Birmania. La giunta dei militari saldamente al potere


Categoria: Asia, GEOGRAFIA DEI POTERI

lunedì, 21 marzo 2011

I militari che tengono sotto scacco da decenni le popolazioni birmane non sembrano preoccuparsi di quanto sta accadendo in queste mesi in molte parti dell’Africa e del Medio Oriente.Guerra in Libia compresa.  Uno degli esempi è Maung Aye, il numero due della giunta, di cui si preannunciò il ritiro ma che, a tutt’oggi,  non ha abbandonato né il suo ruolo né tutti privilegi che il potere gli consente.
Del resto, sembra che l’addio dei militari alle cariche della giunta o all’esercito stesso non sia altro che un passaggio verso posizioni da civile che permettono il perpetrarsi del  controllo sui birmani. I ministri del nuovo governo nominato dopo le elezioni farsa del 7 novembre scorso [1] sono spesso ex generali. E quando non sono militari sono uomini d’affari vicini alla giunta. L’attuale presidente Thein Sein, era già premier nel precedente governo militare, alle dipendenze del capo delle Forze armate (Tatmadaw) Than Shwe.
Quest’ultimo è il vero capo della giunta e lo resterà ancora, secondo quanto riporta il quotidiano indipendente The Irrawaddy, nonostante la prossima nomina di Gen Min Aung Hlaing a  nuovo comandante in capo [2].

Birmania. Yangon, gennaio 2011. Foto Paolo Palmieri

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Si tratta di una strategia per cui in abiti civili, propri o altrui, si detiene il potere stando fuori dal palco.  Nel nuovo parlamento i quattro quinti dei seggi appartengono al Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’unione (USDP), di diretta emanazione della giunta. I militari inoltre si sono riservati un quarto dei seggi. Secondo quanto scritto dal quotidiano di regime The New Light of Myanmar i 388 militari nominati sono così suddivisi 110 entrano nella Camera bassa, 56 nella Camera alta e 222 nelle Camere regionali
Come se non bastasse, per fare un esempio, i parlamentari della Camera bassa non possono semplicemente rivolgere un’interrogazione se non dopo averla chiesta dieci giorni prima al direttore generale della Camera e sempre che non leda gli interessi nazionali, riveli segreti di stato o metta in pericolo le relazioni internazionali. Un controllo strettissimo che si esplicita anche con il fatto che gli edifici dei quattordici Parlamenti locali non saranno nelle rispettive capitali ma a Naypyidaw capitale della Repubblica dell’Unione di Myanmar.

Birmania. Mandalay. Monaci in fila per il pranzo, gennaio 2011. Foto Paolo Palmieri

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E sotto stretta sorveglianza continua a essere la Lady dell’opposizione nel paese e cioè il premio Nobel Aung San Suu Kyi nonché leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), partito ancora fuorilegge e che ha chiesto di boicottare le elezioni parlamentari di novembre. La scarcerazione di Aung San Suu Kyi avvenuta tra i festeggiamenti il 13 novembre 2010, è parte di quella lenta ripulitura di facciata della dittatura e la donna rimarrà libera fino a quando non sarà di intralcio alla dittatura e ai suoi affari.
Del resto la Cina quelle elezioni le ha appoggiate e l’Associazione delle nazioni dell’Asia sud orientale (Asean) ha definito il voto un <<significativo passo in avanti>> [3]. E come potrebbe essere altrimenti visti gli enormi interessi tra la giunta e molti paesi dell’Asia Cina, Corea e Thailandia in testa, senza tralasciare  Russia e India e senza dimenticare che le esportazioni verso l’Europa continuano a esserci.

