Sudan. Ombre scure sulla separazione


Categoria: Africa, GEOGRAFIA DEI POTERI

martedì, 28 dicembre 2010

Nel 2011, con tutta probabilità, nascerà un nuovo stato in Africa. Si tratta del Sud-Sudan la cui proclamazione dovrebbe avvenire sei mesi dopo lo svolgimento del referendum del 9 gennaio prossimo.

Il Comprehensive Peace Agreement del 2005, dopo la ventennale guerra civile[1], prevedeva il referendum sull’autodeterminazione delle regioni del Sud. Le operazioni preliminari hanno consentito l’iscrizione di oltre tre milioni di elettori, circa il 96% degli aventi diritto. Se il referendum si svolgerà tutti gli osservatori e i primi sondaggi danno per certa una maggioranza schiacciante in favore della secessione dal Nord. Come ha sostenuto Joseph Lagu generale <<il prossimo anno il Sudan si spezzerà in due. L’interrogativo è: si dividerà pacificamente come la Repubblica Ceca e la Slovacchia, o seguirà l’esempio della Iugoslavia? Solo il tempo ce lo potrà dire>> [2].

E’ veramente un groviglio complicato ed esplosivo in un’area che dal 2008 ha visto peggiorare la vita di intere popolazioni con l’atroce conflitto del Darfur la regione dell’ovest del Sudan. Il Darfur è una tragedia immane che qui rappresenta un’aggravante nelle relazioni tra il Nord prevalentemente arabo e musulmano e il Sud prevalentemente africano e in maggioranza cristiano. La sua gravità ha deviato le attenzioni sul processo di pace post 2005. Il presidente Omar al-Bashir, al potere dal 1989 dopo un golpe, è stato accusato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) di crimini di guerra e contro l’umanità ai danni delle tribù non arabe in Darfur. Nel marzo 2009 su di lui pende un mandato di arresto internazionale. Un presidente delegittimato a livello internazionale può mostrarsi ancora più intransigente sia nei confronti degli interlocutori esterni che di quelli interni. E la cacciata dal Darfur delle organizzazioni umanitarie ne è la prova.

In questi sei anni successivi alla firma della pace non sono stati avviati a risoluzione una serie di temi che entro i sei mesi dal risultato del referendum dovrebbero consentire una coesistenza pacifica. I negoziati tra le parti devono riguardare: i confini, le risorse naturali, la sicurezza, la moneta, i trattati internazionali.
Le questioni sono troppe e lontane da soluzioni condivise che qualche osservatore preferirebbe uno spostamento della data del referendum: <<che utilità c’è nel fatto che il paese paghi un caro prezzo nell’accettare il referendum e la secessione, se ciò non porterà pace e stabilità>> [3].
I rischi sono enormi e gli appelli si sono moltiplicati negli ultimi mesi. Hillary Clinton, segretario di Stato americano, ha chiesto nei mesi scorsi al vice presidente sudanese Ali Osmane Taha e al presidente del Sud-Sudan, Salva Kiir, di prodigarsi per un accordo di pace e di assicurare il voto.
Ma tutta o quasi la comunità internazionale, dagli USA alla UE, spinge affinché la votazione avvenga e che avvenga alla data stabilità. Al termine della sua missione lo ha fortemente richiesto Benjamin Mkapa responsabile di una commissione dell’Onu incaricata di vigilare sulla preparazione e lo svolgimento del voto. Da oggi è iniziata la visita del segretario della Lega Araba Amr Moussa che incontrerà a Khartoum prima e a Juba gli esponenti delle due parti per verificare la situazione dei punti aperti. Sembra ci sia anche la volontà del segretario di rassicurare il Sud in caso di una sua separazione.

Il nodo dei confini ed in particolare del distretto di Abyei non è stato sciolto. Qui si sovrappongono peculiarità del Sud e del Nord in termini di territorio, di etnie e organizzazioni politiche ma non si è riusciti nemmeno ad indire un referendum per definirne il suo status. Per di più i militari stanno accentuando la loro presenza: le milizie delle tribù nomadi del Nord (i Misseriya) che migrano per l’uso dei pascoli del distretto affiancati dall’ esercito di Khartoum e quelle del Sudan People’s Liberation Army (SPLA).

