Il montaggio cinematografico. Quando lo sguardo del montatore va dritto al cuore del racconto. Intervista a Roberto Missiroli. Prima parte


Categoria: Cinema, SCHERMI

domenica, 22 aprile 2012

Roberto Missiroli è un montatore cinematografico di grande esperienza, che ha lavorato con alcuni dei maggiori interpreti del nostro cinema, da grandi maestri, come Antonioni, a giovani esordienti poi divenuti figure di primo piano del cinema italiano. Suo è il montaggio di film celebri quali “I cento passi” e “La meglio gioventù”. È stato premiato con il David di Donatello ed il Nastro d’argento. Mentinfuga lo ha intervistato, rivolgendogli alcune domande su come nasce un film e quale sia l’importanza del montaggio nella realizzazione di un’opera cinematografica. Date le dimensioni dell’intervista, la redazione ha deciso di pubblicarla in tre parti. Proponiamo di seguito la prima parte.

Roberto Missiroli durante il montaggio

Come si fondono insieme lo sguardo del regista e la sensibilità narrativa del montatore? In particolare, nella sua esperienza professionale si è trovato più spesso ad avere a che fare con registi che avevano già un’idea precisa di come avrebbero voluto che il film fosse montato o è stato lasciato più libero di esprimere il suo punto di vista?
Missiroli – Ogni buon regista nel momento in cui inizia a pensare ad un progetto cinematografico sa bene che in questa grande avventura avrà bisogno della collaborazione molto stretta di figure professionali fidate e indispensabili alla realizzazione del film. Personalmente non ho mai incontrato un regista che sapesse già come strutturare esattamente un film al montaggio. Sicuramente il regista sa qual è la direzione in cui il film deve andare, sia in termini narrativi, sia di sviluppo emotivo del racconto, ma il percorso è pieno di insidie. Spesso il regista ha lavorato anche alla stesura della sceneggiatura e dunque alla costruzione, sulla carta, del carattere dei personaggi, delle loro relazioni, dell’intreccio che li lega. Ma sa anche che dopo la scrittura ci saranno diverse altre fasi di cui il copione è solo il punto di partenza. Si dovranno scegliere gli attori che dovranno incarnare i personaggi scritti e l’autore è ben consapevole di cosa significhi avere un certo attore anziché un altro. La luce, e quindi il direttore della fotografia, ha un’influenza enorme sul tipo di espressività che avrà il “girato”. Un tipo di illuminazione o un altro possono fortemente cambiare la percezione emotiva di una scena. La storia scritta è spesso ben diversa dalla storia “girata”, come sarà ben diversa dalla storia “montata”, cioè dal film finito. Questo piccolo preambolo per ribadire che un buon regista è chi sa “ritrovare” il suo film passando attraverso le trasformazioni che le varie fasi della realizzazione gli impongono. Dunque è essenziale che per ogni livello di collaborazione si creino sintonie e assonanze nell’approccio a quello che definirei il nocciolo emotivo fondante del racconto cinematografico che si sta facendo. È fondamentale per un montatore avere una grande empatia con il materiale che il regista ha girato e la capacità di valutare, in rapporto alle aspettative dell’autore, le potenzialità espressive del materiale stesso. E penso che ogni buon regista sappia quanto sia utile, per il proprio lavoro, rendersi disponibile ad accogliere il punto di vista dei suoi collaboratori. Il montatore, poi, ha un privilegio particolare. È il primo “spettatore” del materiale girato, e questo gli permette di avere uno sguardo assolutamente non condizionato da tutte le problematiche della ripresa. Dunque lo sguardo del montatore è uno sguardo con maggiori possibilità di un punto di vista critico.  Lo sguardo del montatore va dritto al cuore del racconto. Questo è quello che deduco dalla mia esperienza. Per quello che mi riguarda ho avuto la possibilità, quasi sempre, di confrontarmi, di esprimere il mio punto di vista e di confrontarlo con quello del regista. Soprattutto, poi, da quando si lavora con gli strumenti digitali è ormai prassi abbastanza consolidata che il montatore faccia da solo un “primo-montaggio”, vale a dire una prima stesura del film. Dopodiché si passa ad una fase di maggior definizione del montaggio in stretta vicinanza con l’autore del film.

