Le presidenziali in Egitto hanno messo fine al sogno di piazza Tahrir?


Categoria: Africa, GEOGRAFIA DEI POTERI

lunedì, 4 giugno 2012

In Egitto la “primavera araba” ha virato verso l’autunno e <<la rivolta di piazza Tahrir ha ceduto il posto alla ‘thawra al mudada’, la controrivoluzione>> [1]. Ancora più pesante il giudizio espresso dal portavoce del Partito degli Egiziani liberi, Ahmed Khairy, secondo cui <<ormai si stanno confrontando due progetti reazionari “uno islamo-fascista e l’altro militar-fascista”>> [2].
Questo è il significato più immediato che il popolo rivoluzionario attribuisce alle elezioni presidenziali del 23 e 24 maggio scorso.
È indubbio però che sono state delle consultazioni vere, cosa mai accaduta nella storia egiziana, e il merito va attribuito alla forza propulsiva della rivolta, spesso repressa nel sangue dentro e fuori le carceri. La piazza non verrà abbandonata facilmente come dimostrano le centinaia di persone che protestano contro le assoluzioni dei militari e la “semplice” condanna all’ergastolo del ex-presidente Hosni Mubarak, ma è possibile un sempre maggiore ridimensionamento vista la risposta securitaria sempre più unica opzione e visto l’arrivo del nuovo capo dello stato.

Vediamo perché l’opinione dei protagonisti della primavera circa una rivoluzione mancata potrebbe avere più di un elemento di verità. Respinti tutti i ricorsi e ricontati i voti, al ballottaggio del 16 e 17 giugno prossimo, si confronteranno Mohammed Morsy il candidato dei Fratelli Musulmani e l’ex primo ministro Ahmed Shafiq che rispettivamente hanno ricevuto 5.764.952 (24,77%) e 5.505.327 (23,66%) preferenze.
Al terzo posto troviamo il candidato socialista di tradizione nasseriana Hamdeen Sabbahi  (grande successo nella capitale, Alessandria e altre grandi città) con il 20,7%, al quarto il candidato islamista liberal Abdel Moneim Abul Futouh con il 19,98% e al quinto dall’ex segretario della Lega Araba Amr Moussa con l’11,12%. A questi ultimi due si assegnavano alla vigilia concrete chances di successo.
Dopo il 60% dei votanti alle legislative  vinte dal partito islamico, a questo primo turno dei 51 milioni di aventi  diritto alle urne si è recato solo il 46,42%. Una percentuale non dissimile da altri paesi dell’area, indicativa dello scarso interesse che ha suscitato la contesa.

In tutto si sono presentati 13 candidati ma solo 3 rappresentano i protagonisti di quella rivoluzione dalla quale all’inizio si è tenuta distante il partito della Fratellanza islamica. Stiamo parlando di coloro che hanno supportato sostenuto e difeso  <<quelli che hanno costruito piazza Tahrir non con Facebook, ma in anni e anni di battaglie – battaglie e carcere, come i ragazzi del Movimento 6 Aprile. La data, era il 2008, ricorda la feroce repressione delle manifestazioni nel distretto operaio di Mahalla>> [3]. Si tratta dell’avvocato difensore dei  poveri Khaled Ali e dei due deputati animatori della piazza Hamdeen Sabahy e Abul-Ezz el-Hariri. A parte l’incapacità di fare fronte comune, sono la sostanziale emarginazione dal quadro politico ufficiale, l’ostracismo dei media e l’impossibilità di raccogliere fondi sufficienti a mettere, fin dall’inizio, fuori gioco le forze rivoluzionarie.

Ma la vittoria della tradizione è frutto soprattutto di altre motivazioni. Dovremmo tener conto della composizione socio-demografica della protesta che resta minoritaria rispetto agli elettori. Si tratta di abitanti delle grandi città, non solo giovani, ceti medi impiegatizi dei settori economici non controllati dai militari, professionisti e operai dell’industria di Suez.
<< La connotazione sociale dell’elettorato egiziano si è, ancora una volta, confermata fondamentalmente rurale e conservatrice, essenzialmente distante dalle sembianze progressiste e moderne delle forze giovanili di Piazza Tahrir, con i loro slogan trasversali, le moderne piattaforme politiche e i social network come strumenti di aggregazione spontanea>> [4].

Dopo tanti mesi di instabilità l’ex primo ministro Ahmed Shafiq ha puntato sul ritorno alla normalità, come quella che vorrebbero i molti lavoratori del turismo in grande crisi, addetti che <<da sempre atomizzati, poco politicizzati, succubi ai ricatti di multinazionali o padroncini, pensano a sbarcare il lunario votando per lo Shafiq che con la stabilità promette ripresa>> [5].
I diritti e la lotta alla corruzione si possono mettere da parte se una scaltra capacità comunicativa riesce a raccontare  che l’Egitto può ripartire anche con un presidente che era primo ministro al momento dell’avvio della rivolta e che è sostenuto dai militari da molti di quegli elementi del disciolto partito di Mubarak e cioè il Partito democratico nazionale.

Se da una parte i Fratelli musulmani, per vincere il ballottaggio, fanno leva sulla paura di un ritorno ad uno stato di polizia che tradirebbe lo spirito del cambiamento, dall’altra il messaggio di stabilità e di ritorno alla normalità non è meno rilevante proprio perché utile ad un’eventuale vittoria finale soprattutto in considerazione di quanto detto a proposito della composizione dell’elettorato e in genere della popolazione egiziana.
Il controllo esteso e profondo dell’economia da parte delle gerarchie militari ha reso disponibili risorse e capacità per affrontare al meglio questa sfida senza tener conto il Supremo Consiglio delle Forze Armate ha di fatto impedito ogni tipo di riforma che restringesse il potere dei militari, passando per lo scioglimento forzoso dell’Assemblea Costituente.
La normalità significa anche, per l’establishment militare, impedire la vittoria dell’islam perché provocherebbe forti contrasti all’interno, in particolare per i temi legati alla libertà culturale e religiosa, e sicuramente vedrebbero i governi occidentali, meno disponibili con l’Egitto.
Indipendentemente da chi siederà sulla poltrona di capo dello stato, il sogno di un paese apertamente democratico, laico, ripulito dalla corruzione e con una distribuzione più equa della ricchezza sembra la momento tramontato.
Pasquale Esposito

[1] Sono le parole delle fonti dell’agenzia Misna quando era ormai chiaro il risultato; “VERSO IL SECONDO TURNO, SULL’ONDA DELLA ‘CONTRORIVOLUZIONE’”, www.misna.org, 28 maggio 2012.
[2] Enrico Campofreda, “MILITARI CONTRO FRATELLI NELL’EGITTO POST MUBARAK”, www.medarabnews.com, 26 maggio 2012
[3] Francesca Borri, “Tra Piazza Tahrir e il partito del divano”, Il Manifesto, pag. 9, 23 maggio 2012
[4] Alessandro Martines, “ELEZIONI PRESIDENZIALI: LO SPETTRO DELLA RESTAURAZIONE E LA FISIONOMIA DEL NUOVO EGITTO”, www.medarabnews.com, 28 maggio 2012
[5] Enrico Campofreda, “IL VOTO DELLA PAURA SUL DOMANI EGIZIANO”, www.medarabnews.com, 29 maggio 2012