The River, tra Lost e Paranormal Activity


Categoria: SCHERMI, TV

mercoledì, 25 aprile 2012

È finita la prima serie (ultima?) di quella che avrebbe dovuto essere la serie evento dell’anno, The River, destinata secondo le intenzioni degli autori a riempire il buco lasciato nientemeno che da Lost.
Avvertenza: non continuate a leggere l’articolo se non volete conoscere anticipazioni sulla storia.

L’idea è di Oren Peli e Michael R. Perry, registi dei primi due Paranormal Actvity; la produzione esecutiva di Steven Spielberg, uno che non ha bisogno di presentazioni (anche se tra le Serie Tv si è macchiato con Falling Skyes e Terra Nova, di cui, chissà, un giorno parleremo); la sceneggiatura di un certo Michael Green, uno che si intende di Supereroi, fumetti e storie fantastiche.
Questo è il pedigree dello show, che in effetti già dice molto di quello che poi si sarebbe visto.

Non c’è dubbio che ci sia alla base una scelta coraggiosa, ossia quella di girare una intera serie in puro stile mockumentary, ossia uno stile che richiama un documentario o, nel caso specifico, un reality show. Il mockumentary è stato utilizzato di recente soprattutto in pellicole horror (il fenomeno è infatti esploso con The Blair Witch Project, del 1999 e tornato in auge con la serie, guarda caso, dei Paranormal Activity poi con Cloverfield e lo spagnolo Rec, a sua volta ripreso subito dopo da Quarantena), proprio per la sua capacità di creare ambiguità tra finzione/realtà con relativa suspense. Ma soprattutto ha garantito grandi successi di pubblico con costi relativamente bassi (in particolare nei già citati casi di The Blair Witch Project e Rec), ma non è questo il caso.
Gli investimenti ci sono stati. Il successo, un po’ meno.

Generalmente, il mockumentary può suscitare due reazioni (c’è anche una terza, il mal di mare, ma al momento ci interessa meno): o aumentare il distacco dallo spettatore dalla storia, come se la telecamera presente nella storia creasse un’ulteriore barriera tra programma e pubblico; o coinvolgere chi guarda direttamente nella storia, come se fosse esso stesso a tenere in mano quella telecamera. Io personalmente credo che l’effetto non dipenda tanto da come sia costruito il programma, ma dall’occhio (e dalla mente) dello spettatore, a seconda che ci si lasci coinvolgere (o voglia essere coinvolto)  nella storia.
Chi scrive si sente di appartenere al secondo tipo di spettatori (non so se definirli più ingenui o più ricettivi), ed è per questo che ha sempre apprezzato il genere, spaventandosi con The Blair Witch Project, intrigandosi con Cloverfield e rimanendo deluso con Paranormal Activity (anche se, in alcune scene, devo ammetterlo, un certo brivido l’ho sentito). Ed è per questo che ho accolto The River con entusiasmo. Entusiasmo che poi, gradualmente, è scemato.

Usare il mockumentary, come detto, è stata una scelta  molto coraggiosa: riuscire a reggere una intera serie credo che sia un’impresa titanica. Soprattutto se si gira nella giungla amazzonica (ok, è girato alle Hawaii, ma la storia è ambientata lì). Ci sono telecamere ovunque nella barca e nei vari campi che vengono allestiti e cameraman sempre pronti, ma spesso ci si trova a chiedersi chi stia filmando cosa. Poi, alcune riprese appaiono alquanto improbabili, come nelle situazioni di estremo pericolo quando uno dei cameramen riprende il gruppo frontalmente, dando presumibilmente le spalle al pericolo imminente (che potevano essere zombie, demoni o fantasmi…).
Inoltre, proprio per il fatto di avere a che fare con videocamere a circuito chiuso e cameraman professionisti, si perde l’effetto più immediato, ossia quello della famosa videocamera trovata con le riprese amatoriali di The Blair Witch Project. Proprio le riprese di tipo amatoriale danno una sensazione di realtà (e quindi di coinvolgimento), che in The River si perde.

Fin qui, però, abbiamo parlato molto dello stile e poco degli altri elementi fondamentali, come storia e personaggi, che caratterizzano una serie. Forse perché i presupposti sono poco originali, oserei anzi definirli archetipici: una persona scompare, famigliari, amici e professionisti corrono a cercarla. L’unico elemento di novità è che la missione viene finanziata da una casa di produzione, a patto di ricavarne un reality show (da qui lo stile di cui abbiamo abbondantemente parlato). La componente orrorifica c’è, e, a tratti, funziona anche (l’albero delle bambole è qualcosa di davvero inquietante), soprattutto nelle prime puntate. Poi si scopre troppo e, una volta scoperte le carte, la suspense viene meno. Come dire, se alla base del patto narrativo c’è la possibilità che tutto possa accadere, allora la voglia di sapere la soluzione dei misteri (la risposta alla mitica domanda: “come spiegheranno questo?” che ha mandato avanti Lost fino alla fine, quando in effetti molte cose non sono state spiegate) viene un po’ meno, e con quella la voglia di andare avanti.
E, alla fine, l’unica spiegazione che viene data e ripetuta “n” volte in tutta la serie, “Questo posto è pieno di magia”, non lascia soddisfatto nessuno.  In compenso, la voglia di andare avanti viene proprio dopo l’ultima scena, il  fiume che cambia, come un infame colpo di coda che cerca di rivalutare il tutto proprio in punto di morte.
La scena è obiettivamente spettacolare, anche se forse sarebbe stato meglio dare il senso di quello che stava accadendo in maniera meno esplicita. Ma, come detto, l’ambiguità non è mai stata una delle caratteristiche dello show.

Poi vengono i personaggi. Li mettiamo alla fine perché, in effetti, non sono granché. Perfino il mitico, oserei dire mitologico, Emmet Cole (Bruce Greenwood), l’uomo che tutti cercano e per cui tutti sono disposti, non si capisce bene il perché, a morire, non è che risulti particolarmente interessante. Così come non lo sono la moglie e il figlio, né gli altri comprimari. Appena un gradino sopra metterei Clark (Paul Blackthorne), che dovrebbe essere il bastardo di turno, e il misterioso Capitano Kurt (Thomas Kretschmann), talmente misterioso che neanche dopo la fine della serie (dello show?) si capisce bene quale sia il suo ruolo.
Degni di nota anche i vari cameraman abbandonati qua e là nella giungla nella prima missione del Dr Cole, mantenutisi miracolosamente in vita per chissà quanti mesi per poi morire miseramente senza aver dato alcun senso alla loro presenza. Come tasselli, messi lì per completare un mosaico, e poi scartati senza particolari approfondimenti.
E semplici tasselli sono anche le storie secondarie che si susseguono in ogni puntata, anche se finiscono per essere troppo ingombranti rispetto alla storia principale, soffocandola e lasciando una sensazione di pochi equilibrio.
In sostanza, vedremo mai una seconda serie? Al momento non è dato sapere. Il finale, come detto, apre a scenari interessanti, magari con una maggiore attenzione alla storia, alla scrittura e ai personaggi lo show potrebbe decollare, soprattutto ora che ci siamo tolti il peso della ricerca di Emmet Cole, il quale non ha neanche avuto la decenza di dare una spiegazione che sia una a chi ha rischiato la vita per salvarlo e a noi che abbiamo resistito fino in fondo nonostante le pecche e il mal di mare.
Almeno in questo, cioè nel non dare spiegazioni, The River è davvero degno erede di Lost.

Luigi Costa