Contaminazioni da uranio nella terra dei Navajo


Categoria: GEOGRAFIA DEI POTERI, Stati Uniti

martedì 19 gennaio 2010

Mentre tutto il mondo si scopre improvvisamente green, una vasta area della Navajo Nation è ancora pesantemente contaminata dall’uranio, eredità di un indiscriminato sfruttamento del territorio durato oltre quarant’anni.

La drammatica storia di questa immensa porzione del Sud Ovest degli Stati Uniti ha radici lontane e inizia durante la Guerra Fredda e la relativa corsa agli armamenti e alla costituzione degli arsenali nucleari.

Ma come si inserisce in questo contesto uno fra i territori più evocativi degli Stati Uniti? La risposta è molto semplice: le oltre 27.000 miglia quadrate che compongono la Navajo Nation erano – e sono tuttora – ricche di uranio, minerale all’indispensabile per alimentare l’industria bellica statunitense.

Detto fatto: il Governo Federale, che possiede la terra per conto della popolazione Navajo affittò ampie aree di territorio ad aziende specializzate nell’estrazione dell’uranio le quali, in un periodo compreso tra il 1944 e il 1986, estrassero e vendettero al Governo Federale stesso oltre 4 milioni di tonnellate di uranio [1].

La maggior parte dei minatori impegnati nella micidiale attività di estrazione furono Navajo i quali non poterono che ringraziare per quella favolosa opportunità di lavoro che consentiva loro di non spostarsi dai territori dove erano nati e di lasciarsi alle spalle una vita di miseria e di stenti. Per molti il lavoro nelle miniere fu addirittura il primo contatto con il sistema salariale degli Stati Uniti. [2].

Peccato che, con la scusa che i minatori fossero scarsamente alfabetizzati e praticamente incapaci di parlare inglese, nessuno di preoccupò di informarli dei pericoli per la salute legati all’estrazione dell’uranio, sebbene numerosi studi condotti in Europa addirittura all’inizio del 1900 indicassero un chiaro legame tra il lavoro nelle miniere di uranio e elevati tassi di tumore al polmone. [3]

Il risultato fu che pochissime protezioni furono fornite ai minatori prima del 1962 e anche dopo quella data la loro diffusione fu lenta e incompleta. [4]. Non va dimenticato inoltre come, ignari della pericolosità delle radiazioni di uranio, i Navajo utilizzarono gran parte dei materiali di scarto delle miniere per costruire le proprie abitazioni.

Con la fine della Guerra Fredda l’interesse del Governo nei confronti dell’uranio si esaurì rapidamente, le miniere furono chiuse in fretta e furia e le aziende abbandonarono velocemente la zona, lasciando come ringraziamento ai Navajo malattie e morte.

Né il Governo Federale né tantomeno le aziende che avevano martoriato il terreno si preoccuparono infatti di bonificare il territorio con il risultato che i Navajo hanno continuato per decenni a vivere tranquillamente in zone e case contaminate bevendo, in molti casi, acqua radioattiva.

Un primo passo verso la presa di coscienza del dramma che stavano vivendo di Navajo fu l’emanazione, nel 1990, del Radiation Exposure Compensation Act che attestava la responsabilità del Governo Federale nel “maltrattamento” dei minatori Navajo e disponeva un risarcimento finanziario ai minatori affetti da malattie direttamente connesse all’uranio. [5].

Quattro anni dopo (1994) l’EPA, l’Ente di Protezione Ambientale del governo americano, insieme al Dipartimento per l’Energia (DOE) e all’Ufficio per gli Affari Indiani (BIA) ottennero un’audizione al Congresso degli Stati Uniti proprio sul tema dell’inquinamento da radiazioni. In quella sede l’EPA si offrì di compiere uno studio massimo sull’esposizione ai metalli pesanti e sulle conseguenze sulla salute derivanti dalla presenza delle miniere abbandonate sul territorio Navajo.

L’EPA terminò lo studio nel mese di agosto del 2007, identificando 520 miniere abbandonate e quindi potenzialmente pericolose. Nell’ottobre di quello stesso anno l’EPA presentò il proprio lavoro all’House Committee of Overshight and Goverment Reform ottenendo l’incarico di coordinare, insieme ad altre quattro agenzie governative, la stesura di un piano quinquennale (2008 – 2012) per la bonifica della aree a rischio.

Il piano, chiamato Health and Environment Impacts of Uranium Contamination in the Navajo Navation, Five – Year Plan è stato pubblicato il 9 giugno 2008 – e aggiornato nel mese di aprile del 2009 – e contiene un lungo elenco di attività – e relativo budget – da compiere per eliminare le fonti di radiazioni presenti sul territorio.

Tra le principali vi sono:

• Analisi di oltre 500 strutture abitative con l’identificazione del livello di radiazioni per ciascuna abitazione e relative azioni di remediation che possono prevedere anche l’abbattimento delle strutture stesse;

• Analisi delle falde acquifere principali con particolare attenzione ai pozzi non gestiti dal governo per identificare quelli contaminati;

• Bonifica delle 520 miniere di uranio abbandonate. [6]

Da giugno 2008 l’EPA non è rimasta con le mani in mano. Forte di un budget di 8 milioni di dollari da utilizzare solamente per l’analisi delle abitazioni, l’ente governativo, in strettissima collaborazione con la Navajo Nation, aveva verificato – a luglio 2009 – 113 strutture, abbattendo, le 27 con un livello di radiazioni superiore al normale. Il costo totale di ogni singolo abbattimento, comprensivo del costo per spostare le famiglie residenti nelle strutture è di circa 260.000 dollari.

Ovviamente il Governo Federale si è fatto carico di tutti i costi di abbattimento e ricostruzione, offrendo anche 50.000 dollari a famiglia nel caso quest’ultima dovesse scegliere di non farsi costruire una nuova abitazione.

Inutile sottolineare quanto sia grande lo sdegno della popolazione Navajo. Solo parzialmente risarciti con il Radiation Exposure Compensation Act, e ancora fortemente esposti alle radazioni, i Navajo hanno ricevuto almeno un grazie – sebbene tardivo – dal Governo Federale che ha dichiarato il 30 ottobre Cold War Patriots National Day of Remembrance.

Elizabeth Minter

[1]; [6] www.epa.gov.

[2]; [3]; [4]; [5] www.ajph.aphapublications.org