In Argentina la politica si muove in direzione opposta ai mercati con la nazionalizzazione di Ypf


Categoria: America Latina, GEOGRAFIA DEI POTERI

giovedì, 3 maggio 2012

In Argentina sembra che la politica abbia messo in un angolo l’economia e la finanza. Mentre in tutto il mondo sviluppato – Europa e USA in testa – spread, borse, rating, sono il linguaggio quotidiano su cui si fonda  la visione di questi paesi, a Buenos Aires non ci sono tecnici o economisti ai quali sia stato affidato il piano strategico della Nazione o più semplicemente quello dello sviluppo economico.

Argentina, Buenos Aires 2004. Foto Cristina Mastrandrea ©.

Il Parlamento argentino ha approvato, con la quasi totalità dei suoi rappresentanti, la decisone della presidente Cristina Kirchner di nazionalizzare la compagnia petrolifera Yacimientos Petrolíferos Fiscales (Ypf) per la parte detenuta dall’impresa spagnola Repsol che alla fine manterrà solo il 6% in cambio di un indennizzo ancora tutto da stabilire. Nel 1999 la multinazionale aveva acquistato Ypf per 13,158 milioni di dollari.

Tutto il paese si trova d’accordo con questa iniziativa, in un clima di nazionalismo diffuso che ha fatto nuovamente sanguinare la ferita delle Malvinas (Falkland per la Gran Bretagna) a trent’anni dalla guerra. La presidente ha ricevuto anche l’appoggio dei governatori delle province con l’eccezione di Mauricio Macri governatore di Buenos Aires. Le dieci province produttrici di petrolio riceveranno il 49% della proprietà nazionalizzata ed il loro sostegno è un punto cardine della politica economica nazionale.

Prima di proseguire sul tema vale la pena ricordare che il presidente della Bolivia, Evo Morales, nel giorno della festa del lavoro ha proclamato la nazionalizzazione del 100% della compagnia Transportadora de Electricidad S.A., di proprietà di una filiale del gruppo spagnolo Red Electrica. Per l’indennizzo sarà un organismo indipendente a stabilire l’ammontare, secondo quanto dichiarato dalle autorità boliviane. Forse una Spagna lacerata da una crisi profonda che affonda le lame nel corpo del paese è un bersaglio più facile per perseguire strategie di controllo degli asset primari della nazione. E  non è che il resto dell’Europa stia meglio.

Argentina, Buenos Aires. Proteste 2004. Foto Cristina Mastrandrea ©.

Il controllo delle risorse di idrocarburi da parte dello Stato è un modello diffuso in quasi tutti i paesi latinoamericani come dimostrano le aziende pubbliche Petróleos de Venezuela (Pdvsa), Petróleo Brasileiro (Petrobras), Petróleos Mexicanos (Pemex), Empresa Colombiana de Petróleos (Ecopetrol), Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos (Ypfb), Empresa Estatal Petróleos del Ecuador (Petroecuador), la  Petróleos del Perú (Petroperu) [1].

Ma  torniamo al provvedimento di Casa Rosada che evidentemente ha suscitato un’immediata reazione di Madrid, a seguire quella dell’UE che ha ventilato l’ipotesi di portare alla World Trade Organisation il caso e  il commissario al Commercio estero ha scritto, in una lettera inviata al governo argentino, che l’UE è pronta a fare tutto ciò che è in suo potere per sostenere il governo spagnolo nella richiesta di un totale risarcimento di Repsol. Ma a parte l’annullamento della preferenza per il biodiesel argentino c‘è poco altro perché, di fatto, gli strumenti politico-diplomatici non sono cogenti. Gli stessi Stati Uniti non hanno alzato più di tanto la voce e nonostante abbiano un contenzioso già aperto con il paese  sudamericano.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 Nemmeno il Brasile che avrebbe potuto avere qualche apprensione per Petrobas accusata di pochi investimenti da una provincia argentina si è mostrato contrariato. Più insistenti invece le proteste da parte di Messico e Cile per gli interessi diretti ed indiretti nella Repsol.

È la stampa finanziaria anglosassone ad aver alzato barricate, <<Economist, Wall Street Journal e Financial Times sottolineano che sono stati colpiti gli interessi del primo investitore e nono partner commerciale e che una mossa così sfacciatamente contraria ai desiderata del mercato potrebbe intimorire altre imprese, non solo petrolifere e non solo spagnole>> [2]. Non sono da meno le attenzioni riservate dalle agenzie di rating che prevedono disastri per l’economia argentina, con Standard&Poor’s in testa che potrebbe rivedere al ribasso le valutazioni di Buenos Aires. Bank of America ritiene che la nazionalizzazione provocherà <<caduta degli investimenti, rischio di rappresaglie commerciali e deterioramento fiscale>> [3]. Ma è difficile pensare che possa accadere con tale facilità. Leggendo un recente rapporto della Banca Mondiale si scopre che diversi investitori si stanno dirigendo in America Latina, <<in fuga dalla crisi europea per un totale che a fine 2012 potrebbe arrivare a 5-6 miliardi di dollari>> [4].

Argentina, Buenos Aires Boca 2004. Foto Cristina Mastrandrea ©.

Quali le ragioni di questa nazionalizzazione? Secondo la presidente Kirchner e il suo governo hanno accusato Repsol di mancati investimenti provocando un aumento delle importazioni, di aver privilegiato gli utili che tornavano così in Spagna. Il management dell’azienda ha sostenuto di aver riportato in nero i conti di Ypf e l’assenza di investimenti è dovuta a ritorni nulli per le alte tasse all’esportazione, i prezzi bloccati e l’esaurimento dei giacimenti. L’esproprio è il frutto soprattutto di una decisione politica che deve  portare lo Stato al controllo delle risorse  naturali a maggior ragione se si pensa che il loro prezzo è destinato ad aumentare e speriamo che non venga in mente a nessuno di alzare il tiro sulla crisi iraniana. Una decisione evidentemente più facile da prendersi in un contesto in cui le politiche liberiste sono considerate fallimentari.

Non potrebbe essere estranea anche considerazioni di politica interna visto qualche malumore per il rallentamento della crescita, per un aumento dell’inflazione (ben più alta di quella dichiarata ufficialmente) e per qualche scandalo come quello in cui sembra essere incappato il vicepresidente Boudou. Se la destra economica internazionale vede gonfiate le cifre argentine e interpreta la costante richieste di reinvestire i profitti delle compagnie straniere come una fame di liquidità, la stessa destra dimentica che dieci anni fa il paese era sul lastrico e ora è uno dei primi per crescita.

Pasquale Esposito

 

[1] Maurizio Stefanini, “Nazionalizzazione degli idrocarburi, l’Argentina chiude il cerchio”, temi.repubblica.it, 24 aprile 2012

[2] Niccolò Locatelli, “La scommessa argentina su Repsol-Ypf”, temi.repubblica.it, 21 aprile 2012

[3] “Repsol, botta e risposta tra Ue e Argentina”, www.lettera43.it, 24 Aprile 2012

[4] Maurizio Stefanini, ibidem