Debito pubblico finto, effetti reali. Parte prima.


Categoria: ECONOMIA

giovedì, 2 febbraio 2012

La situazione economica dell’Italia, come quella di tutti i Paesi del mondo, è drammatica. Molte aziende, pur di mantenere la redditività inalterata, si trasferiscono all’estero. Quelle che non riescono ad espatriare vivono momenti duri o addirittura chiudono. Numerosissimi sono gli esercizi commerciali e le piccole imprese di artigiani costretti alla “restituzione” della partita iva. Di conseguenza l’esercito dei disoccupati cresce a dismisura. C’è una caduta del reddito pro-capite che innesca una spirale negativa portando l’economia verso la recessione.

Eire. Dublino, un senzatetto nel centro della città. Agosto 2011. Foto Pasquale Esposito

Lo studio della crisi corrente viene fatta attraverso l’analisi di indicatori economici come il Pil, il reddito pro-capite, il tasso di disoccupazione ecc.. Si tratta di indici asettici che non danno il quadro della realtà, cioè della vita vissuta dalle persone. Alla chiusura di un negozio o di un licenziamento, ad esempio, seguono spesso situazioni di vita reale infauste. Come la impossibilità di mandare i figli a scuola o di curarsi per malattie più o meno gravi, di avere la difficoltà di mettere un piatto a tavola, di essere costretti a vendere la casa acquistata con tanti sacrifici. Non c’è più la possibilità di praticare un hobby, di poter uscire a mangiare una pizza con la propria famiglia, ecc.. In pratica si piomba in una situazione di indigenza inimmaginabile, per chi la soffre, solo qualche anno prima. Chi non sopporta la “caduta” può ammalarsi, spesso di depressione ma anche il cancro può essere in agguato, o arrivare a gesti estremi come il suicidio.
Un ruolo decisivo nel portarci a questo stato di cose lo sta avendo la pressione fiscale, che sta diventando sempre più consistente. Gli aumenti si vedono soprattutto sui prezzi dei beni e dei sevizi ai quali è quasi impossibile rinunciare. Un esempio per tutti è quello della benzina.
I nostri governanti, attraverso tutti i mezzi di comunicazione, ci dicono che questi sacrifici vanno fatti perché abbiamo un enorme debito pubblico che va onorato. Che tutti indistintamente saranno chiamati a fare la propria parte. Che le ristrettezze dureranno giusto il tempo di rientrare. Poi torneremo alla felicità. Io ho i miei dubbi.

Lo Stato per erogare servizi e per tamponare il debito utilizza tre leve. La prima è costituita da un caleidoscopio di tasse, imposte e gabelle di ogni specie. La seconda è data dalla vendita del patrimonio pubblico. Con la terza si raccoglie liquidità attraverso la emissione di titoli di stato. Va da sé che la recrudescenza della malattia chiamata fisco è dovuta non alla volontà di aumentare i servizi pubblici offerti ai cittadini, ma alla necessità di restituire ai nostri creditori ciò che ci hanno prestato.
Ma chi sa dire da dove deriva questo fantomatico debito pubblico? Sembra che le sue origini non siano conosciute. Mi è capitato di interrogare su questa questione numerosi avvocati, commercialisti,  insegnanti ecc. che alla domanda “Con chi siamo indebitati?” non hanno saputo rispondere. Certo che onorare un debito del quale si conosce solo l’importo, ma non che cosa ci è stato prestato e chi lo ha fatto, è singolare. Nella gestione di un negozio, tutti i commercianti sanno cosa gli è stato fornito e da chi e conoscono l’ammontare complessivo del debito e la data esatta in cui dovranno estinguerlo. Così non sembra essere per il debito pubblico, almeno per molti degli italiani.

Per dipanare la matassa è bene chiarire un paio di concetti. Che cosa è la moneta e che cosa sono le Banche centrali.
La moneta, cioè banconote e monete metalliche, è stata davvero una grande “invenzione”. Essendo stata accettata come mezzo di pagamento, essa ha permesso lo sviluppo dei commerci. Non sarebbe possibile immaginare la nostra realtà economica senza questo fantastico strumento. Bisognerebbe stabilire, ad esempio, quanto pecorino occorre per effettuare uno scambio alla pari con una memoria di un pc; quanto olio per un volo aereo; quante scarpe per una chitarra e via dicendo. Sarebbe la paralisi. Quindi la moneta è misura del valore, dato che tutti i beni e servizi a disposizione del consumatore sono misurati con un unico metro. Ma se è certo che essa è una misura del valore, è altrettanto vero che la misura non ha valore, o ha valore irrisorio. Mi spiego meglio. Tutti sappiamo che in passato le monete erano fatte di materiali più o meno preziosi: oro, argento, rame ecc.. Quindi se una moneta valeva, per esempio, un euro era perché essa conteneva una quantità di metallo pari, o di poco inferiore, ad un euro. Essa aveva un valore intrinseco. Successivamente nacquero le banconote che non avevano valore in sé, ma potevano essere in ogni momento convertite in oro. Cioè il portatore di una fede di credito, titolo cartaceo emesso dal Banco di Napoli e dal Banco di Sicilia all’epoca dei Borbone, poteva recarsi in banca e farsi dare il corrispettivo in oro del valore indicato sul titolo stesso.
Oggi l’euro, come pure il dollaro, non ha valore suo proprio e non può neanche essere convertito in oro. L’unico suo valore è il costo di produzione, che è irrisorio rispetto al valore che viene stampigliato sul biglietto. Una banconota cui noi diamo il valore di 500,00 euro, vale di suo  30 centesimi, cioè quanto è costato per produrla.
Veniamo alle banche centrali. La prima banca centrale ad essere costituita fu la Bank of England nel 1694. Man  mano un po’ tutti i Paesi sentirono la esigenza di dotarsi di un istituto simile. La Banca d’Italia nasce con la legge 443 del 10/08/1893, essendo stata portata a conclusione l’opera di depredazione delle ricchezze della gente del Meridione.
Oggi i Paesi dell’area Euro fanno riferimento alla BCE cioè alla Banca centrale europea. Più che di banca è bene parlare di Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC), nel quale sono confluiti tutti gli Istituti Centrali di ciascuno degli Stati aderenti. A questo organismo è assegnato il compito di porre in essere la politica monetaria ritenuta più adatta alla situazione economica dell’Unione Europea. In sostanza attraverso l’aumento o la diminuzione della moneta in circolazione nel sistema economico, e/o la modifica dei tassi di interesse l’Istituto di Emissione dovrebbe essere in grado di indirizzare a suo piacimento l’andamento dell’economia. Toccare queste leve  comporta conseguenze reali sulla vita delle persone. Una riduzione della moneta in circolazione comporta il rallentamento dell’economia – leggi, ad esempio, difficoltà a mantenere un tenore di vita accettabile.
Per completezza ricordo che la FED (Federal Reserve Bank) è anch’essa un sistema di banche.
Ma che cosa c’è che non va? Lo vedremo nel prossimo articolo.

Tommaso Pontonio