Africa. Colonialismo sotto mentite spoglie


Categoria: Africa, GEOGRAFIA DEI POTERI

di Pasquale Esposito

sabato, 20 marzo 2010
Potremmo trovarci di fronte all’ennesima forma di colonialismo. Se è vero che la vendita e l’affitto a lungo termine di terre coltivabili è un fenomeno che contagia un po’ tutti i continenti [1] è il sud del mondo a veder concentrate le mire. In questa sede sarà l’Africa oggetto di qualche riflessione in più.

 

Tanzania. Capanna in un bananeto. 2008. Foto Pasquale Esposito separa_didascalia.gif

In una recente dichiarazione Olivier de Schutter, relatore delle Nazioni Unite sui diritti all’alimentazione, ha precisato che dal 2006 tra i 15 e i 20 milioni di ettari di terre agricole sono state oggetto di transazioni e acquisizioni tra i paesi in via di sviluppo e investitori stranieri. Un vero e proprio accaparramento di terreni. E per dare un’idea delle dimensioni si sta parlando di una superficie paragonabile a quella di tutte le terre coltivabili in Francia [2]..

La crisi alimentare scoppiata nel 2007 con l’esplosione dei prezzi delle derrate e la successiva crisi economica e finanziaria mondiale che tuttora tiene sotto scacco molti paesi ha accelerato il fenomeno.

La pressione sulle terre è destinata a crescere, con conseguente aumento della speculazione, a causa di perdite di superfici coltivabili per i cambiamenti climatici, all’aumento demografico, alle diverse diete alimentari soprattutto nei paesi in via di sviluppo e agli investimenti per la produzione di piante da utilizzare per la produzione di carburanti.

Basterebbe pensare che la Cina ha visto decrescere la propria produzione di riso dell’8% negli ultimi dieci anni con la conseguente perdita di fiducia nella capacità del mercato di rispondere alle esigenze del paese [3].

Alla corsa partecipano gruppi industriali, banche d’investimento, fondi sovrani, hedge funds, fondi pensione a testimoniare che le prospettive di profitto sono oramai consolidate negli ambienti finanziari con tutto ciò che ne consegue in termini speculativi.

Secondo il giornalista Joan Baxter gli stimoli a questi “investimenti” promanano anche dalla Società finanziaria internazionale (SFI) della Banca Mondiale, dal Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo delle Nazioni Unite e dalla stessa FAO. Le basse rese e in genere il limitato sfruttamento sono gli argomenti principali per supportare queste scelte, ma «le terre a maggese o incolte permettono la rigenerazione dei suoli e dei fiumi…le popolazioni indigene traggono innumerevoli risorse da queste aree boscose e da questi terreni “inutilizzati” (cibo, fibre tessili, spezie, sostanze oleose, condimenti e piante medicinali)» [4].

Uno dei casi più eclatanti è stato quello della sudcoreana Daewoo Logistics che aveva firmato un accordo che prevedeva l’affitto di circa 1,3 milioni di ettari ovvero la metà della terra coltivabile in Madagascar per produrre olio di palma e mais di cui i sudcoreani sono tra i maggiori consumatori al mondo. L’operazione avrebbe dovuto avvenire a costo zero con in cambio l’assunzione di manodopera. Sono scoppiate rivolte diffuse che hanno contribuito al rovesciamento del governo.

Lo sceicco Mohamed al Amoudi, di origini etiope, residente in Arabia Saudita grazie alle sue disponibilità finanziare e ai contatti con il regime di Addis Abeba per acquisire attività in ogni settore compreso quello agricolo. Spera di ottenere anche finanziamenti dal governo saudita per la coltivazione all’estero di derrate di base.

Terre spesso sottratte ai contadini a cui furono espropriate e che in base ad un meccanismo di licenze, per l’assenza di proprietà privata, sono state distribuite in larga parte ad investitori stranieri.

