Roman Polanski: a film memoir di Laurent Bouzereau


Categoria: Cinema, SCHERMI

venerdì, 18 maggio 2012

Presentato il giorno di apertura del Festival di Cannes per la sezione Special Screenings, nelle sale italiane dal 18 maggio, Roman Polanski: a film memoir è dunque, proprio come recita il titolo, un film sulle memorie di vita del regista di origini polacche, da lui stesso rievocate in una lunga intervista concessa nel 2009 all’amico e produttore Andrew Braunsberg  durante il soggiorno nella sua casa di Gstaad in cui si trova costretto agli arresti domiciliari.

Da circa 15 ore di registrazione il regista documentarista Laurent Bouzereau – che ha scritto e prodotto centinaia di documentari sul making of di molti dei più importanti film dei più grandi registi nella storia del cinema, tra cui Hitchcock, Spielberg, Lucas, Zemeckis e Polanski stesso – realizza un documentario di 94 minuti di conversazione arricchiti da estratti di film, foto inedite ed autentici filmati giornalistici sull’invasione tedesca di Varsavia e sulle condizioni del ghetto ebraico in cui Polanski visse con la sua famiglia. Voce e sguardo del regista si sciolgono spesso in una commozione a stento trattenuta e mentre rievoca episodi particolarmente drammatici della sua infanzia – tra cui la separazione dai suoi genitori deportati nei campi di concentramento ed i primi grandi dolori della sua giovanissima esistenza – memorie personali e memoria storica si intrecciano ed anche evidenziano come e quanto determinati particolari si imprimano a forza nella mente per poi essere rielaborati attraverso il processo artistico che li trasformerà in vere e proprie idee filmiche; così una scatola di cetrioli trovata in un magazzino durante l’occupazione tedesca, quando la fame e la paura erano compagni di vita quotidiana, sarà ricordata ne Il Pianista, premio Oscar nel 2003; un uomo intravisto da lontano su un campo innevato – ricordo di una visione infantile colma della speranza di aver riconosciuto nella figura che cammina il padre che viene verso di lui – diventa scena di uno dei suoi primi cortometraggi; il senso di smarrimento e solitudine in balia di un mondo nemico diventano i tratti del suo Oliver Twist;  perché in fondo è così che funziona nelle menti dei grandi artisti, tutto, ogni ricordo, ogni evento, ogni più piccolo particolare concorre a tessere la trama delle opere che verranno. La narrazione delle vicissitudini durante l’occupazione tedesca è certamente la più toccante e densa di aneddoti tristi su cui non lesina di soffermarsi, accompagnandoli da un’espressione colma di quell’interrogativo stupore tipico di chi ancora non è riuscito a spiegarsi come sia potuto avvenire tutto ciò. Uno sguardo che si fa improvvisamente duro, che ha accettato, ma mai superato i traumi vissuti.

Dopo il racconto dell’infanzia, incalzato dalle domande sempre molto partecipi dell’amico Braunsberg, passa a narrarci dei suoi primi passi nel mondo dello spettacolo, delle prime difficoltà, dei primi successi, fino agli altri tragicissimi eventi che hanno costellato la sua vita; dapprima l’efferato assassinio,  nel 1969, della moglie Sharon Tate, all’ottavo mese di gravidanza, trucidata insieme ad altre tre persone dalla  setta di Charles Manson mentre si trovava nella sua villa di Beverly Hills – ed anche qui il racconto si fa denso di uno sguardo carico di dolore ed incomprensibilità di fronte ad un destino crudele – poi,  nel ’77, l’accusa di violenza sessuale su una minorenne, la sua ammissione di colpevolezza, la detenzione nel carcere di Chino, il suo rilascio in seguito a patteggiamento con la richiesta di lasciare gli Stati Uniti, fino al nuovo arresto avvenuto a Zurigo nel 2009, ove si era recato per andare a riscuotere un prestigioso premio alla carriera; ma racconta anche dei momenti belli, che pure non sono mancati, come dell’incontro con l’attrice, poi divenuta sua moglie, Emmanuelle Seigner e dell’amore per i suoi due figli.  Le parole che cercano di restare aderenti ad un’esposizione chiara e lucida non mancano di trasmettere tutta l’emozione sottesa nel ricordo e l’accompagnamento di musica, immagini, foto, filmati di repertorio rende il tutto estremamente toccante.
Al di là del resoconto dei fatti, del resto già ampliamente resi noti dalla stampa – sebbene con la consueta distorsione tipica degli scoop scandalistici che sempre accompagnano le vite dei personaggi famosi – le sue parole ci restituiscono tutta l’intensità di emozioni mai sopite e di ricordi trattenuti in maniera ancora molto vivida; e quel che emerge e traspare è il ritratto di un uomo che  ha saputo accettare e reagire con dignità ai rovesci di un destino che davvero non ha saputo risparmiargli dolori e tragedie, ma che anche ha saputo, come egli stesso non fatica a riconoscere, altrettanti successi e gioie. “A volte penso che davvero il libero arbitrio non esista e che tutto sia già stato scritto”, si azzarda ad affermare quasi in chiusura, rilevando quanto buona parte di ciò che gli è accaduto, compresi i primi passi mossi nel mondo dello spettacolo, sia stato frutto di coincidenze, spesso fatali.
Un’immagine inedita di questo grande regista dunque, così diversa da quella che la stampa ci ha spesso restituito e che del resto, come lui stesso afferma “è talmente distante da quella reale che non ci provo nemmeno a cambiarla”.
Solo la sensibilità di un regista come Bouzereau, abituato a raccontare ciò che avviene dietro il set, oltre la finzione filmica, poteva riuscire a cogliere l’uomo autentico, e le autentiche emozioni che hanno accompagnato Polanski in questa rievocazione della sua vita. Certamente la maniera semplice e diretta in cui è stato realizzato il documentario, all’interno della sua casa di Gstaad, è stata una scelta obbligata dalla particolare situazione in cui si trovava Polanski, eppure non si può non riflettere su quanto l’ambientazione in interni sia un tratto distintivo di molti dei capolavori del regista polacco, compresa quello dell’ultimo, Carnage. L’ambiente chiuso nel suo cinema, che sia una singola stanza (La Morte e La Fanciulla), un intero condominio (L’Inquilino del Terzo Piano, Rosemary’s Baby), una villa isolata (Cul de Sac) un appartamento (Repulsion, Carnage) o l’interno di un’imbarcazione (Il Coltello nell’Acqua) è sempre luogo per eccellenza in cui le nevrosi dell’umanità trovano la loro piena conferma, un microcosmo in cui le maschere sociali cadono e rivelano i tratti di un’umanità sempre primordiale.
In Roman Polanski: a film memoir invece è come se Bouzereau avesse voluto riprendere proprio l’elemento filmico dello spazio chiuso caro a Polanski per utilizzarlo in maniera costruttiva,  trasformando una reclusione, imposta, in  momento di intima riflessione e di liberazione emozionale.

Rita Ciatti

Scheda del Film

Titolo: Roman Polanski: a film memoir – Regia: Laurent Bouzereau– Genere: documentario -  Durata: 94′– Produzione: Andrew Braunsberg, Anagram Films, Luca Barbareschi, Casanova Multimedia – Montaggio: Jeffrey Pickett – Fotografia: Pawel Edelman – Musica: Alexandre Desplat