Maternity Blues di Fabrizio Cattani


Categoria: Cinema, SCHERMI

martedì, 24 aprile 2012

Non esiste roccia che non si sbricioli prima o poi, fuori o dentro” (da Maternity Blues)

Clara, Eloisa, Rina e Vincenza sono quattro donne molto diverse tra loro per formazione e carattere, ma che condividono una terribile esperienza: quella di aver ucciso i propri figli. Fuori dall’ospedale psichiatrico giudiziario in cui sono rinchiuse – per espiare la loro condanna, che è soprattutto interiore – vengono considerate “mostri”, “assassine”, “madri snaturate”, ma dentro quelle mura sono donne spezzate che si rimandano vicendevolmente, come in uno specchio, il loro dolore e senso di colpa.

E così, in una routine riabilitativa, alternano giorni in cui si passano accanto senza nemmeno sfiorarsi, nell’ascolto muto di una “tempesta dentro che non esce mai”, ad altri in cui trovano invece la forza di guardarsi, raccontarsi e di… ricordare: ricordi di un gesto che vorrebbero cancellare, ma di cui porteranno il peso, ed il senso di colpa per tutto il resto delle loro esistenze.

Ci sono film che tutti dovrebbero vedere perché affrontano temi che riguardano e coinvolgono tutta la società. Maternity Blues di Fabrizio Cattani (nelle sale a partire dal 27 aprile) è uno di questi e non solo perché è un bellissimo film – di livello decisamente superiore rispetto agli standard dell’attuale cinema italiano, ottimamente recitato, misurato, senza sbavature o eccessi, basato su una splendida sceneggiatura, e su questo tornerò dopo – ma proprio perché ha il coraggio di portare sullo schermo il “lato oscuro” della maternità e di voler introdurre una riflessione su un argomento che ancora soggiace alla maledizione e mitizzazione di un comune sentire – ed alle sue banalizzazioni ed infinite stereotipate declinazioni – che pone per scontato l’istinto materno e le cure di una madre verso il proprio figlio. Il titolo, Maternity Blues, sta infatti ad indicare quella vera e propria patologia che è la depressione post-partum e di cui arriva a soffrire fino al trenta per cento delle donne subito dopo la nascita del figlio, ma intende includervi e soffermarsi anche sulla condizione propria della maternità, una condizione sempre e comunque di disagio e di totale stravolgimento – non solo emotivo, ma anche propriamente fisico – in cui la nota dominante è quella del sacrificio; un sacrificio continuo, estenuante, una rinuncia del sé, del proprio tempo, del proprio sonno per poter far fronte al difficile compito di divenire madre: un compito che non si apprende, contrariamente a quanto si crede, per mero istinto biologico, ma che è semplicemente “un modello che si sperimenta”. Succede così che, contrariamente a quanto ci si ostina a raccontare e a tramandare, l’amore per un figlio appena nato, per quanto desiderato, non sia quel sentimento immediato e spontaneo che tutti si immaginano, ma un’elaborazione che talvolta può richiedere tempo, un tempo in cui la donna percepisce sé stessa come inadeguata, “sbagliata” rispetto al modello ed alle aspettative che la società esige.

