Il montaggio cinematografico. Note tra cinema e TV, pellicole e tecniche digitali. Intervista a Roberto Missiroli. Terza parte


Categoria: Cinema, SCHERMI

sabato, 28 aprile 2012

Si conclude la lunga intervista che Roberto Missiroli ha concesso a Mentinfuga.
Lei ha lavorato per il cinema e per la televisione: che differenze ci sono, a livello di montaggio, tra un film per il cinema ed uno per la tv?

Missiroli – Io direi che forse, prima di parlare di differenze a livello di montaggio tra un prodotto per la sala cinematografica e uno per la televisione, si dovrebbe cercare di analizzare le differenze che questi prodotti hanno dall’inizio della loro realizzazione. Il montaggio deve interpretare e confrontarsi con il materiale che ha davanti e questo determina le differenze del tipo di montaggio. Nel senso che, da un punto di vista tecnico, il lavoro è evidentemente lo stesso. Dal punto di vista del linguaggio ci sono sì differenze, anche se sempre di più tendono ad affievolirsi. È chiaro che il piccolo schermo ha bisogno per esempio di inquadrature più strette, primi piani più frequenti e il ritmo del montaggio è sicuramente, in generale, più sostenuto di quello che ci si può permettere in un film per la sala. La soglia dell’attenzione di uno tele-spettatore è notoriamente molto più bassa di quella dello spettatore al cinema e questo crea la necessità che anche il montaggio si responsabilizzi. Ma è prima di tutto il tipo di ripresa che cambia da un prodotto per la sala a uno per il piccolo schermo. Per la tv non ci si possono permettere inquadrature troppo larghe, campi troppo lunghi, perché appunto il piccolo schermo non può restituirli come succede al cinema, dove si ha la possibilità, proprio per un semplice rapporto di proporzioni dell’immagine, di goderli pienamente. Dunque, il montaggio deve, evidentemente, seguire il tipo di ripresa e direi appunto che si cerca di mantenere un ritmo di montaggio, tendenzialmente, più elevato. O meglio, direi che quasi sempre è quello che si richiede, in modo spesso a mio avviso non sempre fondato, ad un montaggio tv. Dico che spesso questo è un pregiudizio, non sempre funzionale. Non è detto infatti che un ritmo sostenuto dei cambi di inquadrature corrisponda sempre ad un ritmo sostenuto del racconto filmico che si sta facendo.

Roberto Missiroli al montaggio

Quando si sente parlare di montaggio cinematografico, c’è chi pensa ancora ad un artigiano paziente che, con precisione certosina, taglia la pellicola con un colpo netto di forbici e poi ne incolla insieme i pezzi. Cosa ha significato l’avvento delle nuove tecnologie nel suo lavoro e, in particolare, l’uso del digitale?
Missiroli - Ho avuto la fortuna di lavorare con le vecchie moviole dove si faceva scorrere la pellicola in pericolosi ingranaggi dentati. Si doveva obbligatoriamente lavorare al buio perché le moviole avevano un sistema di proiezione simile alla sala. Dunque era indispensabile lavorare al buio, finestre oscurate e piccole lampade che venivano accese solamente al momento del taglio per poi essere immediatamente rispente per controllare sullo schermo il funzionamento del taglio appena fatto. Adesso, con i computer, sicuramente la “solennità” che avevano le sale buie si è persa. Ma probabilmente questa è solamente nostalgia. Sicuramente con le tecniche digitali si hanno molte più possibilità, soprattutto nell’ipotizzare versioni diverse di montaggio, si ha la possibilità di fare un lavoro sul sonoro, prima impensabile. Se nella vecchia moviola si potevano ascoltare al massimo due tracce sonore in contemporanea, ora le tracce possibili sono infinite e questo dà grandi possibilità. Sicuramente è cambiato l’approccio direi “filosofico” al lavoro. Come dicevo, con la pellicola era necessario riflettere a lungo prima di tagliare fisicamente il supporto di celluloide. Questo portava ad una forma di pensiero molto allenato appunto alla riflessione, al ragionare sul senso, sul significato del taglio che si stava facendo. Da questo punto di vista il digitale, come del resto in tutti i campi, ha portato ad una velocizzazione del lavoro non sempre corrispondente ad un innalzamento dell’attenzione al lavoro stesso. È inevitabile un cambio di atteggiamento. Con il digitale è molto più rapido “visualizzare” un’ipotesi di montaggio che non riflettere sulla sua qualità. In un lavoro creativo non conta evidentemente, o meglio non dovrebbe contare solo, la rapidità, ma si deve avere il tempo affinché un’idea espressiva prenda corpo e affiori. Da questo punto di vista è necessario cercare di non farsi dominare dagli strumenti, in questo caso quelli digitali. Ma ormai il problema è ampiamente superato, sono passati vent’anni da quando si faceva il montaggio con la pellicola e ora il digitale è una realtà. Ed è una realtà estremamente interessante e affascinante, in continua evoluzione. Le possibilità di controllo, per esempio, degli effetti visivi che si hanno adesso con il digitale erano assolutamente impensabili ai tempi della moviola. E poi credo che in un mondo tutto ormai digitale non possiamo continuare a guardare indietro e il cinema che si continua a fare continua anche ad offrire film di grande qualità. Non tantissimi certo, ma ce ne sono molti anche tra i giovani registi.

