Grecia. Fuori dall’Euro? Intanto si vende il Paese


Categoria: Europa, GEOGRAFIA DEI POTERI

sabato, 28 maggio 2011

I greci continuano le loro proteste. Sulla scia di Madrid le piazze della città iniziano ad essere presidiate da indignados. Ma non sono solo le piazze ad esserlo. I lavoratori della Poste Bank hanno occupato gli uffici dell’amministrazione. Gli operai dei porti di Patrasso e Salonicco sono in rivolta per la crisi e le privatizzazioni annunciate.

Grecia. Meteore, 2005. Foto Maurizio Stanziano 

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L’elenco sarebbe lunghissimo, è un focolaio che si allarga in tutto il Paese. Le manifestazioni si rincorrono spontanee o su richiesta delle organizzazioni sindacali. Il numero di scioperi generali in poco più d un anno non si contano più.

Le condizioni restano gravi e il rischio di una degenerazione in guerra civile aumenta. I greci devono fronteggiare con sacrifici anni di consumismo senza controllo, evasione fiscale, finanza allegra e creativa e  corruzione diffusa, ma difficilmente potranno farlo, e lo hanno già dichiarato, con i ritmi e le condizioni imposte dalla Banca Centrale Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Unione europea. L’aggravante che potrebbe far esplodere il contesto sociale è il modo con cui questi sacrifici sono distribuiti. Le varie manovre che si stanno susseguendo non riguardano, se non marginalmente, l’ambiente finanziario, economico e politico che ha truccato i conti e che appartiene al sistema di corruzione che ha dominato il paese. Assente anche una politica contro l’evasione fiscale se si pensa che, anche dopo la riforma, in Grecia solo cinquemila contribuenti dichiarano più di centomila euro l’anno [1].

Grecia. Delphi, Teatro antico, 2005. Foto Maurizio Stanziano 

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Non c’è traccia di un piano che possa convogliare risorse sufficienti per la crescita economica del paese. Lo sviluppo è il modo migliore per affrontare un debito a media e lunga scadenza. I tagli e le restrizioni hanno aggravato pesantemente la crisi ed è difficile restituire denaro quando se ne continua a produrre sempre meno. Non solo, ma la speculazione finanziaria fa il suo sporco gioco scommettendo al ribasso, provocando un allargamento della forbice dei tassi rispetto a quelli tedeschi, aggravando così il costo degli interessi sul debito che dovrà essere saldato. Una spirale infernale.
Il rischio di fallimento dello Stato è sempre più evidente tanto che fin nei palazzi del potere se ne parla apertamente tanto che il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha preso posizione dichiarando che il fallimento della Grecia potrebbe avere <<conseguenze anche più drammatiche del crack di Lehman Brothers>> [2].
Dichiarato apertamente anche lo scenario di un’uscita della Grecia dall’euro come ha scritto sul suo sito la Commissaria europea per la pesca, Maria Damanaki (membro del Pasok al governo ad Atene), <<o troviamo un accordo con i creditori in modo che il nostro programma di duri sacrifici abbia risultati, oppure torniamo alla dracma>>. Già agli inizi di maggio il settimanale tedesco Der Spiegel paventava questa possibilità nelle discussioni politiche, ma era stato smentito dal ministro delle Finanze Giorgos Papakonstantinou che ancora qualche giorno fa ha ribadito che l’uscita dall’euro <<non è in discussione>> e che una ristrutturazone del debito non risolverà i problemi.
Il debito ammonta a circa 344 miliardi di euro e vede come principali soggetti  le società finanziarie straniere con più del 26%, le banche greche compresa quella centrale con  il 16,6%, le banche europee con più del 14%, la Bce all’11,6% e l’Unione europea  con l’11,3% [3]. E’ chiaro che le cifre sono enormi e un fallimento può generare un terremoto che scuoterebbe dalle fondamenta il sistema. Anche in considerazione di un effetto a catena su altri stati come Portogallo e Irlanda prima e Spagna poi (e lasciamo perdere l’Italia e le recenti previsioni negative sulla crescita) che sul fronte debito “non godono di ottima salute”.
Lo scorso hanno a fronte di una politica di lacrime e sangue la Grecia aveva ottenuto un prestito di 110 miliardi di euro per affrontare la crisi finanziaria. Il piano prevede che nel 2012 il governo greco possa tornare sul mercato a raccogliere prestiti per 27 miliardi e questo considerata la situazione non è nemmeno immaginabile. Bisognerebbe procedere ad una ristrutturazione alla quale si oppongono più di un paese con Finlandia, Germania e Olanda che fanno da capofila. La mancata ristrutturazione con un ulteriore intervento europeo a sostegno provocherà il blocco della tranche del Fondo monetario ( 4 miliardi) prevista per fine giugno. L’Fmi senza garanzie sulle politiche di bilancio e sulle risorse finanziarie non staccherà l’assegno. A fine giugno anche l’Ue verserà la sua quota del valore di 8 miliardi
Sembra proprio che i 110 miliardi non bastino e a Bruxelles sembrano tutti concordi ma l’idea di ristrutturare il debito (tempi e condizioni finanziarie diverse) non è considerata come percorribile. Lo ha detto il membro del consiglio esecutivo dell’Eurotower Juergen Stark come pure il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker che ha insistito con la litania delle privatizzazioni, delle riforme strutturali e dei tagli alla spesa pubblica.
Il motivo di questa contrarietà della Bce va ricercato, come ha spiegato bene Caselli, non tanto nella preoccupazione del contagio degli altri paesi,  quanto nella funzione storica della banca che dovendo provvedere alla liquidità dell’economia europea presta denaro alle banche che garantiscono con titoli pubblici e che vengono acquistati proprio per questo motivo. In questo sistema per la Bce i titoli pubblici sono tutti uguali per le garanzie sui prestiti e cioè che il valore del debito tedesco è uguale a quello greco. Le conseguenze sono state  <<in primo luogo, la Bce segnalava ai mercati di considerare inconcepibile la prospettiva che un Paese membro dell’Unione monetaria potesse ristrutturare o ripudiare il suo debito. Questo ha consentito a certi Paesi di continuare a lungo a indebitarsi a tassi artificialmente bassi, e a ritmi che oggi si rivelano essere stati insostenibili. In secondo luogo, la disponibilità della Bce a fare crediti garantiti da qualunque emittente sovrano ha indotto le banche europee a esporsi molto di più di quanto non sarebbe stato prudente ai debiti dei Paesi periferici.[…]Infine, poiché la liquidità fornita dalla Bce è garantita da questi titoli, la Bce stessa è pesantemente esposta verso gli emittenti periferici e rischia gravissime perdite in caso alcuni di essi ristrutturino i loro debiti>> [4 ].

