La fine dei Misfits


Categoria: SCHERMI, TV

mercoledì, 9 maggio 2012

La grossa incognita di questa stagione, lo si è già detto, era se la serie inglese avrebbe superato la dipartita di Nathan (Robert Sheehan), vero mattatore delle prime due serie, migrato a Las Vegas in cerca di fortuna. La domanda però, come già ipotizzato in tempi non sospetti, si è rivelata quanto mai mal posta.

© Hal Binnie 2011

Avvertenza:  non continuate a leggere l’articolo se non volete conoscere anticipazioni sulla storia.

Andiamo con ordine, però, e prima i tutto rispondiamo all’annosa questione che tanto ci ha tenuti col fiato sospeso: Nathan può essere sostituito? Beh, diciamo che se qualcuno poteva farlo, questo era proprio il nuovo personaggio, Rudy (Joseph Gilgun).  La sua faccia da hooligan, il suo linguaggio troppo colorito, le espressioni del viso,  il cinismo e il politically estremamente scorrect sembravano perfette per lo questo tipo i show.  Rimane però il confronto continuo col suo predecessore che restituisce una certa sensazione di minestrina riscaldata. Poi con Rudy ci sia la sensazione che ci sia una certa forzatura nel personaggio. Nathan riusciva a gestire con più naturalezza la sua volgarità, nonostante la sua faccetta pulita da bravo bambino, o forse proprio grazie a essa; uno con il volto di Rudy avremo voluto vederlo come  un personaggio ugualmente cinico, ma più distaccato e, perché no, cattivo. Fatta questa doverosa premessa, che risponde alla domanda che affliggeva tutti i fan della serie (e, per proprietà transitiva, di Nathan), è doveroso passare oltre.

© Hal Binnie 2011

Perché l’assenza di Nathan non è l’unica cosa che può spiegare quello che si è visto (o non si è visto) in questa tanto vituperata terza serie. Già parlando del Web episode, infatti, si era detto che forse Nathan aveva iniziato a stufare. Forse i Misfits stessi avevano iniziato a stufare. Perché Misfits è una serie brutta, sconclusionata , episodica, basata sui personaggi e sulle loro intemperanze, sullo sfondo di una periferia sporca, posturbana, quasi postapocalittica. Tutti elementi esplosivi che sono stati dirompenti nel breve ma che è difficile gestire in tempi più lunghi. I primi scricchiolii si erano sentiti nella seconda serie, quando l’inserimento di un  plot principale (legato al misterioso  Superhoodie) ha inserito un primo punto di rottura in una serie che faceva, ribadisco, del singolo episodio, o forse anche del singolo sketch, la sua forza. Gli autori probabilmente se ne sono anche resi conto e così la terza serie è diventato un ibrido in cui un plot principale viene fatto solo intravedere, con potenziali trait d’union che alla fine non si rivelano tali. Dunque sono di nuovi i singoli episodi a farla da padrone, ma sembrano slegati, sfilacciati, troppo diversi l’uno dall’altro. D’accordo, siamo su Misfits e tutte le convenzioni vanno a farsi friggere  – lo show funzionava soprattutto per questo -  ma questa volta l’incoerenza non sembra una frutto di una scelta stilistica ma di uno stato confusionario degli autori che non sanno a cosa appellarsi per mandare avanti la baracca. Non si può dire che sforzi in questo senso non siano stati fatti: negli otto episodi della terza serie (non a caso, più lunga delle altre) abbiamo visto di tutto (forse un test per capire in quale direzione proseguire?): dal rimescolamento dei poteri all’escalation degli omicidi, dai nazisti agli zombie, belle ragazze disinibite (ancora più disinibite del solito), fino al gran finale con il ritorno di vari personaggi secondari che hanno attraversato le prime serie (e non sono i zombie di cui sopra) con annessa morte di Alisha e conseguente  ritorno al passato di Simon (cosa che crea un paradosso temporale da far impallidire Doc di Ritorno al Futuro nonché un buco di trama degno del peggiore Lost). La partenza di Simon, solenne e insensata, fa uscire di scena quello che potenzialmente era il personaggio più interessante, che peraltro rimane inspiegabilmente in disparte per tutta la terza serie. Abbiamo persino dovuto sorbirci la storia d’amore di Kelly (Lauren Socha). Il personaggio ci piace, ma lei che vive una storia d’amore con il belloccio Seth (Matthew McNulty) è improponibile. Da citare, stavolta in positivo,  l’episodio “Ossessione”.  Una chicca in cui l’antagonista è un nerd appassionato di fumetti (e con i fumetti ha a che fare il suo potere) in cui si respira davvero l’aria di un fumetto underground.

© Hal Binnie 2011

La domanda che i fan si sono posti (con la bocca amara), guardando Kelly, Curtis (Nathan Stewart-Jarrett) e i due Rudy rimasti soli sul tetto incatramato del centro nella classica posa da supereroi contro il futuro, è: ci sarà una quarta serie? Ma la domanda vera che si cela dietro questa, è: ha senso un’altra serie? Abbiamo perso Nathan, ok, ci siamo rassegnati. Abbiamo perso in un colpo Alisha e Simon, un po’ meno ok. Ora giunge anche la notizia dell’allontanamento di Kelly per motivi, sembra, che poco hanno a che fare con la serie in sé (anche se l’aggressione razzista di cui l’attrice è accusata ha molto del personaggio visto nella serie…). Cosa rimane? Curtis, il più buono e quindi meno carismatico della serie. Rudy, l’ultimo arrivato. L’ambientazione originale e il mood politicamente scorretto. Un po’ poco per andare avanti. Soprattutto, non sono cose che vanno avanti da sole, almeno, non dopo tre serie.  A meno che non ci siano svolte che, francamente, nell’ultima serie abbiamo solo intravisto e che comunque non hanno quasi mai funzionato. E anche se le svolte dovessero funzionare, probabilmente Misfits non sarebbe più Misfits.

Luigi Costa