Quanto è possibile fare al montaggio per “salvare” un girato con difetti o limiti evidenti o per dare tensione ad un film piatto?
Missiroli – Il momento del montaggio è il momento della verifica complessiva del lavoro che si è fatto. Dalla scrittura, alla scelta del cast, alle riprese ecc. ecc. È l’ultimo atto che determina la forma definitiva del film. Personalmente non ho mai amato l’espressione “salvare” il film al montaggio, perché sembra attribuire un esagerato potere demiurgico al montatore. Sicuramente un cattivo montaggio può danneggiare un buon film, dunque nello stesso tempo un montatore che sappia valorizzare al massimo il materiale che ha davanti può sicuramente “migliorare” un girato non immediatamente pregevole. Ma in tutti i casi il materiale deve contenere, anche se non immediatamente visibili, gli elementi che il montatore può trovare e  utilizzare per “salvare” il film. Il montaggio lavora soprattutto a livello di struttura narrativa, direi proprio a livello di scrittura, e in questo senso si possono fare cambiamenti spesso molto importanti rispetto alla struttura scritta nel copione di partenza. Non penso di aver mai montato film che, alla fine del lavoro, avessero lo stesso ordine di scene della sceneggiatura. Il montaggio può intervenire sulla qualità della recitazione di un attore. Un attento uso di uno degli strumenti principali del montaggio, cioè il tempo dell’inquadratura, può controllare il livello di tensione che si vuole dare al film. Al montaggio si decide, mostrando o non mostrando, come influenzare le aspettative dello spettatore. La suspense di un’azione è fortemente legata alla costruzione che se ne fa al montaggio. Insomma, diciamo che sicuramente il montaggio rappresenta, come dicevo, una fase estremamente importante nella costruzione di un’opera cinematografica e la responsabilità del montaggio, anche se quasi mai riconoscibile dallo spettatore, è grande. Il montaggio è infatti, a differenza di quasi tutti gli altri ruoli che contribuiscono a fare un film, un lavoro molto spesso non identificabile. Certo, nel caso di scene d’azione dove il ritmo dei tagli è molto evidente il montaggio “si fa vedere” allo spettatore attento. Ma il lavoro del montatore si confonde spesso con il lavoro di strutturazione narrativa e difficilmente questo tipo di interventi è riconoscibile se non da chi già aveva letto il copione di partenza. Dunque il montaggio dal punto di vista dello spettatore non ha una sua autonomia. Se è possibile dire di un cattivo film che ha un’ottima fotografia o delle scenografie interessanti o dei bellissimi costumi, allo stesso modo è molto raro che lo spettatore riesca a separare il giudizio che ha del film dal giudizio che potrebbe dare del montaggio di quel film. Il montaggio non deve cercare di “mostrarsi” ma deve far vedere il film. Si è spesso parlato di montaggio invisibile e secondo me, anche nel caso di montaggio evidente, questa evidenza non deve prevalere, nella percezione dello spettatore, sulla percezione emotiva del film.

Per quella che è la sua esperienza professionale, quante ore di girato ci vogliono mediamente per mettere insieme un’ora e mezzo di film e che tempi di lavorazione richiede il montaggio di un lungometraggio?
Missiroli – Quando ho avuto la fortuna di iniziare questo bellissimo mestiere non si parlava mai di ore di girato ma si misurava tutto in metri di pellicola. Dunque, un lungometraggio medio della durata di un’ora e quaranta misura 2.700 metri. Ancora la pellicola si usa in tante sale cinematografiche (per la verità mi risulta che circa il 50% delle sale proiettano ormai con i sistemi digitali) e ancora tanti film, soprattutto per il circuito appunto cinematografico, si girano in pellicola. Ma la vita dell’emulsione, se non i giorni, sicuramente ha i mesi contati, e quindi si parlerà sempre di più di ore di girato. Per tornare però alla domanda: per un lungometraggio mediamente si girano tra i 30.000 e i 40.000 metri di pellicola (si parla sempre di pellicola a 35mm perché le misure, in rapporto al tempo, cambiano se si considerano altri supporti come per esempio la pellicola a 16mm), vale a dire tra le 18 e le 24 ore di materiale. Considerato la lunghezza del film finito avremo un rapporto tra film finito e ripresa di 1 a 18 o 24  che significa che su ogni scelta di montaggio si possono avere tantissime altre possibilità e ripetizioni. È particolare constatare che i tempi di lavorazione per il montaggio di un lungometraggio non siano sostanzialmente molto cambiati con l’avvento delle tecniche digitali. È sicuramente cambiato l’approccio al lavoro. Mentre con la pellicola, prima di realizzare fisicamente il taglio, si facevano molte prove “mentali” e molte riflessioni, adesso con i computer si tende a fare tante prove di montaggio virtuale e a fare diverse versioni di montaggio di una stessa scena per poi fare la scelta definitiva. Comunque, il tempo globale che occupa la fase di post-produzione che comprende il montaggio dell’immagine fino al missaggio finale con musiche ed effetti sonori è mediamente di 20-25 settimane.

Gianfranco Raffaeli