La pièce teatrale  “From Medea” (sottotitolo: Maternity Blues) di Grazia Verasani – da cui è tratta la sceneggiatura, scritta da Cattani e la stessa Verasani – nasce proprio come tentativo di rompere il muro di questa vera e propria “omertà” che tace le reali difficoltà cui va incontro una donna nel momento della maternità – dipinto sempre come un momento roseo, particolarmente felice e sereno – e che poco informa sulle devastanti conseguenze che potrebbero derivare dalla depressione post-partum o anche dalle semplici difficoltà di dover affrontare in solitudine un momento così delicato e complesso.
From Medea”, pubblicato da Sironi Editori nel 2004 ma scritto nel 2002 e rappresentato in molti paesi europei, ha la sua genesi proprio nell’insofferenza dell’autrice verso il giudizio sommario e superficiale dei media – e dell’opinione pubblica da essi generata ed influenzata – riguardo il caso Franzoni e si pone anche come atto di accusa contro una società che anziché cedere alla rassicurante necessità di esternare il “male” – male inteso come malessere profondissimo che in qualsiasi momento potrebbe colpire ognuno di noi – e di additare ”mostri”, dovrebbe invece attivarsi per prevenire, sollecitando queste madri sofferenti ad esternare il loro disagio, a non sentirsi in colpa per non corrispondere ad un modello di maternità precostituito e, soprattutto, a non chiudersi in una solitudine che potrebbe divenire deleteria (per i loro figli, ma anche per loro stesse, essendo l’infanticidio un atto che è anche, sempre, tentativo di suicidio insieme – “avrei dovuto morire con loro“, dice Clara, una delle protagoniste del film, in un momento di confessione –  che distrugge per sempre il resto dell’esistenza della donna che lo compie).
Dall’incontro tra un testo nato dunque dall’urgenza di affrontare un tema così scottante e la sensibilità di un regista come Fabrizio Cattani – già autore, regista e produttore del pluripremiato Il Rabdomante – nasce dunque Maternity Blues, un’opera che ha lo straordinario pregio di riuscire ad affrontare con estrema delicatezza un argomento così forte mantenendo sempre uno sguardo su queste donne che è al tempo stesso discreto e di partecipazione autentica, nella sospensione di ogni giudizio. La poesia di molte scene ed immagini nasce infatti dal tentativo – pienamente raggiunto – di indirizzare lo spettatore verso quello stato d’animo congeniale a non giudicare queste donne, né ad assolverle, ma semplicemente a conoscerle per provare a comprenderle. La commozione che scaturisce è quella della compassione, di una compassione che emerge nel momento in cui il dolore ed il dramma dell’altro diventa nostro. Sarebbe stato facile, nell’affrontare un tema già di per sé così drammatico, giocare in maniera disonesta con i sentimenti dello spettatore attraverso l’utilizzo retorico di immagini forti e crude, è ammirevole invece l’onestà del regista nel disporre in maniera discreta l’obiettivo della macchina da presa a voler restituire nella maniera più autentica possibile una semplice fotografia delle vite e della routine di queste donne.
Le storie personali delle quattro protagoniste emergono così a poco a poco – attraverso dialoghi sommessi e lento indugiare dell’obiettivo sui loro volti in primo piano – in una struttura corale in cui queste diverse solitudini – e differenti maniere di esternare o tacere il dolore – si incontrano. Ne risulta un film formalmente compatto, pur nella coralità, in cui ogni voce, ogni storia, ogni dramma personale, diventa parte di un’unica testimonianza dolorosa; significative, a tal proposito, sono le scene in cui la macchina da presa riprende dall’alto le donne sedute in circolo che si raccontano in una sorta di terapia di gruppo: uno sguardo dall’alto che le comprende tutte e che poi scende per avvicinarsi sui loro occhi, per penetrare nel loro dolore, ma mai in maniera percepita come invasiva da parte dello spettatore. Pregevole è anche la scelta di lasciar soltanto intuire – tramite un accurato montaggio alternato fatto di brevissimi tagli – il momento che separa il “prima” dal “dopo” – il momento dell’atto irreversibile – senza cedere alla tentazione di indulgere in particolari morbosi.
C’è un tentativo di “normalizzare”, e questo è più che mai evidente, non già la tragicità dell’atto, ma le esistenze di queste donne le quali, artefici del peggiore dei crimini, restano comunque donne normali, non “mostri”, non pazze, ma donne normali che rimangono – come le definisce l’autore stesso – delle “colpevoli innocenti”. Colpevoli di un gesto oggettivamente ingiustificabile, ma innocenti perché non pienamente responsabili di quella malattia di cui, in primo luogo, sono state vittime silenti e che le ha condotte a compiere il loro crimine.
Cattani introduce persino una nota di speranza tramite il personaggio-marito di una delle protagoniste – interpretato dal bravissimo Daniele Pecci - teso nello sforzo di perdonare sua moglie perché, nonostante tutto, è ancora capace di amarla; perché quel che emerge in ultima istanza da questo coraggioso film – che è stato dovuto realizzare in coproduzione (sistema di produzione che realizza prodotti audiovisivi in co-produzione fra tutti i partecipanti che diventano così proprietari di una quota dei diritti del film e permette di coniugare qualità ed indipendenza), con un budget di soli 400, 000 euro, a causa delle difficoltà incontrate  in un momento in cui il cinema italiano sceglie di investire su tante commediole leggere – è proprio il riuscito connubio tra questo amore e questo rifiuto: amore e rifiuto come sentimenti ambivalenti della maternità perché non ci si dimentichi mai che l’amore per il proprio figlio si nutre del sacrificio immenso e costante della madre e che mettere al mondo un “altro” da sé non è mai un gesto così scontato e spontaneo come si potrebbe pensare.
Non è certo la prima volta che il cinema tratta il tema della maternità, ma è sicuramente la prima volta in cui, almeno nel nostro paese, un regista trova il coraggio di affrontarne anche quel lato cosiddetto “oscuro”, riuscendo a realizzare un’opera perfettamente calibrata tra il racconto poetico e la riflessione sociale.
Ottime le interpretazioni di tutti gli attori – quella di Andrea Osvart in un ruolo finalmente maturo, quella dell’espressiva Monica Birladeanu capace di lasciar trasparire tutta la fragilità del suo personaggio dalla maschera di cinismo che pure indossa con estrema disinvoltura, così come quelle delle bravissime Chiara Martegiani e Marina Pennafina (che aveva già interpretato lo stesso personaggio anche in teatro) e del già citato Daniele Pecci – ottima la scelta di brani musicali per una colonna sonora capace di creare la giusta sintonia tra spettatore e personaggio e bellissimi i dialoghi, spesso attinti direttamente dall’opera teatrale di Verasani.
Maternity Blues è uno di quei film che realizza pienamente il fine di giungere alla verità attraverso l’arte, un’opera che il cinema italiano dovrebbe prendere come esempio a dimostrazione del fatto che si possono coniugare autorialità e tematiche importanti riuscendo al tempo stesso a coinvolgere emotivamente lo spettatore.

Rita Ciatti

Scheda del film

Titolo: Maternity Blues – Regia: Fabrizio Cattani – Genere: drammatico –  Durata: 95′ –  Produzione: IPOTESI CINEMA – FASO FILM realizzata da THE COPRODUCERS – Distribuzione italiana: FANDANGO DISTRIBUZIONE – Sceneggiatura: Fabrizio Cattani, Grazia Varesani (tratta dall’opera teatrale “From Medea” di Grazia Verasani) – Montaggio: Paola Freddi – Direttore della Fotografia: Francesco Carini (A.I.C.) –  Scenografia: Daniele Frabetti-  Costumi: Teresa Acone,  Sandra Cianci – Fonico di presa diretta: Francesco Liotard – Musiche: Paolo Vivaldi – Attori Principali: Andrea Osvart, Monica Birladeanu, Chiara Martegiani, Marina Pennafina, Daniele Pecci.