Siria. Povertà, etnie e ruolo internazionale nella crisi


Categoria: Africa, GEOGRAFIA DEI POTERI

di Pasquale Esposito

lunedì, 25 aprile 2011
La rivolta contro il regime Bashar al-Assad si estende e le forze di sicurezza rispondono con sempre maggiore durezza massacrando i manifestanti. Le giornate scorse sono state pesanti e nonostante la difficoltà delle verifiche sul campo, i giornalisti stranieri non possono uscire da Damasco, le informazioni sembrano concordare che l’ultimo fine settimana sia costato la vita a più di cento persone [1] e che fino ad ora siano oltre quattrocento le vittime della repressione.

La protesta contro il regime corre da nord a sud per il paese (Aleppo, Lattakia, Homs, Banias, Qamishli) anche se il suo focolaio più resistente sembra essere la città meridionale di Dara’a dove ancora questa mattina, secondo Le Monde, ci son stati altri morti e siano stati usati mezzi blindati.

Oramai non bastano più soluzioni di facciata come l’abolizione dello stato di emergenza in vigore dal 1963 e dei tribunali speciali, o firma di un decreto che consentirebbe di manifestare <<pacificamente>> e nemmeno le dimissioni del governo essendo il potere nelle mani del presidente. E non si sa a quanto servano iniziative come la promessa di dare a duecentomila curdi la cittadinanza visto che le proteste hanno colpito anche le città curde nell’est.

Ancora agli inizi di febbraio la situazione in Siria sembrava essere sotto controllo. Dopo le prime proteste in Tunisia ed Egitto il presidente aveva mostrato segni di apertura nei confronti delle popolazioni che andavano ascoltate perché si stava avvicinando <<una nuova epoca>> e poi al suo interno decise di aumentare i salari e di ridurre il prezzo dei beni di prima necessità. Niente però che consentisse l’avvio di riforme per una gestione democratica della cosa pubblica, per una migliore organizzazione economica e per una lotta alla corruzione.

Quindi le proteste hanno ripreso corpo con lo strascico di sangue voluto dal governo.  E a poco sono valse le accuse anche contro forze eterne additate come fautrici o fomentatrici dei disordini. Questi tentativi oltre ad indirizzarsi contro il nemico di sempre Israele hanno visto accusare anche i palestinesi <<non quelli “buoni” che “combattono contro il nemico”, bensì quelli “cattivi”, con la barba lunga: “fondamentalisti” e i “terroristi”… in un’unica parola: “Fath al-Islam”, sigla sempreverde da usare quando si vuole demonizzare il nemico o si vuole destabilizzare uno scenario>> [2].
Nemmeno l’accusa ad Israele avrebbe potuto sortire effetti a favore del regime se non ci sono risposte concrete e se come sembra <<né le proteste in Tunisia ed Egitto né quelle in Libia, Bahrain e Siria sono state caratterizzate da un esplicito connotato anti-israeliano nonostante gli sforzi da parte di qualcuno di puntare il dito in quella direzione. La gente è chiaramente più interessata al proprio futuro in questo momento >> [3]. Senza con questo voler sostenere che il ruolo e l’attività, anche militari come in Libia, delle potenze occidentali non abbiamo un ruolo nell’immediato e negli sviluppi futuri.

Tornando alle proteste, c’è stato un segnale di diversità di questi ultimi giorni ed è l’avvicinamento tra le opposizioni attraverso un comunicato unitario che chiede la fine del monopolio del partito unico Baath (l’articolo 8 della Costituzione designa il Baath come il “partito alla guida dello Stato e della società”), l’instaurazione di un sistema politico democratico e lo smantellamento degli apparati di sicurezza che dovranno essere ricondotti sotto la giurisdizione ordinaria. Non è facile vista la congerie di posizioni, informazioni, sollecitazioni  dai vari social network Youtube, Facebook, Twitter che anche qui svolgono un ruolo rilevante. E nonostante siti e profili creati dai governativi che spingono nella direzione contraria.
La povertà, le discriminazioni sociali e le sperequazioni sono, insieme alla richiesta di democrazia, la base delle motivazioni delle rivolte. L’indigenza si tocca con mano in Siria dove secondo un rapporto sulla povertà e la giustizia distributiva in Siria, preparato dalla Commissione statale per la pianificazione in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) nel 2008, la percentuale della popolazione sotto la soglia della  povertà è del 33,6% e il 12,3% sopravvive  in uno stato di estrema povertà. La situazione più drammatica si riscontra nelle campagne. I ricchi si trovano soprattutto nelle grandi città come Damasco, cuore politico e sede del potere, e Aleppo sede delle attività economiche più importanti. Rispetto all’indagine del 2008 il divario è sicuramente cresciuto anche perché il fenomeno dell’attività sommersa, favorita da  ragioni  storiche e dal quadro giuridico e  pratico, aumenta permettendo <<ai proprietari delle imprese di non registrare a proprio nome tutte le società che possiedono, e agli esportatori di non esportare i prodotti attraverso società intestate a proprio nome. A ciò si aggiunga la sovrapposizione e la mancanza di specializzazione delle attività economiche, compresa la mobilità tra l’industria, il commercio e l’agricoltura. Molti uomini d’affari tendono a gestire attività in nero per evadere le tasse ed anche per evitare di dover pagare uomini influenti che si impongono come partner e protettori degli imprenditori. Completano il quadro la corruzione, le tangenti, e la complicità di ambienti del ministero delle finanze, che favoriscono l’economia sommersa e impediscono che emerga un quadro chiaro della distribuzione della ricchezza nel paese>> [4]. Gli imprenditori sono favoriti anche dai vantaggi offerti dal governo per i progetti di investimento e così, insieme all’evasione fiscale,<<il 20% della popolazione più ricca consuma il 54% della spesa complessiva, mentre il 20% della popolazione più povera consuma appena il 7% della spesa complessiva in Siria. Se il 10% della popolazione più ricca consuma il 29,9% della spesa complessiva, il 50% dei cittadini appartenenti alle fasce più basse della popolazione non superano il 25,3% della spesa>> [5].

