Ma la mostra ci fa viaggiare anche in un altro continente, al confine tra Stati Uniti e Messico ove il Muro della Vergogna (el Muro de la Vergüenza) – così come lo chiamano i Messicani – separa il “sogno” americano dalle migliaia di immigrati clandestini che tentano ogni anno di varcarlo. Nella triste realtà di coloro che, catturati dalle pattuglie di confine finiscono nello squallido Hotel Migrante, una struttura ove possono sostare qualche giorno in condizioni desolanti, prima di essere rimandati in Messico. Altri volti, corpi segnati, altre mura fatiscenti, fotografati magistralmente da Fabio Cuttica.

Fabio Cuttica Messico Hotel Migrante

Fabio Cuttica © – Messico Hotel Migrante

E pure, con Michele Palazzi, nel cuore del movimento Occupy Wall Street; attraverso la lente di Cristina Mastrandrea, in quello denominato Tents City che ha inscenato la protesta Occupy Tel Aviv; nella rabbia degli Argentini di Buenos Aires contro le Banche e quella finanza che li ha portati allo stremo sino alle soglie della rovina ed oltre (reportage di Valerio Bispuri, con un contributo di Giancarlo Ceraudo).

Cristina Mastrandrea Occupy Tel AvivCristina Mastrandrea © – Occupy Tel Aviv

Fino a documentare – con un’immagine del bravissimo Alessandro Penso, prescelta come simbolo della mostra – gli scontri di piazza a Roma del 15 ottobre 2011, per i quali forse sarebbe più opportuno citare il Pasolini poeta che lucidamente, sulla sommossa di Valle Giulia del 1968 – spiazzando sostanzialmente tutti – compose questi versi: “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti! / Perché i poliziotti sono figli di poveri”.

Alessandro Penso - Roma scontri 15 ottobre 2011Alessandro Penso © – Roma scontri 15 ottobre 2011

A questo punto appare forzata l’inserzione di un’immagine scattata al congresso del Popolo della Libertà del 2009 – facente parte di un ampio reportage a titolo “Welcome to Berlusconistan” – paragonata alla intensa, drammatica intensità documentata nella mostra, e fatta di disperazione, guerra, morte, e delle rivolte che queste hanno generato. Ed è un peccato perché il fotografo Simone Donati è un eccellente osservatore ed interprete della realtà, dotato di una tecnica robusta che ci catapulta con ingegno e finezza su uno sguardo non banale della realtà. Il fatto è che la situazione politica italiana – per dirla con E. Flaianoè grave ma non è seria.
Rimanendo infine nel nostro paese abbiamo una rappresentazione – di Ruggero Delfini – di uno stridente contrasto: l’immagine di una cappella votiva accosta al muro oltre il quale si trovano – invisibili nella foto – le gigantesche antenne che irradiano in tutto il mondo, attraverso la ionosfera, il segnale di Radio Vaticana, ma che generano inevitabilmente inquinamento elettromagnetico.
Si tratta in definitiva di un’eccellente esposizione, sapiente miscela di immagini sgranate, colori accesi ma anche bianco e nero classico ed efficace, presentata in una cornice suggestiva ed appropriata, da raccomandare senza riserve.

Andrea Festa

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