The tree of life. La vita secondo Malick


Categoria: Cinema, SCHERMI

giovedì, 26 maggio 2011

Potente, filosofico, evocativo. L’albero della vita è un film che stupisce visivamente, cattura lo sguardo, ipnotizza fin dalle prime inquadrature. Dopo un incipit caratterizzato da un vero e proprio bombardamento visivo che lascia sgomenti, una sorta di iperstimolazione dei sensi che ci guida a ritroso fino all’origine della vita, Malick analizza, sminuzza, sviscera la natura umana con la meticolosità di un entomologo, mettendone a nudo le angosce e facendone emergere la fragilità: l’uomo appare come il risultato di un processo evolutivo casuale e caotico, è abbandonato a se stesso in un contesto ostile, è un animale in cui prevalgono l’istinto di sopravvivenza ed un’incontenibile indole prevaricatrice. La descrizione esistenzialistica iniziale della condizione umana è però intrisa di un profondo senso religioso che lascia spazio alla speranza. La speranza che un cammino sia possibile, un punto di approdo ci sia, che un disegno superiore sottenda a ciò che appare come mero disordine cosmico.

E proprio su questa dicotomia di fondo, abisso/speranza, visione filosofica/senso religioso – che verrà riproposta più avanti nel conflitto perenne tra le due anime che si combattono nell’uomo (“Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e la via della grazia!”) ed icasticamente rappresentata dai due genitori della famiglia americana descritta nel film (istintivo e brutale il primo, amorevole e gioiosa l’altra) –, si snoda il racconto del film, in cui il regista, dalla descrizione delle fasi evolutive della specie umana, passa al documento lucido e spietato al tempo stesso delle fasi della vita di un uomo in particolare: il suo protagonista, Jack/Sean Penn. La macchina da presa indaga allora ogni minima pulsione, ogni sensazione, ogni emozione del piccolo Jack, dalla nascita, all’infanzia felice, all’adolescenza segnata dal conflitto col padre, l’amore per la madre, la solidarietà con i fratelli.

Con una cesura temporale che dagli anni cinquanta ci riporta ai nostri giorni, il film ci fa poi ritrovare Jack, frattanto diventato adulto e potente. L’approdo finale del suo cammino, però, lo ha condotto allo smarrimento esistenziale, alla perdita di senso. La via della grazia, di cui gli era stata paventata l’esistenza da piccolo, è ora offuscata dall’avidità; l’istinto di prevaricazione trasmessogli dal padre, e prima ancora dal codice genetico eredità della specie, ha definitivamente prevalso.

La riflessione di Malick allora si allarga e non può che approdare al senso più intimo delle cose, al significato stesso della vita. E l’unica risposta possibile, l’unico appiglio rimasto, a fronte del fallimento esistenziale di Jack, sembra essere l’amore (“se non ami, la tua vita passerà in un lampo”, gli aveva detto la madre) e, con esso, i legami affettivi tra le persone (la perdita del fratello minore di Jack ed il dolore del distacco, ripreso con inesorabile verosimiglianza dalla macchina da presa del regista, sono sempre al centro della vicenda).
Le sequenze finali sono bellissime e struggenti. Il ricongiungimento ideale con gli affetti più cari di uno Sean Penn finalmente alla ricerca di se stesso, alla ricerca di quel momento di cesura, di quell’ attimo della vita di ognuno di noi in cui tutto ancora potrebbe accadere, sembra l’unico sollievo possibile. Le immagini del passaggio attraverso una porta che conduce ad una sorta di dimensione parallela, posta oltre la vita, al di là delle umane sofferenze, sono immerse in una luce intensissima, abbacinante, onirica. Poi, di nuovo la freddezza del cosmo, la piccolezza dell’uomo, l’impotenza di fronte alla natura ostile.

Il ritorno dietro la macchina da presa del forse meno prolifico e più discusso degli autori di culto per i cinefili di tutto il mondo viene salutato a Cannes con una meritata palma d’oro (nonostante i film in concorso di grandi nomi fossero stavolta davvero tanti: da Kaurismaki ai Dardenne, da Almodovar a Von Trier, senza contare i nostri Moretti e Sorrentino). Una regia inquieta, dominata da carrelli veloci e movimenti di macchina improvvisi, spettacolari inquadrature dall’alto ed immagini mozzafiato enfatizza il senso di precarietà, la costante tensione di fondo, la drammaticità del racconto. Bravissimi gli attori. Le poche apparizioni di Sean Penn sullo schermo (il cui ruolo nel film pare sia stato ridimensionato al montaggio) sono autentici cammei.

Il commento musicale è superlativo: dal “Titano” di Mahler alle fughe di Bach, dalla Quarta Sinfonia di Brahms alla Moldava di Smetana, sembra che l’intera musica classica sia stata chiamata a raccolta per dare man forte alle immagini strepitose che ci accompagnano lungo le circa due ore e venti di proiezione.
L’ultimo film di Terrence Malick appare come una sorta di grido disperato del regista, una richiesta di aiuto che accoglie in sé l’angoscia dell’intero genere umano. E’ per questo che il film colpisce; si va oltre la constatazione razionale dei contenuti, oltre la forza delle immagini. Vengono messi in gioco sentimenti più profondi, le nostre più ancestrali paure. The tree of life si può amare visceralmente o considerare il delirio di un cineasta troppo pieno di sé; ma una cosa proprio non si può fare con questo film: ignorarlo!

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film

Titolo originale: The tree of life – Genere: Drammatico – Origine/Anno: USA – 2011 – Regia: Terrence Malick – Sceneggiatura: Terrence Malick – Interpreti: Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Kari Matchett, Joanna Going, Jackson Hurst, Jennifer Sipes, Brenna Roth, Crystal Mantecon – Montaggio: Hank Corwin, Jay Rabinowitz, Daniel Rezende, Billy Weber, Mark Yoshikawa - Fotografia: Emmanuel Lubezki – Scenografia: Jack Fisk – Costumi: Jacqueline West – Musiche: Alexandre Desplat – Giudizio: 9