Somalia. Paese in fallimento


Categoria: Africa, GEOGRAFIA DEI POTERI

31 dicembre 2007

Sono trascorsi sedici anni da quando, deposto Siad Barre, la Somalia ha smesso di essere uno Stato. Un eterno conflitto al quale la comunità internazionale dall’ONU all’Unione Europea all’Unione Africana non hanno saputo porre fine [1].

E nemmeno i potenti locali e i loro clan hanno trovato punti di incontro per evitare morte e distruzione. Parlamento e Governo, Presidente e Primo ministro non hanno fatto altro che litigare senza costrutto [2].

E’ trascorso un anno da quando le truppe etiopi, ufficialmente chiamate a sostegno dal Governo provvisorio con il consenso e il supporto degli USA [2] e senza una efficace opposizione dell’UA, della Lega Araba e dell’UE ufficialmente invadevano la Somalia e riconquistavano Mogadiscio, fino a quel momento, sotto il controllo delle Corti Islamiche.

Prima dell’intervento la comunità internazionale attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU approvò la costituzione di una forza internazionale regionale per mantenere la sicurezza a Baidoa [3] (città dove risiede il Governo Federale di Transizione nato da un accordo , ndr) revocando l’embargo delle armi e, in sostanza, permettendo il riarmo delle istituzioni transitorie.

Ancora una volta invece di trattare ad oltranza coinvolgendo tutte le parti in causa si è scelta la scorciatoia dello scontro armato per sopprimere l’avversario.

Intanto continua a peggiorare la situazione umanitaria. La guerra civile e contro gli Etiopi sembra inarrestabile. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stima a circa un milione la cifra degli sfollati e di questi seicentomila da Mogadiscio <<in preda all’illegalità>>.

Alcune missioni organizzate da più agenzie ONU hanno potuto constatare la mancanza di cibo, soprattutto per bambini, medicine e ricoveri [4]. La gravità della situazione si innesta purtroppo su un Paese già tra i più poveri del mondo, dove solo il 30% ha degli abitanti ha accesso ad acqua potabile, l’87% è a rischio malaria e il 17% è affetto da malnutrizione acuta [5].

A Mogadiscio l’altro giorno è stato ucciso il portavoce del sindaco, mentre durante i combattimenti tra le forze etiopi e l’esercito del Governo provvisorio da una parte e ribelli e fazione delle Corti islamiche dall’altra muoiono civili. Le ONG subiscono attacchi e i rapimenti di una dottoressa spagnola e di un infermiera argentina ne sono un esempio senza contare le continue segnalazioni di stupri nei campi dove si ammassano gli sfollati [6].

Non sembra esserci futuro per la Somalia. Uno Stato inesistente. Si, uno Stato fallito come un’azienda. Non ci sono molti precedenti del genere. E questo può far comodo a tanti all’interno e all’esterno: il suo territorio << viene usato per svolgervi varie attività più o meno dannose. Innanzitutto è diventata la discarica mondiale dei rifiuti tossici. Basta guardare sui siti somali le foto dei bambini nati deformi a causa della radioattività e di altre sostanze pericolose>>. La situazione sembra essere quella del medioevo europeo dove chiunque riesce ad impadronirsi di qualche ricchezza forma milizie e feudo e poi tutto diventa lecito per finanziarsi <<dallo schiavismo per portare a termine la raccolta nei campi alla coltivazione di droghe, all’importazione dei soliti rifiuti tossici. Qualcuno riesce persino a battere moneta o comprarsi i soldi del Monopoli da imporre nel suo quartiere, per poi fare da “ufficio cambi” e prendersi i dollari di rimessa mandati dai somali che vivono all’estero alle loro famiglie.>> [7]

La situazione è talmente complicata che è già difficile provare a fare un punto della situazione. Figuriamoci a districarsi in una selva abbarbicata su una montagna di interessi, di poteri sedimentati da tempo, di relazioni claniche, spinte religiose e equilibri internazionali e regionali.

Una cosa è certa la Somalia non va abbandonata e soprattutto, in un tragico momento come questo, vanno sostenute tutte quelle organizzazioni sul territorio che provano a tenere in piedi istituzioni sanitarie, educative presenti in alcune comunità locali.<< Gli aiuti possono servire ad accrescere il desiderio di stabilità, mantenendo in vita ambiti di socializzazione e di incontro –scuole, centri sanitari, servizi di assistenza per l’infanzia– alternativi ai luoghi dove si manifesta il conflitto militare e sono i soli strumenti immediati che si possono “mettere in campo” per dare voce e spazio al protagonismo di pezzi di società che non vogliono rassegnarsi>> [8].

