La trappola di Clariste Soh-Moube


Categoria: SCRITTURE

domenica, 24 giugno 2012

Mbeng nell’idioma camerunense vuol dire Europa. Europa nell’immaginazione, nei sogni, nei posti dell’anima degli uomini e delle donne dell’Africa, vuol dire speranza.La storia di Clariste Soh-Moube potrebbe essere riassunta in questa frase. Ma la vicenda di questa giovane donna non può e non deve essere “riassunta”. Non esistono generalizzazioni nelle storie dei migranti che abbandonano la miseria dei propri paesi, l’aridità dei propri luoghi, il dolore dei propri cari per intraprendere il viaggio del proprio, ignoto destino. Ognuno ha la sua storia, ogni passo percorso e affondato nella sabbia del deserto, benché venga subito ricoperto da altra sabbia, è un’impronta indelebile nella storia dell’umanità e nelle coscienze del benessere (che resta tale, nonostante crisi e recessione) di noi fortunati abitanti del nord del mondo.


Clariste Soh Moube. Foto Max  Hirzel

Clariste è una donna, è una calciatrice, è figlia e sorella. Il suo Camerun, Ko, è una terra riarsa e una democrazia sempre promessa e mai realizzata. Un paese difficile. Quasi impossibile se non fosse per i volti umani e i gesti solidali dei vicini, dei compagni di viaggio, dei familiari. Come tanti paesi dell’Africa sub-sahariana, è un paese privo di aspettative, da abbandonare per cercare quell’Eldorado che si chiama, appunto, Mbeng, la “fortezza” Europa. Nella case dei villaggi, nelle strade dei poveri quartieri, l’eco porta notizie di coloro che ce l’hanno fatta. Di chi ha oltrepassato il “muro” del respingimento ed è uscito dall’inferno del non-futuro e ora è là e cerca di sopravvivere. Ma sono voci flebili, alterate ed edulcorate dalla volontà di chi non accetta e di chi non conosce la realtà di un ade smisurato, disseminato dai resti miseri dei corpi di chi si è dovuto arrendere. Un tragitto impossibile, atroce, un peregrinare sinistro, un arrivo che non sarà mai.
Clariste ci fa un dono meraviglioso: il diario del suo viaggio. A queste pagine, tradotte dal fotografo Max Hirzel, dà il nome de “La trappola”, per le edizioni Infinito. Attraverso paesi e realtà di cui noi occidentali, noi europei, sentiamo ogni tanto appena parlare, si racconta un’odissea fatta di inganni, minacce, ricatti, violenza. Ma anche amicizia e solidarietà. In ognuna di queste tappe, nel suo racconto, Clariste ci parla di incontri, di scambi, di reciproco sostegno, di pietà. A noi che viviamo nella libertà del movimento, nel perseguire la scoperta, nel gioco turistico del visitare, può sembrare assurdo questo continuo andirivieni da un luogo a un altro, questo rimbalzare disperato di destini. Una porta che si chiude è spesso un tornare al punto di partenza. Resta una “trappola”.
Ci sono tutti gli elementi del traversare ossessivo, tormentato e drammatico. La carretta del mare che affonda subito dopo essere salpata, il pellegrinaggio di casa in casa alla ricerca di cibo e riposo, la guerra civile, tradimenti e disillusione. Clariste parte un giorno dal suo Camerun. Ha qualche soldo in tasca, un po’ di speranza nei piedi di calciatrice. Si porta dietro l’affetto e le raccomandazioni dei genitori e dei fratelli. È forte e determinata a raggiungere la sua meta e ritiene che tutto quanto porti nel suo bagaglio sia sufficiente a farla arrivare. Non conosce bene la burocrazia, è ignara dei blocchi ai confini,  non sa della corruzione. Nigeria, Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio, Mali, Senegal. Sono questi i primi paesi di un pellegrinaggio senza fine. Tuttavia il punto più tragico per lei e per tutti i migranti al di là del Sahara, è il deserto. Questo  è un universo di morte e di nulla. Lo si intraprende già sapendo di avere esili speranze di giungere alla fine. Anche perché una fine non c’è. E se c’è, non è certo migliore. È l’inospitalità dei ghetti del Maghreb, la violenza inaudita della polizia depravata. Ma la cosa che fa più male è il razzismo viscerale, il disprezzo degli “altri” africani che pensano di essere superiore ai neri. Algeria e Marocco dovrebbero essere finalmente l’epilogo. Così non sarà.
Quella che per Clariste è storia e racconto, per noi che leggiamo e ascoltiamo diviene cronaca. I centri di raccolta ai confini del Mediterraneo, il fermo obbligato nei ghetti che non sono mai di “passaggio”. Comincia un’altra “avventura”. Ma questo è un termine “troppo” letterario per descrivere questa disperazione per dare solo un’idea di cosa provino un uomo e una donna “reclusi” in un non-luogo di assoluto degrado: morale, umano e strutturale. Essere ammassati come neanche gli animali, non potersi lavare, essere costretti a mangiare cibo sudicio o a bere le proprie urine.
I tentativi di fuga, di “assalti” ai muri, alle gabbie e ai recinti si organizzano, ma quasi mai riescono. E allora il respingimento non pone fine solo alle speranze ma anche alle vite di chi tenta. È la storia di Ceuta e Melilla, delle esecuzioni senza pietà, delle mitragliatrici che sparano sul “mucchio” Ma è anche la storia delle assurde politiche sull’immigrazione del nostro continente, delle selezioni “schiavistiche” di Sarkozy, dei governi “complici” del nord Africa.
Clariste lascia sul campo delle sue aspettative tanti compagni e amici. Dopo otto anni, interminabili, infernali, si arrende alla via del ritorno. Capisce che vale la pena “restare” per poter fuggire. Sì, fuggire dal ricatto del mondo ricco, dallo sfruttamento, dalla morte. Acquisisce coscienza di essere africana e di voler, stavolta, fermarsi per costruire, ma anche per denunciare. Nel suo viaggio di ritorno la sosta, di nuovo, in Mali, significherà per lei l’inizio di una nuove vita. L’incontro con Aminata Dramane Traoré, fondatrice del Forum Sociale Africano ed ex ministro della cultura del Mali, segnerà per sempre e definitivamente la sua vita. Clariste diviene testimone attiva, ricercatrice, scrittrice. Collabora alla stesura di relazioni e documenti ed è parte attiva nell’organizzazione di forum e conferenze. Attraverso l’incontro con José Bové approfondisce i temi dell’altermondismo, si fa portavoce dei diritti dei suoi fratelli africani. Mette a disposizione del suo continente l’esperienza terribile che ha vissuto.
La trappola, il libro di Clariste Soh-Moube, è scritto con la prefazione di Giulio Cederna, giornalista da sempre impegnato negli studi sociali sullo sviluppo dell’Africa e nella loro divulgazione, e con l’introduzione del regista etiope Dagmawi Ymer. È la testimonianza di un mondo che bussa alla nostra porta ma che noi ricacciamo continuamente, perché alla nostra società e ai nostri bisogni, fa comodo che resti lì. Nell’anticamera di una speranza.

Cristiano Roccheggiani

Scheda libro
Clariste Soh-Moube
“La trappola”
Infinito Edizioni  – 2012
158 pagine – 6,9 euro