Svuotare gli arsenali, riempire i granai. Appunti sulle spese militari


Categoria: ECONOMIA

di Pasquale Esposito

domenica, 10 giugno 2012
La crisi che sta mettendo in ginocchio molti paesi e che rischia di estendersi a dismisura viene affrontata con un cardine del pensiero neoliberista: ridurre ai  minimi termini la spesa pubblica. E le spese militari? Se ne fa una “spending review“? Subiscono tagli draconiani? La risposta è NO su tutti i fronti. È quanto si può leggere nella pubblicazione – a cura della campagna SbilanciamociEconomia a mano armata. Libro bianco sulle spese militari. Una raccolta di informazioni e analisi che aiutano, con una dose statistica di tutto rispetto, a comprendere il fenomeno e che segnala <<proposte su come ridurre la spesa militare e su come orientarla in senso sociale, riconvertendo l’industria militare e investendo nelle misure necessarie a fronteggiare la crisi, nel welfare, nell’ambiente, nel servizio civile e nella cooperazione internazionale>>.
Il libro è composto dai contributi di diversi esperti che da anni osservano e si oppongono con forza ad un sistema controllato e favorito da una casta di militari, una potente lobby economico-finanziaria e da estesi gruppi politici. Un complesso che da tempo ha preso a giustificare le guerre con interventi “umanitari” anzi le ha direttamente nominate guerre “umanitarie”, stracciando la Carta delle Nazioni Unite che all’articolo 2 comma 7 decreta che <<nessuna disposizione del presente Statuto autorizza a le Nazioni Unite a intervenire in questioni che appartengano alla competenza interna di uno Stato>>. E così dal Kosovo al recente intervento in Libia si è potuto fare la guerra per difendere o ampliare gli interessi in gioco.

Si diceva del contenuto del volume che nel suo titolo “Economia a mano armata” spiega già il taglio che lo identifica. Analisi di un sistema economico con i suoi modelli produttivi, le sue esportazioni, i suoi sprechi, le incidenze sui bilanci nazionali e su quello europeo. Non mancano alcuni casi specifici come quello della Finmeccanica o degli F35.
Proviamo a dare qualche spunto riflessione e di approfondimento su alcuni di questi temi. Intanto possiamo dire che secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), nonostante le crisi che si susseguono dal 2008, i produttori di armi hanno aumentato le loro vendite.
Nel 2011 si sono 1.740 miliardi di dollari (provate a  scriverla questa cifra) in crescita, in termini reali dello 0,3% rispetto al 2010. Alle diminuzioni registrate negli Usa, nella Ue, in America Latina e in India si riscontrano aumenti consistenti in Russia (+9,3%) e Cina (+6,7%). Il 43% della spesa è degli Stati Uniti a grande distanza troviamo la Cina che comunque spende meno dei quattro principali paese europei e cioè Regno Unito, Francia, Germania e Italia [2]. E qui sorge spontanea l’osservazione per cui se proprio dobbiamo avere eserciti e armi , nel caso dell’Italia  ci sono obblighi costituzionali per la difesa della patria, in Europa si potrebbe ridurre di un gran numero uomini, mezzi e armi se solo si volesse organizzare un modello di Difesa diverso.
La composizione numerica delle strutture militari è difficile da comprendere: <<i paesi europei nel loro complesso hanno circa 7 milioni di soldati (Stati Uniti 1 milione e mezzo), 45mila tra carri armati e mezzi di combattimento (Stati Uniti 34mila) e 3.500 aerei di combattimento (Stati Uniti 2mila). Tenuto conto delle ambiguità e anche della pericolosità di un esercito europeo slegato da un potere di controllo democratico – e oggi l’Unione Europea ha un drammatico deficit di democrazia – se si andasse verso una direzione di maggiore integrazione delle strutture di difesa europea, si potrebbe avere un risparmio complessivo di 100-150 miliardi di euro nei vari paesi, e anche in questo caso la somiglianza della cifra (130 miliardi) con quanto si è speso per l’ultimo salvataggio della Grecia (febbraio 2012) è abbastanza significativa>> [3]. Tornando all’Unione Europea, Germania, Francia, Regno Unito, Olanda, Italia, Spagna e Svezia nel loro insieme rappresentano la più alta percentuale dell’export mondiale di armamenti per un totale  di 39,5 miliardi di dollari. Secondo un rapporto del Congresso gli stati europei, ognuno per la sua strada, hanno migliorato, grazie anche al sostegno governativo, le loro posizioni diventando <<fonti alternative di armamenti per quelle nazioni che gli Stati Uniti hanno scelto, in base alle proprie politiche, di non rifornire>> [4]. Una fetta consistente dell’export finisce nei paesi del Sud  del mondo e soprattutto in quelle aree di maggiori instabilità. Tutto questo sistema oltre che alimentare tensioni e guerre tra Stati e al loro interno è anche una gigantesca fonte di corruzione con fiumi di denari che finiscono in bacini al dir poco opachi. Sempre secondo il SIPRI rappresentano il 40% circa di tutto il fenomeno della corruzione nelle transazioni ed essa stessa una delle “caratteristiche sistemiche” nel commercio delle armi per il suo legame con la cosiddetta “sicurezza nazionale” [5].