Grecia. Atene, Partenone, 2005. Foto Maurizio Stanziano 

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L’alternativa su cui si è anche aperto un dibattito,  soprattutto in Germania, è quello dell’uscita della Grecia dall’Unione monetaria europea. Uno degli economisti più stimati in Germania Hans Werner Sinn lo sostiene con forza perché, pur nella drammaticità della crisi che resterebbe, il rientro della dracma consentirebbe una svalutazione con un impatto meno devastante sui salari. Se restasse la situazione potrebbe essere quella della Repubblica di Weimar che aiutò l’arrivo al potere di Hitler <<ucciderebbe le imprese che formano la sua economia. Se la Grecia uscisse dall’euro sarebbe in grado di svalutare la moneta e diventare ancora competitiva>> [4].
Intanto Papandreu ha annunciato ulteriori interventi con tagli ai salari e licenziamenti in vista e soprattutto privatizzazioni come per la società di telecomunicazioni Ote (leader nei Balcani), la banca Hellenic Postbank, i due maggiori porti del Paese, quello del Pireo e quello di Salonicco, e le Poste. A quando la vendita della propria storia? E non servirà nemmeno.

di Pasquale Esposito

[1] Pavlos Nerantzis, “Grecia paralizzata da 48 ore di sciopero”, Il Manifesto, 4 maggio 2011
[2] “Grecia/ La svolta di Schaeuble: no a ristrutturazione del debito”, www.wallstreetitalia.com, 26 maggio 2011
[3] Gli altri sono la Previdenza sociale greca con 8,7%, il Fondo Monetario Internazionale con il 4,7% e altri prestiti per circa il 7%, fonte Oxford Economics/Haver Analytics
[4] Francesco Caselli, “Francoforte e il tabù della Grecia”, www.ilsole24ore.com, 26 maggio 2011
[5] Taino Danilo, “Atene rischia un’altra Weimar meglio che esca dall’euro“, Corriere della Sera, 9 maggio 2011