My Foolish Heart. Saggio di creatività aspettando l’esordio


Categoria: SPARTITI DI MASSA, Tracce d'artista [J-O]

mercoledì, 6 aprile 2011

Caterina Sandri ha una <<malattia>>. Una di quelle che vorrebbero avere in tanti soprattutto quando riesce a farci rinascere e vivere nuove sensazioni. È l’amore folle per Billy Holiday. È lei che ha ascoltato e ascolta ancora. Così mi ha raccontato in una breve intervista.
A dire la verità eravamo partiti da Beth Gibbons. Era lei che mi sembrava di rintracciare, con un tocco di colore, quando canta Sootiness, sonsy girl. Ha ascoltato anche i Portishead, ma non quanto Billy Holiday.

 

My Foolish Heart

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Siamo dalle parti di Torino e nel 2007 nascono i My Foolish Heart: Caterina Sandri (voci, flauto, percussioni, tastiere, rumori) e Stefano Ordazzo (chitarre, tastiere, percussioni).
La ragione sociale era, recita la loro presentazione, riproporre dal vivo in acustico, voce più chitarra, brani di qualsiasi provenienza: una relazione schizofrenica nella scelta dei pezzi che porta a nobilitare perfino “Toxic” di Britney Spears accanto alle più qualificate “Well… all right” di Buddy Holly, “Home and dry” dei Pet Shop Boys e “Pearly Gates” dei Prefab Sprout, uno dei riferimenti costanti per Stefano Ordazzo e Caterina Sandri.

 

My Foolish Heart

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Al duo si è aggiunto Davide Moretti (armonica a bocca, slide guitar) presente a fine 2009 con l’EP omonimo autoprodotto. Cinque brani che si aprono con spessore musicale e leggerezza interpretativa in varie dimensioni.

Testi in inglese, la lingua che hanno adottato e che sarà l’unica anche per l’esordio vero e proprio di quest’anno. Quelli in italiano sono sospesi, <<quando ci saremo finalmente liberati di questo polpettone (bellissimo…garantito), saremo pronti per dedicarci ai brani in italiano>>.
Diversamente dai lavori passati, suonati in solitudine, il disco dei My Foolish Heart avrà i contributi di diversi ospiti al sax baritono, alla batteria, al flauto, e al pianoforte, ma la cantante ha preferito non anticiparli. Invece sul titolo le abbiamo chiesto se era confermato Dreamy Head:

<<è un brano molto onirico e dalla forte componente orchestrale. E’ stato per un bel po’ di mesi il nostro preferito, finché non si è visto spodestato da quella che noi chiamiamo “la suite”, ovvero un brano di 13 minuti circa che abbiamo messo in chiusura all’ album. Per il titolo dell’album pescheremo da lì…(sarà un titolo onomatopeico, misterioso, da vecchi lupi di mare…)>>.

Dall’ascolto dei recenti Let me down easy (originale a firma Chris Hillmann+Roger McGuinn), You doo right, Afternoon’s nuisance e Sootiness, sonsy girl si legge un originale attraversamento di generi musicali, di pennellate sonore che lasciano presagire un quadro che potrebbe sospendere lo sguardo.

Sembra di capire che ci sia un lavoro di ricerca di sonorità senza tempo, che non siano ingabbiate nelle imposizioni del momento. Questa ricerca avviene attraverso il lavoro sui generi musicali o nel dare seguito, per esempio, elaborando, brani divenuti un classico o da voi ritenuti tali?

<<Non c’è un vero e proprio lavoro di ricerca “a tavolino”. Tutto quello che nasce, nasce spontaneamente ed è frutto di un’ intima esigenza espressiva.
A volte capita che ci imponiamo di scrivere, per esempio, “un brano alla REM”, o “alla MOTORPSYCHO”, ma puntualmente viene fuori qualcosa che richiama le suggestioni musicali più disparate. Cosa più che normale dal momento che il processo compositivo si nutre di quella componente istintuale, irrazionale, che è il motore della creatività
>>.

Che posizione assumono le liriche nella composizione del brano? Le parole dove dovrebbero condurre l’ascoltatore? Anche i temi sono senza tempo o hanno connessioni con le problematiche dei nostri giorni?

<<I testi sono assolutamente senza tempo…pur essendo schifata, incazzata in relazione al mondo, non riesco a vivere la musica, e in più in generale l’arte, come uno strumento di denuncia sociale. Anzi la vivo piuttosto come un luogo ove mettersi al riparo dal mondo esterno, dove potersi abbandonare e mondarsi.
Per me scrivere un testo o una melodia è qualcosa che accade e non il risultato di un’intenzionalità.
Così il processo creativo diventa un viaggio attraverso un territorio misterioso, dove non sai cosa incontrerai.
Per questo non inizio mai avendo un’idea di cosa scriverò ma mi abbandono completamente all’inconscio, magari partendo da una parola o da un’immagine e proseguendo per libere associazioni…non che io mi sia mai imposta questo metodo, semplicemente non so fare altrimenti.
Ho bisogno di lasciare che le cose accadano da sé, altrimenti non ne cavo un ragno dal buco
>>.

Intanto abbiamo visto un bel ragno. Aspettiamo anche la ragnatela che possa intrappolarci.
Non vi curate di noi e ascoltate! di Ciro Ardiglione