L’Italia si trova in  prima linea in questa economia di guerra come si deduce dalle cifre riportate in precedenza e nel saggio  di Massimo Paolicelli – presidente Associazione Obiettori non violenti – troviamo un quadro dettagliato della situazione per il nostro paese nel 2012 compatibilmente con la disponibilità di informazioni visto  che anche il SIPRI deve stimare i dati. Quest’anno in attesa dei tagli estivi (circa 1,4 miliardi) il Bilancio della Difesa ammonta ad oltre 21,3 miliardi di euro superiore del 3,8% rispetto al 2011. Un Bilancio spropositato e frutto anche del fallimento della riforma della leva del 2001 <<dal momento che abbiamo un numero di comandanti (graduati) superiore a quello dei comandati (truppa), un numero spropositato di 467 generali e ammiragli (543 con i carabinieri) e un numero di marescialli più che doppio rispetto al necessario. Ne risulta un organico con una età anagrafica molto avanzata e quindi poco incline all’operatività. Il paradosso emerge dalle missioni all’estero, attività ormai principale delle nostre forze armate, che impegnano circa 7.500 uomini e donne, con evidente difficoltà a rispondere positivamente all’ipotesi di mettere in campo altre missioni>> [6]. Paolicelli  ci spiega anche che per la nostra politica estera fatta fondamentalmente di missioni di peacekeeping gli investimenti in sistemi d’arma in mezzi militari potenti (costosi da produrre e mantenere) servono a poco. In più le nostre missioni avrebbe un senso sul territorio se destinassimo alla cooperazione e allo sviluppo cifre ben superiori al 1,5%. L’economia di guerra è un’occasione straordinaria per cominciare a pensare e attuare un modello di sviluppo diverso e in particolare se pensiamo alla profonda sofferenza che sta  generando la crisi e le risposte per superarla. Tra le politiche che si potrebbero adottare per restare in campo militare viene suggerita un potente riconversione della produzione del comparto militare, passando dagli aerei e dagli elicotteri da combattimento agli aerei per spegnere gli incendi e agli elicotteri per i  soccorsi  oppure dalle macchine per puntamenti a quelle per le Tac e gli esempi potrebbero continuare. Deve cambiare la politica industriale e i sistemi di incentivazione,  <<mai come in questa crisi, è valido l’adagio “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”>> [7].

Pasquale Esposito

[1] Giulio Marcon, “Crisi economica, la spesa pubblica e quella militare”, in ”Economia a mano armata. Libro bianco sulle spese militari.”, pag. 5
[2] Sergio Andreis, “Le spese militari nel mondo”, in  “Economia a mano armata…”, pag. 81
[3] Giulio Marcon, ibidem pag. 7
[4] Sergio Andreis, ibidem pag. 91
[5] Sergio Andreis, ibidem pag. 92
[6] Massimo Paolicelli, ”Le spese militari italiane nel 2012”,pag. 42
[7] Giulio Marcon, ibidem pag. 13