Birmania. Un pescatore sul lago Inle, gennaio 2011. Foto Paolo Palmieri

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Non sono pochi dentro e fuori il paese a chiedere ad Aung San Suu Kyi di rivedere la sua posizione sull’embargo. Intanto oltre all’assenza di molte nazioni, le restrizioni sono limitate e non impediscono l’approvvigionamento di ricchezze dei potentati civili e militari. Del resto, secondo un documento della Lnd, <<tra gli investimenti elencati dal governo, oltre alla predominante fetta per l’esercito e le imprese collegate, ci sono anche le «opere pubbliche»…strade e gasdotti per trasportare meglio le risorse del paese verso i mercati esteri. Di accessi alle foreste da tagliare, alle nuove città e ai siti di industrie pesanti estrattive, alle dighe che hanno costretto migliaia di contadini a lasciare le loro terre, ai porti oceanici per le petroliere e le navi da carico, ai luoghi di combattimento dove l’esercito «ripulisce» le zone di sviluppo dalla presenza delle popolazioni indigene>> [4].
Gli arricchimenti per i militari in uscita e le loro famiglie sono favoriti ulteriormente dal processo di privatizzazione per imprese nel settore della gestione dei porti, dell’energia, delle banche che sono finite nelle loro mani in particolare dal febbraio 2010.

Birmania. Tempio nella valle di Bagan, gennaio 2011. Foto Paolo Palmieri

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Per il prossimo anno fiscale il bilancio prevede circa 1,50 miliardi di dollari al ministero della Difesa, che rappresenta quasi il 20% del totale dei fondi, poi ai settori dell’energia e della finanza, mentre all’istruzione restano il 4%, al Welfare un ridicolo 0,26% e alla Sanità un misero 1,31%. La Birmania resta il paese più povero nell’Asia sudorientale.
Questo senza voler dimenticare le minoranze combattute violentemente dalla dittatura. Ci sono circa diecimila profughi Karen fuggiti, per gli scontri che continuano anche ora tra esercito regolare e ribelli, in Thailandia e molti di loro non potendo lavorare stentano a sopravvivere accampati alla meno peggio [5].

Birmania. Il lavoro nei campi, gennaio 2011. Foto Paolo Palmieri

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Il quadro generale della Repubblica al momento è bloccato, ma qualche  osservatore come Egreteau valutando il ricambio generazionale tra il gruppo dirigente militare, il loro potere assoluto che si media con forme politiche <<civili>>, l’entrata di alcuni di essi nell’agone economico, la presenza, sia pur marginale, di un’opposizione parlamentare riconosciuta sostiene che potrebbero, forse, esserci i presupposti per qualche sfaldamento nel futuro anche se non si sa quando.  C’è bisogno di democratizzare il sistema per <<frenare la criminalizzazione a oltranza di una società birmana (ambienti di affari mafiosi, baroni della droga locali, milizie etniche armate…) pronta alla violenza politica, e lacerata da conflitti d’interesse finanziari o politici che gravitano attorno all’onnipresente potere militare>> [6].
di Pasquale Esposito

[1] Sono le prime che si svolgono dal 1990 quando, dopo una grande partecipazione popolare, trionfò il partito di Aung San Suu Kyi. Non sono stati ammessi osservatori occidentali e le accuse di brogli sono arrivate da tutte le parti. La Nobel Aung San Suu Kyi aveva boicottato le elezioni mentre la Forza democratica nazionale e altre formazioni etniche.
[2] www.irrawaddy.org, “As Head of New Military Council, Than Shwe to Reign Supreme”, 17 marzo 2011
[3] Aung Zaw, “La nuova sfida di Aung San Suu Kyi”, The Irrawaddy, nella traduzione di Internazionale, 19 novembre 2010, pag. 17
[4] Raimondo Bultrini, “In Birmania il regime fa più danni dell’embargo”, Limes, 10 febbraio 2011
[5] “Migliaia di rifugiati karen in Thailandia a rischio fame”, www.asianews.it, 25 febbraio 2011
[6] Renaud Egreteau, “La giunta birmana cerca abiti civili”, Le Monde diplomatique-Il Manifesto, febbraio 2011, pag.24