La maggior parte del petrolio si trova nel Sud o in zone a cavallo dei confini contesi. E non definire il tutto significa per il Nord rinunciare dall’oggi al domani ad introiti rilevanti o in alternativa contrapporsi duramente per accaparrarsi i giacimenti nelle zone di confine contestate.

Il Sudan è attraversato da Nilo e in generale il Sud è meglio dotato per il clima di risorse idriche la cui gestione dovrebbe essere equa e condivisa. Senza voler contare che una mancata risoluzione può aggravare le tensioni presenti, a livello regionale, tra i paesi che affacciano sul fiume. Il Cairo sta ponendo molta attenzione su cosa potrà succedere con la nascita del Sud Sudan. Quest’ultimo appoggerà le richieste per lo sfruttamento delle acque del fiume, da parte di Etiopia, Uganda, Tanzania, Kenya, Ruanda, Congo e Burundi?
Altra fonte di attrito potrebbe risultare, in assenza di accordi precisi e prima della proclamazione dell’indipendenza, lo status di tutti coloro che di diversa etnia, religione o provenienza vivono dall’altra parte del confine. Si tratta dei lavoratori del Sud impiegati nelle aziende del Nord o dei milioni di nomadi del Nord che, alla ricerca di pascoli e acqua per il bestiame, vivono molti mesi nel Sud.

Mentre le accuse reciproche aumentano, quando non si passa alle vie di fatto come con l’aviazione di Khartoum che sconfina nel Sud per inseguire i ribelli del Darfur, nel Sud si muore di Kala azar una parassitosi che colpisce il fegato, la milza, i linfonodi e il midollo spinale e che mieterà molte vittime data l’indigenza delle popolazioni e per l’impossibilità, per i due terzi, di avere assistenza sanitaria [4]. In un Sud dove non esiste di fatto qualsiasi servizio pubblico avendo destinato le risorse ad armarsi. E mentre miliardi di euro sembrano stati sottratti alle finanze del Nord dal suo presidente secondo alcune rivelazioni provenienti da WikiLeaks e pubblicati dal Guardian.
di Pasquale Esposito

[1] Si tratta dell’accordo (CPA) tra il governo centrale di Khartoum e il Sud del paese che pose formalmente fine alla guerra civile che causò la morte di circa due milioni di persone e oltre quattro milioni di profughi.
Le tensioni e violenze sono anche figlie del modello amministrativo e di potere coloniale. Già nel 1956 alla fine del condominio anglo-egiziano le tensioni tra il sud africano e cristiano e il nord arabo e musulmano. �
L’accordo contemplava la nascita di un governo di unità nazionale a Khartoum e di un governo autonomo nel Sud. Allo scadere di un periodo di sei anni il Sud, attraverso un referendum, avrebbe potuto scegliere se rimanere parte del Sudan o diventare uno Stato indipendente.
[2] Il generale Joseph Lagu è stato vicepresidente e a capo dei guerriglieri Anya-Nya che hanno combattuto nella prima guerra civile del Sudan e la sua opinione è riportata da Peter Moszynski in  “Il Sudan lascerà andare il Sud pacificamente?”, www.medarabnews.com, 22 dicembre 2010 si tratta della versione in italiano di ” Will Sudan let the south go peacefully?” pubblicata sul Guardian del 13 dicembre 2010
[3] Osman Mirghani, “La bomba a orologeria del Sudan”, www.medarabnews.com, 22dicembre 2010 nella traduzione del suo articolo su  al-Sharq al-Awsat del 8 dicembre 2010,
[4] “Medici Senza Frontiere nel Sud : “L’epidemia di  Kala azar miete vittime“, www.repubblica.it, 17 dicembre 2010
[5] “WikiLeaks : Moreno-Ocampo, El-Béchir et les 9 milliards de dollars”, www.jeuneafrique.com, 18 dicembre 2010