I miti delle Olimpiadi sono legati anche alla fatica e allo sforzo quasi impossibile. Un romanzo racconta la vita di Emil Zátopek, autentico eroe del fondo.


Categoria: RIMESSA DAL FONDO

mercoledì, 25 luglio 2012

Le Olimpiadi attirano la curiosità di milioni di spettatori;
le Olimpiadi, come del resto è nella loro natura, hanno senso quando generano il mito.
Il fondo e il mezzofondo hanno creato eroi; uomini capaci di vincere e rivincere, assecondando la fatica, il sudore, la forza, la tenacia e anche la tattica e il controllo della corsa.
Prima, durante o anche dopo le Olimpiadi di Londra, è il caso di andare a ripercorre la storia di uno dei miti dello sport moderno.
Emil Zátopek, campione cecoslovacco, ha vinto quattro ori olimpici e un argento. La sua incredibile ascesa parte dalle Olimpiadi di Londra del 1948: primo nei 10.000; secondo nei 5000.
La sua impresa più epica, se si salta l’incredibile sequela di record sulle lunghe distanze, è legata alle Olimpiadi di Helsinki in cui vince 10.000, 5000 e (incredibile) la maratona.
Quando si narra la storia di un campione come Emil Zátopek, l’unico verbo da usare è appunto “Correre”, (Adelphi, 2009) il titolo che Jean Echenoz ha scelto per la sua ricostruzione della vita del grande atleta cecoslovacco.
Correre, come tardiva scoperta di un ragazzo semplice; una vocazione, una mania che non può essere più interrotta.
E i giri di pista di questo immenso campione s’intrecciano con i giri della storia e con il perverso sfruttamento dello sport operato dai regimi dei paesi dell’est comunista.
Esibito, acclamato come un monumento nazionale, l’imbattibile Emil sente, con il passare del tempo, su di sé crescere attese che non sono sue; si rende conto di essere uno strumento di propaganda.
“Correre”, come la libertà nel vento, come l’atto più naturale per questa leggenda; correre non è però sempre così semplice.
La sua partecipazione a tante gare in giro per il mondo lo rende sospetto al regime; ogni occasione potrebbe essere quella buona per una fuga, per una protesta verso il proprio paese.
Il campione, a tratti ingenuo, a tratti consapevole, chiederebbe soltanto di poter continuare la sfida con se stesso e di vivere una vita semplice e decorosa.
Non sarà così semplice; non sarà così facile rendere conto di ogni parola usata in ogni intervista.
E quella divisa, quei gradi sempre più elevati e sempre più ingombranti, lo faranno divenire un campione carico di gloria, ma sempre più triste.
Eppure il mito è rimasto solido nel tempo e non compromesso come tanti altri campioni.
Che cosa ha sempre salvato e reso unico Emil Zátopek? Che cosa ha segnato per sempre chi lo ha visto correre e correre e correre?
L’autore si sofferma a lungo su questo aspetto che riporta alla letteratura ed alla moralità del campione: lo stile di Zátopek è unico, è inimitabile.
Emil corre in modo sgraziato, poco elegante; il suo incedere sembra improduttivo perché in lui emerge la fatica, il dolore e la capacità di vincere il dolore.
Non bello; sicuramente epico, il suo correre è ancora nella storia dello sport e nella leggenda degli uomini che amano sfidare i limiti.

Antonio Fresa