Il Gioco dei Troni


Categoria: SCHERMI, TV

venerdì, 15 giugno 2012

Molte serie ci vengono presentate come  “la serie evento dell’anno”. Ce l’hanno raccontato, non senza una certa supponenza, per The River, Terra Nova, per (ma questa volta a ragione) Boardwalk Empire e Spartacus (di cui parleremo presto). Nel novero delle Serie Evento, di quelle vere,  non può non essere citato Il Trono di Spade (Game of Thrones), ennesima serie capolavoro firmato HBO  (per intenderci, la casa di produzione che ha sfornato, tra gli altri, gemme come Sex & The City, I Soprano, The Wire oltre al già citato Boardwalk Empire).

Avvertenza:  non continuate a leggere l’articolo se non volete conoscere anticipazioni sulla storia.

Il Trono di Spade è un evento per l’enorme sforzo produttivo,  per il numero di personaggi coinvolti, per la complessità delle trame, per le maestose scenografie e la diversità di ambientazioni, per la regia  e gli effetti speciali degni del grande schermo. Certo, in giro per il mondo ci saranno sicuramente lettori della saga di George R.R. MartinCronache del ghiaccio e del fuoco”, da cui a serie è tratta, che staranno storcendo (ma credo siano in pochi) perché lo show non riesce a rappresentare tutte le sottotrame dei volumi cartacei, ma l’impressione è che difficilmente si sarebbe potuto fare di meglio. Del resto, lo stesso autore aveva rifiutato più volte un adattamento cinematografico proprio per questo timore (ricordiamo che anche  perfino Peter Jackson non era riuscito a mettere tutto nelle sue dieci ore e passa dell’adattamento del Signore degli Anelli). Ma dieci puntate per ciascun libro sembra siano bastate per convincerlo.

Certo, l’impresa non è da poco, soprattutto considerando che la saga prevede sette libri. Una lunghezza difficile da sostenere sia dal punto di vista dello sforzo  economico richiesto che narrativo. Però su quest’ultimo punto la molteplicità di personaggi, tutti a loro modo principali, e la varietà e la complessità delle storie che si erano viste già dal pilot, sembrano garantire lunga vita allo show.

Il fantasy è per definizione un genere complesso, ci sono mondi interi da reinventare e da spiegare, confini da tracciare, limiti da porre. Ma il mondo disegnato da Martin va aldilà degli schemi classici del fantasy. È un mondo cupo, molto dark, dove sesso, inganni e violenze la fanno da padrona. La magia, il soprannaturale, ci sono ma rimangono sotto traccia, soprattutto nella prima serie, mentre nella seconda inizia ad affacciarsi con più prepotenza, soprattutto nel finale. Piccola digressione: mi ha molto ricordato l’anime Berserk (che consiglio vivamente a chi ama questa serie), prologo all’omonimo fumetto, in cui per quasi tutte le puntate sembra di star seguendo una storia medioevale fino alla svolta finale in cui subentrano mostri di tutti i tipi.

