La politica è in crisi. Cerchiamo di salvarla.


Categoria: DIRITTI COMUNI

sabato, 23 giugno 2012

Il pensiero politico ha sempre occupato un posto di grande rilievo nella storia dell’umanità. Le prime riflessioni sul tema della vita collettiva furono elaborate nel VI secolo a.C. in Grecia. Da lì prese avvio la riflessione sulle modalità di esercizio di un buon governo e sul tema della giustizia sino a giungere, nel corso dei secoli successivi, alle sintesi teoriche dei più grandi filosofi. Per citarne solo alcuni, in maniera assolutamente non esaustiva, basti ricordare Aristotele che con “La Politica” avviò una approfondita riflessione sul tema del governo della città, Platone che nel suo “La Repubblica”elaborò la prima idea di comunismo, Moro, Bacone e Campanella che nelle loro opere delinearono i tratti di società utopiche, e poi ancora Machiavelli, Hobbes, MontesquieuRousseau, Marx e Popper che con i loro scritti hanno contribuito alla definizione delle moderne teorie politiche.

Tutto questo interesse nasce da una semplice constatazione: sin dall’antichità la politica ha coinvolto, appassionato, unito e diviso le persone in una infinita contesa per la conquista del potere. Marxianamente, secondo il famoso incipit del Manifesto del Partito Comunista,  la storia di ogni società è storia di lotte di classi. Ogni teoria politico-filosofica concorda e prende avvio da tre principi chiave:
1.    la politica è confronto e scontro di idee sulle scelte di fondo che interessano una società;
2.    la conquista del potere consente di tramutare le idee vincenti in decisioni in grado di orientare in un senso piuttosto che in un altro la vita privata e collettiva;
3.    poiché per ogni problema esistono soluzioni diverse, motivate da idee diverse in grado di tutelare interessi diversi, la politica non potrà mai né sparire né ridursi a tecnocrazia con soluzioni univoche.

Come spiegare allora, l’attuale indifferenza/repulsione verso tutto ciò che la politica rappresenta?
La risposta può risultare solo apparentemente ovvia. Il livello raggiunto dalla corruzione, dal trasformismo, dal vuoto di ideali giustificherebbe il diffuso e radicato sentimento di antipolitica ed il ritrarsi verso una dimensione tutta individuale dalla quale risulta espunta ogni ansia o passione collettiva. In realtà la risposta è assai più articolata e complessa. Senza sottovalutare l’incidenza dei problemi sopra richiamati, i motivi della crisi della politica e dei partiti vanno ricercati proprio nell’indebolimento, quando non addirittura nella negazione, di quei tre principi chiave sopra citati.

Le campagne elettorali contemporanee – tutte indistintamente tese a ricercare il consenso dei moderati- sono un gran carosello di insulti, slogan, attacchi più o meno volgari tesi a delegittimare i leader avversari. Spiegare le proprie proposte, articolare la propria visione della vita e della società e su questa ricercare il consenso, sembra non interessare più nessuno. Nella moderna arena televisiva, che frulla tutto ad una velocità che è pari solo alla sua superficialità, appena il gridarsi addosso cede il posto alla riflessione l’audience crolla.
Designati i vincitori arriva il momento delle scelte di governo e –soprattutto se i vincitori sono di sinistra – delle famigerate “compatibilità”. Improvvisamente le poche idee presentate nel corso delle campagne elettorali sfioriscono e sbiadiscono in vaghi disegni di legge nei quali non rimane che qualche labile traccia dell’ispirazione originaria. In generale, è opinione largamente diffusa che, chiunque governi, per le nostre esistenze materiali cambi poco o nulla.

La politica contemporanea, i partiti contemporanei sono deboli. L’economia, la forza schiacciante dei suoi interessi e delle sue leggi –  apparentemente ineluttabili – non è mai stata tanto forte. L’economia e le scelte che la orientano e la governano tendono a sottrarsi alla contesa politica, ad oggettivarsi. Il ministero del Tesoro, il più politico tra tutti – perché in grado di orientare in quale direzione reperire ed utilizzare le risorse pubbliche- viene gestito per lo più da figure politicamente neutre, spesso di confine tra uno schieramento e l’altro. Quando la politica fa troppi danni – vedi Grecia e Italia – il ruolo e l’importanza dei tecnici diventa ancor più imprescindibile ed indubitabile.
Dovendo sintetizzare, esattamente all’opposto di quanto avevamo visto in apertura, la politica – che è sempre meno confronto e scontro di idee – sembra ormai incapace di orientare o cambiare la direzione delle moderne società  e dell’economia e, proprio per questo, tende a sparire e a lasciare il campo ai nuovi tecnocrati. Tali dinamiche generali risultano ancor più evidenti in Europa dove il processo di unificazione economica, realizzato senza aver prima costruito una Unione politica, ha determinando – di fatto- una cessione di sovranità degli Stati a vantaggio di organismi e direttori tecnici.
Parafrasando il filosofo napoletano Giambattista Vico che sosteneva che ogni civiltà ha un corso che, giunto al suo apice, si arresta ed entra in crisi potremmo concludere dicendo che, anche la politica, dopo le grandi stagioni della speranza e dell’impegno vive da alcuni anni una lunga fase di riflusso e di crisi.
È superabile questa crisi della politica? La risposta non è semplice, ma è drammaticamente urgente. Cercare di costruire una risposta è un compito che dovrebbe vederci tutti partecipi e non sonnolenti spettatori.

Antonio Formichella