Non bisogna dimenticare che l’Etiopia resta uno dei paesi con il più alto rischio di carestia al mondo e certo destinare campi a colture per l’esportazione non sembrerebbe una grande idea. Senza pensare al diverso uso delle acque e non si può tralasciare la considerazione che le coltivazioni destinate all’esportazione possono aggravare la situazione alimentare locale. Il governo ha sempre sostenuto comunque che erano terre non coltivate e che non sono state sottratte ai legittimi proprietari [5].

Sempre restando ai sauditi e al mondo degli sceicchi, preoccupati fortemente della carenza di cibo in prospettiva, stanno avviando un’impresa da 250 milioni di dollari che probabilmente investirà oltre che in Etiopia anche in Sudan paesi che si trovano sulla sponda opposta del mar Rosso [6].

Un altro risvolto della vendita o dell’affitto a lungo termine a multinazionali è quello che accade nelle due grandi aziende del gruppo indiano Karuturi Global che su una superficie di 300 mila ettari in totale stanno adottando macchine e tecniche moderne ma anche paghe medievali per i braccianti che ricevono circa 70 centesimi di dollaro al giorno e molti sono bambini. Senza contare che utilizzano il fiume per irrigare campi di mais e risaie e così i pastori non possono più abbeverare il bestiame [7].

In Sierra Leone, altro paese che deve affrontare crisi alimentari periodiche, la società svizzera Addax Bioenergy ha ottenuto in gestione 20.000 ettari per coltivare canna da zucchero e produrre quindi bioetanolo. Progetto sostenuto dalla Banca europea degli investimenti e dalla Banca africana e con la firma di un capo locale. Molte famiglie non potranno più coltivare i prodotti tradizionali finendo, solo in parte, col diventare salariati con una paga giornaliera di 1,8 euro. Come la stragrande maggioranza di questi accordi non se ne conoscono le clausole per capire fino in fondo i risvolti [8].

L’onnipresente Cina ha firmato un accordo con la Repubblica democratica del Congo per coltivare a palme per olio per biocarburanti su quasi 2,8 milioni di ettari. Mentre compagnie indiane, oltre nella citata Etiopia, hanno comprato o affittato terre per centinaia di migliaia di ettari in Kenya, Madagascar, Senegal, Mozambico per colture destinate al mercato indiano. Ovviamente non sono fuori dal giro capitali americani come quelli della Jarch Capital che è riuscita ad affittare 800 mila ettari nel Sudan vicino al Darfur. E per concludere non poteva mancare al banchetto l’Europa con alcune società produttrici di biocarburanti [9].

Pasquale Esposito

[1] Sono in corso trattative per l’acquisizione di una società agroalimentare da parte di un gruppo cinese in un’area situata tra Québec et Drummondville, “La Chine sur le point d’acheter des terres québécoises“, http://farmlandgrab.org/, 16 Marzo 2010; un altro esempio è l’acquisizione di 330 mila ettari, da parte della Black Earth Farming, nelle regione delle Terre Nere in Russia. Anche l’Ucraina non è immune da queste acquisizioni.

[2] “Les achats de terres cultivables s’accélèrent dans le monde“,  http://farmlandgrab.org/, 10 marzo 2010

[3] Oliviers de Schutter “Je suis réservé sur la location de terres pour une longue durée”, Le Temps, 25 febbraio 2010

[4] Joan Baxter, “La grande corsa alle terre africane“, Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2010, pag. 16

[5] Andrew Rice, “L’Africa senza terra“, The New York Time Magazine nella traduzone de L’internazionale, 11 dicembre 2009, pagg. 38-39

[6] Andrew Rice, ibidem, pag. 38

[7] Marina Forti, “Predatori di terreni” , Il Manifesto, 24 febbraio 2010 pag. 2

[8] Joan Baxter, “Il caso Addax Bioenergy”, Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2010, pag. 16

[9] John Vidal, “How food and water are driving a 21st-century African land grab”, www.guardian.co.uk, 7 marzo 2010