Difficile descrivere  la trama in poche parole, ma l’originale titolo in inglese, tradotto letteralmente “Gioco di Troni” , aiuta a rappresentare meglio la storia. C’è infatti un trono, il Trono di Spade del titolo italiano, e sette regni. E diversi sovrani, più o meno veri, che si sfidano per il potere assoluto in una lotta tutta contro tutti, dove alleanze si creano e si distruggono senza soluzione di continuità.
Nella Capitale, Approdo del Re, la morte del re (che a sua volta aveva spodestato il precedente) ha profondamente modificato i rapporti di forza e le alleanze all’interno della corte.  Nel freddo  Nord, dove una barriera eretta in tempi ancestrali difende i Regni da misteriosi esseri di cui ormai si è persa ogni memoria storica, nuovi nemici iniziano a premere. Nelle terre aldilà del mare, invece, la figlia del re spodestato si prepara a ricreare un esercito partendo da tre cuccioli di drago, gli unici rimasti su quella terra. Intanto, dopo anni d’estate, sta per tornare l’inverno.
Queste sono solo alcune delle tante storie che si intrecciano tra loro, storie che vengono portate avanti da personaggi compiuti, tridimensionali, che, per quanto secondari, risultano comunque reali. Basta pensare che  è stato possibile far fuori uno dei protagonisti assoluti della prima serie, Ned Stark (Sean Bean, uno che di kolossal fantasy se ne intende), Lord di Grande Inverno (l’ultimo regno prima della barriera) senza minimamente risentirne.
Anche qui, diventerebbe un’impresa anche solo citare i principali (per avere un quadro completo suggerisco questo link http://hauteslides.com/2011/05/game-of-thrones-infographic-illustrated-guide-to-houses-and-character-relationships/) . Mi limiterò dunque a quelli che, a mio insindacabile giudizio, risultano essere i più interessanti.
Il migliore  è sicuramente Tyrion Lannister (uno straordinario Peter Dinklage, che, non a caso, interpretando questo ruolo ha vinto un Emmy e un Golden Globe),   un “folletto” con la faccia, le espressioni e anche il carattere del Dottor House. È lui il figlio reietto della più ricca famiglia dei Regni, i Lannister, che sono riusciti a piazzare il loro giovane e pazzo rampollo sul Trono di Spade. È lui che combatte contro tutto e contro tutti, contro i nemici e contro la sua stessa famiglia, nano (è il caso di dirlo) in un mondo di giganti. E lo fa, non c’è che dire, con grande classe, sopperendo al suo handicap con un  prefetto mix di ingegno, cinismo, soldi e nome che porta.
Il secondo personaggio che potrebbe rivelare grande sorprese è Daenerys Targarye (Emilia Clarke), legittima erede al trono, emigrata in una terra selvaggia insieme al fratello per crearsi un esercito. E, in quello che risulta essere il luogo più esotico della narrazione, lei diventa sempre più protagonista, fino a diventare la madre dei draghi. Anche se le vicende sul continente le hanno necessariamente riservato un ruolo minore durante tutta la seconda serie, è evidente che il futuro della storia dovrà necessariamente fare i conti con lei.
Sul terzo gradino del podio inserirei Jon Snow (Kit Harington). Non che il personaggio (e il suo attore) mi facciano impazzire, ma è lui il protagonista delle vicende sulla e oltre la barriera, con gli affascinanti Guardiani della notte. E, visto come si sta evolvendo la situazione da quelle parti, è facile prevedere che il suo ruolo diventerà sempre più importante.
Vorrei poi citare Arya Stark (Maisie Williams), irrequieta giovane figlia di Ned Stark, rimasta sola nella capitale dopo l’esecuzione del padre. Un personaggio partito in sordina, un po’ avulso dal resto, ma che dopo la fuga dai Lannister riesce a ritagliarsi il suo bello spazio. E poi a lei è legato uno de personaggi più misteriosi, l’uomo senza volto, il cui ruolo nella vicenda è ancora tutto da scoprire.
Ma, come detto, questi sono solo alcuni esempi. La cosa che colpisce è che anche il galoppino più oscuro riesce ad avere una propria dignità di personaggio. La somma di quest’universo così variegato e profondo di personaggi contribuisce alla sensazione di epicità che pervade tutta la serie (e che forse ne ha determinato il successo).  Già solo il suono dei nomi delle principali famiglie, Stark,  Lannister, Baratheon, Targaryen, perfino Greyjoy evocano qualcosa di epico. Così come epici sono gli scenari. Il deserto della terra dei Dotrachi, la mitica città di Qartha, le montagne aldilà della Barriera e i boschi di Grande Inverno, le Isole di Ferro e Approdo del Re, sono delle ricostruzioni perfette che tolgono il fiato e mostrano tutto lo sforzo produttivo che c’è dietro. Sforzo produttivo che esplode nelle ultime puntate, in cui la Capitale viene attaccata da mare e da terra e finalmente vengono mostrate scene di battaglia fino a quel momento solamente lasciate intravedere (di grande effetto è l’esplosione di buona parte della flotta dei Baratheon, grazie a un’intuizione del già citato Tyron Lannister, che nell’occasione si toglie anche lo sfizio di ergersi a prode condottiero e salvatore della patria nonostante la sua statura).
E, a proposito di finale della seconda serie, non si può non ci tare l’apparizione degli Estranei, i misteriosi nemici dell’oltre barriera, che si rivelano essere un esercito di zombie (che stanno sempre di più diventando una costante nelle serie Tv: visti anche gli ultimi fatti di cronaca americana, che l’invasione abbia davvero avuto inizio?) guidati da orribili creature. Un finale, insomma, che unisce il Signore degli Anelli, Walking Dead ma che ha molto ricordato  l’Armata delle Tenebre.
Luigi Costa