Altro passo da farsi è l’abbandono del territorio somalo delle forze armate etiopi. Si inizierebbe ad eliminare una prima e forte argomentazione dei ribelli e delle Corti islamiche. Qualche appiglio sembra esserci considerato che per alcuni osservatori politici e militari la Somalia può diventare l’Iraq dell’Etiopia [9]. Il ritiro sarebbe anche una condizione necessaria per un allargamento e un nuovo dispiegamento di forze di pace. E come effetto collaterale, questa volta nell’accezione positiva, si potrebbe riprendere ad intervenire nel pantano del Corno d’Africa dove la guerra tra Eritrea (l’Eritrea appoggia le Corti islamiche, ndr) e Etiopia è solo uno degli aspetti più inquietanti.

Il ripristino di negoziati dovrebbe avvenire su nuove basi chiamando a raccolta tutti i “rappresentanti” sul territorio e che ora si affrontano in una sanguinosa guerra civile.

La comunità internazionale deve trovare soluzioni che non prescindano dalla storia e dalle esperienze di autogoverno locale perché lo stesso Governo Federale di Transizione non ha sovranità diffusa ed efficace <<è importante quindi – e soprattutto in chiave empirica>>[10].

– riconsiderare le nuove “esperienze regionali” di state-building (come Somaliland e Puntland), non come preludio di frammentazione e di divisione dello stato in Somalia, oppure come messa in discussione del vecchio ordine costituito dall’Organizzazione per l’Unità Africana (oggi Unione Africana) nel secondo dopoguerra, ma di vantaggioso punto di partenza per provare ad imbastire un percorso di pace locale, contrapposto ai molti progetti nazionali fin qui sperimentati, ma sempre tragicamente fallimentari

L’Europa e l’Italia devono da una parte spingere affinché la riconciliazione avvenga tra tutte le parti in causa e dall’altra aiutare concretamente, con uomini e risorse finanziarie, per ripristinare la legalità e un’economia non più basata sul traffico d’armi, di materiali radioattivi. Senza dimenticare la pressione sugli USA che dovrebbe pensare a strategie dove la guerra, con le armi, al terrorismo è sempre prioritaria nella politica estera. E senza dimenticare la pressione sull’India o la Cina che forse non ha interesse a fermare il caos perché sembrerebbe funzionale ai suoi interessi economici, visti i recenti accordi con il Governo di Transizione, per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi [11].

di Pasquale Esposito

[1]Valga su tutti l’abbandono della Somalia, per fallimento, delle truppe di pace delle Nazioni Unite nel 1995 dopo circa tre anni di presenza. Alla missione partecipò anche l’Italia

[2] Martin Plaut, Ethiopia in Somalia: One year on, bbc.co.uk 28 dicembre 2007, << The US says it opposed the Ethiopian invasion, although it certainly supplied assistance to the Ethiopian military once the invasion had happened, and used its AC-130 gunships to try to kill senior Islamists on at least one occasion in January 2007.>>

[3]A Baidoa nel febbraio 2006 si trasferì il Parlamento provvisorio reso possibile dopo gli accordi in Kenya del 2004 e dopo innumerevoli tentativi, dopo la caduta di Siad Barre, di pacificare il Paese per dargli un governo centrale.

[4]Unhcr.it, Somalia: sale ad un milione il numero di sfollati, 20 novembre 2007

[5]unicef.it

[6]peacereport.it, Ucciso da una bomba portavoce del sindaco di Mogadiscio, 29 dicembre 2007; Scontri esercito-ribelli, 4 morti a Mogadiscio, 23 dicembre 2007; bbc.co.uk, Displaced in Somalia: Faduma, 14 novembre 2007

[7]carta.org, Somalia: La tempesta dopo il fulmine , 25 gennaio 2007

[8]Paolo Dieci, L’Occidente può salvare il Corno d’Africa, limes.it

[9] Martin Plaut, Ethiopia in Somalia: One year on, bbc.co.uk 28 dicembre 2007,

[10]Matteo Guglielmo, Crisi dello Stato e frammentazione in Somalia, pag.8

[11]Luca Muscari, Somalia tra bombe e petrolio, limes.it 20 luglio 2007, << Il Financial Times segnala l’esistenza di un contratto, firmato nel maggio 2006, tra il Governo Transitorio e la CNOOC, gigante petrolifero statale cinese, per la ricerca e lo sfruttamento di petrolio nel Mudug, regione meridionale dello stato semi-autonomo del Puntland, dal quale proviene l’attuale presidente Yusuf. Secondo una società australiana del settore, nella regione vi sarebbero tra i 5 e il 10 miliardi di barili l’anno. Se tali previsioni si dimostreranno vere, il 49% dei ricavi andrà alla società cinese e il 51% al Governo somalo.>>