Arcade Fire. The Suburbs. Canoni della tradizione e scie del recente passato


Categoria: SPARTITI DI MASSA, Tracce d'artista [A-D]

mercoledì 18 agosto 2010

A distanza di tre anni da Neon Bible gli Arcade Fire hanno pubblicato il nuovo lavoro: The Suburbs. Critica e colleghi importanti come Peter Gabriel, Chris Martin, David Bowie, Bruce Springsteen, U2 li hanno eletti a band di riferimento degli ultimi anni.
Nonostante un’indipendenza riconosciuta stanno accrescendo la loro fama anche fuori dal loro ambito diretto: Wake Up è stata la colonna sonora  nello spot della NFL 1 in occasione del SuperBowl 2010 ed è stata adottata da una squadra di calcio. Sempre Wake Up è nella colonna sonora del film “Nel paese delle creature selvagge”.

Il cantante Win Butler ha spiegato che il disco ha il suo <<cuore centrale>> legato <<all’idea dei sobborghi>> ed esprime tutta <<la voglia di rendere in modo fresco e vivace quello che è il feeling della band>> [1].  Un lavoro prodotto con un basso livello di tecnologia senza grandi studi di registrazione e che sempre Win colloca per il sound tra i Depeche Mode e Neil Young.

Molto alto il giudizio sintetico (86 su 100) elaborato da metacritic.com sulla base delle 33 recensioni analizzate. Era quanto si aspettava e forse perché, come ha scritto nel suo articolo Madeddu, il gruppo è più interessato al giudizio di Pitchfork <<che non di allargare la base di consensi>>.  Il critico segnala scelte coraggiose ma che non sempre paiono riuscite. Vuoi per l’essere un concept album con testi e musiche a tinte spesso plumbee, vuoi per  la mancanza di un’immediatezza, vuoi per una <<sensazione di diffusa introspezione Butlercentrica>>.  Segnalate:  The Suburbs, We Used to Wait, Sprawl e Month of May l’unico brano rock [2].

Pur avendo abbandonato in alcuni tratti il sentiero maestro,  Busi considera The Suburbs imperdibile schierandosi tra coloro che non si sentiranno traditi dalle digressioni pop. Modern Man, Wasted Hours e Empty Room riprendono sonorità dei lavori precedenti, mentre è The Suburbs <<la perfetta canzone indie pop, sull’onda di melodie alla Belle And Sebastian, non esce più dalla testa>> come We Used to Wait <<probabilmente un brano destinato a diventare uno dei pezzi forti di questo album>> [3].

Per Falzetti <<la sensazione di trovarci di fronte un album compiuto in tutti i sensi è forte>>. I temi che si aprono sono la ritrosia per la modernità e la problematicità dei nostri giorni senza però trascendere nell’oscurantismo.  Il tutto raccontato con profondità e dovizia di particolari, <<sedici brani, per un ora abbondante di musica, eppure il disco sembra coraggiosamente costruito per essere ascoltato tutto d’un fiato >>[4].

Come altri,  Boscolo segnala il cambio di direzione ma non è disposto a concedere fiducia totale.  Il cambiamento è verso la tradizione ma sarà il tempo a chiarire se siamo in presenza di una <<sincera spinta artistica o se non sia, invece, il caso di un appannamento, di una vena compositiva che mostri i primi segni di inaridimento>>. Rococo, City With No Children e Ready to Start esempi di sonorità in stile Arcade Fire. Lo sguardo al classico lo si trova per esempio in The Suburbs che  richiama i Sixties (tra Beatles, Phil Spector e Van Dyke Parks),  in  Sprawl II (Moutains Beyond Mountains) <<cantata da Régine in trip Björk e sottolineata da basi in gita europop>> e  nell’<< interessante synth-pop tra New Order e Abba di Half Light II (No Celebration)>> [5].

Nemmeno Coacci sottoscrive a pieno The Suburbs. Il limite principale del disco è la compattezza: troppi brani, difficoltà in alcuni momenti a connetterli per la loro eterogeneità come se avessero voluto accontentare tutti. Tra le migliori espressioni la title-track, <<il pomp-punk (una sorta di ELO + Velvet Underground, violini scroscianti su rock brullo e percussivo) di Empty Rooms>>, Half Light I, Half Light II (No Celebration), Deep Blue e Sprawl (Flatland). Da dimenticare City With No Children e Wasted Hours [6].

Asquini conferma che l’attesa e il rumore che si è fatto intorno al terzo disco degli Arcade Fire è eccessivo rispetto al suo contenuto. Non è un prova scadente e la prosa resta di impatto ma, come già osservato, sembra perdersi nella durata e nelle scelte sonore. Manca <<immediatezza>>, <<vivacità>> e <<innocenza>>. Tra i brani migliori è il caso di ascoltare i primi due brani, Half Light I <<nel quale una commovente sinfonia d’archi si innalza limpidissima e malinconica nel suo incedere straziante, si accende e si spegne calorosamente>> e Half Light II (No Celebration) [7]. Non vi curate di noi e ascoltate!
di Ciro Ardiglione

genere: alt-rock
Arcade Fire
The Suburbs
etichetta: Universal
data di pubblicazione: 02 agosto 2010
brani: 16
durata: 63:54
cd: singolo

[1] Gino Castaldo, “I giovani del rock puri e indipendenti da Montreal hanno sedotto i big”, La Repubblica, 1 luglio 2010
[2] Paolo Madeddu, “Nati ai bordi di periferia”, Rolling Stone Magazine, agosto 2010, pag. 128
[3] Fabio Busi, www.rockshock.it,  6 agosto 2010
[4] Luca Falzetti, www.indie-rock.it
[5] Marco Boscolo, www.sentiresacoltare.com, 01 Agosto 2010
[6] Simone Coacci, www.storiadellamusica.it
[7] Alberto Asquini , www.ondarock.it, 30 luglio 2010