The Musical Box. Essere è rappresentare


Categoria: SPARTITI DI MASSA, Tracce d'artista [J-O]

venerdì, 3 febbraio 2012

Più umano dell’umano” diceva al tenente Deckard, il dottor Tyler, della Tyler Corporation, azienda produttrice dei replicanti in Blade Runner.
Le cover band, i gruppi che rifanno dal vivo i pezzi famosi delle band più note, sono un fenomeno vecchio quanto il rock, sono una scorciatoia comoda per i gestori dei locali: costano poco e vanno sul sicuro, accontentano tutti, sono una compilation live di certezze rassicuranti. Sono state palestre di grandi musicisti agli inizi della carriera (i Rolling Stones ed i Beatles per esempio erano cover band di pezzi rock’n’roll e blues prima di sviluppare linguaggi propri). In Italia le band degli anni sessanta come i Dik Dik, l’Equipe 84 o i Camaleonti rifacevano grandi successi stranieri, cantati in italiano. Con il tempo, tuttavia, si sono caratterizzate cover band esclusive di singoli gruppi, le cosidette tribute band. Ogni grande del rock ha almeno un clone in ogni nazione, ci sono ogni giorno centinaia di Wish you were here, Light my fire, Smoke on the water, Stairway to heaven, risuonate, che fluttuano per i cieli del mondo. I Pink Floyd per esempio ne hanno decine solo in Italia, di buon livello, i Genesis pure, serie e professionali con ingaggi anche all’estero. Gli U2 hanno gli Achtung Baby, attenti addirittura ad assomigliargli anche nelle fisonomie e con contatti diretti con i loro beniamini. Qualche anno fa vidi perfino una cover band dei Kiss, con tanto di costumi e make up appropriati.

Ma quella che travalica  il concetto stesso di cover/tribute band, per diventare un fenomeno unico e quasi originale, sono i Musical Box, band canadese che, come dice chiaramente il nome, è votata non solo all’interpretazione ma al vero culto dei Genesis. Un conto è rifare, più o meno bene, le canzoni del proprio gruppo preferito, un altro è votarsi completamente al propri miti e costruirsi una carriera a rivivere maniacalmente le storiche tournée degli anni settanta di quel complesso. Nei minimi particolari, con gli stessi shows riprodotti fedelmente, nelle scalette, nei vestiti e nei travestimenti di Peter Gabriel, nelle posture sul palco (il chitarrista suona seduto tutto il set come faceva Steve Hackett, con la stessa chitarra Gibson Les Paul, gli stessi pantaloni bianchi scampanati, il bassista, come Michael Rutherford, suona una chitarra/basso a doppio manico, il batterista ha i capelli lunghi e la barba o meno, come Phil Collins nei vari periodi), la stessa strumentazione vintage, le stesse scenografie e le stesse diapositive (frutto di un accordo con i Genesis, …si dice addirittura che Peter Gabriel stesso una volta abbia portato il figlio adolescente ad un concerto dei Musical Box per fargli vedere come erano da giovani, Steve Hackett e Phil Collins si sono uniti spesso al gruppo per suonare insieme)….addirittura le stesse parole usate da Gabriel  per annunciare le canzoni, un pallino che ha sempre avuto, con quel misto di idioma strampalato (un misto di inglese, francese,italiano) unito al tipico humour britannico. L’effetto è straniante, io non ho mai visto i Genesis dal vivo all’epoca, ma chi li ha visti mi ha detto che erano proprio così. Se poi ci si mette un po’ distanti, per non farsi influenzare dalle fisionomie (mica si può avere tutto dalla vita!) sembra veramente di essere nel 1974 durante il tour di Selling England by the pound o nel 1975 durante quello di The lamb lies down on Broadway.

E proprio quest’ultimo i Musical Box hanno proposto giovedì 26 gennaio all’Auditorium della Conciliazione a Roma. Teatro tutto esaurito, con tanti padri ma anche tanti figli, per uno spettacolo mitico nell’immaginario collettivo ma poco visto in Italia perché rappresentato in un’unica data al Palasport di Torino nel 1975. Spettacolo tratto dall’album più ambizioso dei Genesis con Gabriel, capolinea del loro rapporto artistico, con l’arcangelo Peter già proiettato verso altri lidi e altri orizzonti. Un lavoro complesso dal punto narrativo e compositivo, quasi una summa dell’esperienza musicale e visiva del gruppo, una storia metropolitana sulla ricerca dell’identità e sulla redenzione, ricca dei simbolismi letterari e mitologici cari alla poetica gabrieliana, con parecchi spunti che anticipavano i tempi. Col senno di poi, mi sono stupito nel vedere Peter vestito come uno dei Ramones, due anni prima che esplodesse il punk, come anche certi passaggi musicalmente avanguardistici per chi fosse abituato alle peculiari melodie genesiane. Opera che suscitò l’interesse del visionario regista messicano Alejandro Jodorowski per una versione cinematografica che purtroppo non andò mai in porto e che stranamente non fu neanche mai filmata dagli stessi Genesis, vista la grande importanza della componente visiva nel percorso artistico del gruppo.
I Musical Box, come dicevamo, ripropongono lo spettacolo per filo e per segno, stesse note e stesse parole, ma la loro attenzione sulla cura del particolare priva lo spettacolo del calore necessario per aderire completamente alla storia, come se, indossando i panni dei loro beniamini non riescano ad indossarne anche i sentimenti, privando l’opera del pathos originale.
Canzoni  memorabili come Carpet Crawlers si trascinano un po’ stancamente, laddove dovrebbero essere i picchi emotivi, se messe a confronto con l’interpretazione realmente suggestiva di Peter Gabriel.
Alla fine, comunque, tutti soddisfatti, lo spettacolo è prodotto egregiamente: i musicisti che inanellano un sold dopo l’altro, il pubblico che rivive un pezzo di storia…e i Genesis che vedono perpetuare il loro mito sui palchi di tutto il mondo e a così tanto tempo di distanza.

Mario Barricella