Come giudica il cinema italiano contemporaneo, che prospettive pensa che abbia e quanto possono incidere, per la crescita del nostro cinema, i continui tagli al FUS degli ultimi anni?
Missiroli – Non sono un critico, ho un approccio al cinema da spettatore e cerco nei film che vado a vedere una qualità prima di tutto di contenuti e poi di forma e di linguaggio. Dunque, insomma, il nostro cinema. Direi che il dramma del nostro cinema è sostanzialmente la difficoltà e l’incapacità del settore di farsi pienamente industria. Questo ha portato ad un progressivo impoverimento delle capacità produttive del nostro cinema. Siamo passati da una produzione annua di circa 200-250 film, agli inizi degli anni ’80, a meno di 100 film all’anno dei giorni nostri. Questo ha comportato un progressivo impoverimento del settore, dei professionisti del cinema e, di conseguenza, anche della qualità dei film proposti. Se un’industria non ha la possibilità e lo spazio per la ricerca, direi anche per la sperimentazione, è difficile che riesca a rinnovarsi, a competere. Sicuramente le politiche nostrane che hanno progressivamente avuto sempre minor attenzione nei confronti della cultura in generale, e dunque anche del cinema, non hanno aiutato e non aiutano il nostro settore. La cosa che faccio fatica a capire è come non si riesca a dotare anche il nostro paese di sistemi di autofinanziamento del settore, come succede per esempio dai nostri vicini europei. Basterebbe copiare. Mah! Misteri nostrani. In tutti i casi, nonostante le grandi difficoltà del settore, il cinema italiano è comunque ricco di fermento. Da un punto di vista qualitativo direi che anche quest’anno si sono viste delle pellicole molto interessanti. Anche al botteghino alcuni film italiani hanno avuto dei bei risultati. Certo, ci fosse più diversificazione di prodotti non sarebbe male.

Per concludere: a cosa sta lavorando attualmente?
Missiroli - Attualmente sto lavorando al missaggio dell’ultimo film che ho montato. Una bellissima opera prima di Giuseppe Bonito che si chiama “Pulce non c’è”. Una storia, all’interno di una famiglia torinese, particolarmente intensa.

Un caloroso ringraziamento a Roberto Missiroli per la generosità e la profondità con cui ha risposto alle nostre domande, spaziando su vari aspetti della fase di realizzazione di un film e regalandoci il suo prezioso punto di vista che deriva dall’esperienza di una vita dedicata al cinema. Ma, soprattutto, un “in bocca al lupo” per il suo ultimo lavoro di cui aspettiamo l’uscita nelle sale.

Gianfranco Raffaeli