Se le condizioni economiche e dell’organizzazione dello Stato (dominio di un partito, potere accentrato nel rais, istituzioni asservite agli interessi della famiglia e del suo clan, oppressione poliziesca tramite apparati di sicurezza invasivi,…) sono assimilabili con gli altri paesi della primavera araba la composizione etnica e religiosa della popolazione e la collocazione internazionale fanno della Siria una realtà diversa e quindi con una maggiore indecifrabilità degli sviluppi anche relativamente alla caduta del regime e di  Bashar al-Assad.
Alcuni analisti metterebbero in guardia dal crollo del regime proprio perché il paese potrebbe trovarsi in scontri tra le diverse comunità o al contrario essere sfruttate dal governo per sfaldare l’opposizione.
Stiamo parlando di 1,3 milioni di profughi iracheni dopo l’invasione USA dell’Irak, della minoranza curda che rappresenta il 9% della popolazione, di quella armena, di quella turkmena, dei palestinesi. Il 70% sono musulmani sunniti, mentre gli alawiti (il clan degli Assad) sono sciiti e poi ci sono un 10% di cristiani in un paese dove la libertà religiosa è tutelata.
La posizione internazionale con il suo coinvolgimento diretto e indiretto nelle crisi e nei conflitti dell’area mediorientale (Iraq, Libano, Palestina) hanno un effetto immediato nella vita di tutti i giorni per cui è convinzione di alcuni analisti che <<vi sia tuttora una “maggioranza silenziosa” che, sebbene soffra delle prevaricazioni del regime, teme che un suo crollo possa importare nel paese i conflitti regionali>> [6].

Le potenze nello scacchiere non possono pensare di forzare la mano così facilmente come accaduto in Libia con una guerra inutile e dannosa e che oramai dura da settimane. Basti pensare alle pesanti contrapposizioni all’interno degli USA dove i neoconservatori vorrebbero un ruolo attivo del governo e l’amministazione Obama che frena visto il quadro mediorientale. Non dimentichiamo che le repressioni come quella del Bahrein non è stata oggetto di condanne dure e men che mai di interventi. La Siria è formalmente in guerra con Israele, ha un ruolo determinante in Libano e ha uno sponsor d’eccezione come l’Iran. Inoltre è sempre più attiva la diplomazia di Ankara che vuole essere un protagonista nell’area.

Assad nonostante gli inutili tentativi di addossare responsabilità delle rivolte all’esterno nel mondo arabo è un difensore della identità araba e delle ragioni delle sue popolazioni di fronte all’occidente che è suo nemico diversamente da molti dei dittatori dell’area del Mediterraneo. Quindi qualsiasi “appoggio” ai manifestanti o azioni punitive possono avere un effetto controproducente.
A complicare il quadro bisognerà sempre tenere conto delle posizioni del clan e delle forze di sicurezza dove una larga parte, come in tutti i paesi arabi in rivolta, si oppongono ai tentativi verso un’apertura concreta nei confronti dell’opposizione anche se queste aperture fosse disposto ad avviarle il presidente stesso.

Pasquale Esposito

[1] Molti degli articoli fanno riferimento a “Syrian Revolution” su Facebook dove si è cercato di fare la lista, nomi e cognomi, delle persone uccise
[2] Lorenzo Trombetta, “Gli infiltrati sionisti di Daraa”, http://temi.repubblica.it, 24 marzo 2011
[3] Semih Idiz, “Come accusare “elementi stranieri” se non hai niente da offrire”, www.medarabnews.com, 6 aprile 2011, traduzione dal sito Hurriyet,  del 31 marzo 2011. Nell’articolo l’autore scrive di come quella dell’ingerenza americana e israeliana sia un’opinione diffusa a vario livello in Turchia, mentre la posizione ufficiale del governo turco espressa dal ministro degli Esteri della Turchia, Ahmet Davutoğlu è che non c’è prova di ciò <<In tutti gli altri paesi – Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Bahrain e Yemen – le proteste sono sorte in modo spontaneo”.
[4] Fayez Sarah, “Il divario tra ricchi e poveri in Siria”, www.medarabnews.com, 06/04/2011, traduzione dal sito al-Safir 30/03/2011
[5] Fayez Sarah, ibidem
[6] “Perché la Siria non è l’Egitto né la Tunisia”, www.medarabnews.com, 06 aprile 2011