This must be the place, una straordinaria macchina visiva racconta la crisi di un uomo che si sente fallito


Categoria: Cinema, SCHERMI

giovedì, 20 ottobre 2011

Nei momenti di maggiore pigrizia intellettuale i cinefili intavolano discussioni sul seguente tema: al buon esito di un film concorre di più la regia o la sceneggiatura? C’è chi dice che una bella regia senza una bella sceneggiatura è operazione vuota, a volte estetizzante. C’è invece chi pensa che una bella sceneggiatura se non accompagnata da una bella regia rimane materia morta. La mia altrettanto pigra opinione è che la sceneggiatura è la materia prima, la regia ciò che la anima, ciò che dà energia a quella materia. Scomodando Aristotele, la sceneggiatura è energia in potenza trasformata dalla regia in energia in atto. Consapevole del fatto che questa discussione pigra porta in sé numerose sottotracce mi fermo qui.

Nell’ultimo film di Sorrentino la macchina visiva non può lasciare indifferenti, ma chi crede che tale impianto visivo sia stato messo a servizio di una sceneggiatura scialba, trova che la regia di Sorrentino sia una semplice operazione estetizzante. La mia opinione è che una regia può essere estetizzante anche se lavora su una sceneggiatura forte. Quella di Sorrentino in “This must be the place” è regia estetizzante o no? Estetizzante, se si parla di film, significa trovarsi di fronte ad una messa in scena che abbaglia solo da un punto di vista visivo o tecnico ma che dietro non ha niente. Ecco, per “dietro” non bisogna intendere i contenuti portati dalla sceneggiatura. Per “dietro” bisogna intendere tutto ciò che la regia riesce a fare al di là del luccichio visivo. Inoltre bisogna chiedersi se il luccichio visivo sia funzionale all’operazione complessiva. La macchina visiva di “This must be the place” compatta tutti gli elementi della pellicola facendosi portatrice di senso. Sorrentino ci racconta del fallimento della vita di un uomo. Cheyenne, il protagonista del film interpretato da Sean Penn, ritiene di essere stato un artista scarso (uno che faceva canzoni modaiole e deprimenti per ragazzini depressi). Si sente in colpa per la morte di due ragazzi che si sono suicidati anche spinti dalla sua musica. Rimpiange di non avere avuto figli. Crede di non essere mai cresciuto. Non ha stimoli ed interessi nella vita. La morale è semplice: ricchezza e successo non solo non sono tutto nella vita ma nel caso di Cheyenne diventano una prigione, una prigione che Sorrentino rappresenta sotto forma di vuoto. Nella vita quotidiana Cheyenne si aggrappa al carrello della spesa che nella seconda parte del film è sostituito da un trolley con le rotelle. Gli aspetti derivativi della morale principale sono anch’essi semplici: solo l’affetto delle persone vicine al nostro protagonista lo tengono a galla.

La maschera da cantante dark dietro la quale Cheyenne si nasconde è la testimonianza esemplare di una vita bloccata, imprigionata all’interno di una grande e lussuosa villa. Il padre che non vede da trent’anni è invece la testimonianza esemplare del fallimento della sua vita. Da quest’ultima testimonianza esemplare Sorrentino fa partire la trama del suo film che come tutti i buoni road movie diventa un viaggio esistenziale attraverso il quale Cheyenne non cerca se stesso (non c’è nulla da cercare, il fallimento è talmente chiaro ed evidente agli occhi del protagonista) ma il modo di scardinare quella prigione. Sulla prima testimonianza esemplare, invece, attraverso lo smascheramento, Sorrentino costruisce il finale del film.

La macchina visiva di Sorrentino compatta tutti questi aspetti, li tiene insieme, dà loro un senso estetico (non estetizzante), cioè dà loro la possibilità di offrirsi allo spettatore attraverso la materia filmica. Le debolezze del film sono altrove. Alcuni personaggi secondari sono caricati da un punto di vista emotivo ma poi nella sostanza sono ridotti a strumenti narrativi utili solo a raccontare il disagio del protagonista. La donna vicina di casa il cui figlio è andato via, ad esempio, oscilla tra concretezza individuale e immagine iconico-simbolica. La figlia di quest’ultima, amica di Cheyenne, mi chiedo, è un personaggio importante o no? Il cacciatore di nazisti è davvero troppo poca cosa nello sviluppo narrativo, è annunciato come una leggenda, ha un ruolo determinate nella caccia, intrapresa da Cheyenne, al nazista che ha torturato il padre in un campo di concentramento ma non appare nemmeno nella sinossi ufficiale del film. Ma il problema principale che non permette al film di dare un’identità forte, decisiva alla crisi di Cheyenne e quindi a Cheyenne stesso, è che la profondità di scrittura è lasciata troppo a battute spot-esistenziali. Battute anche molto belle ma che possono essere la conclusione di una riflessione (non per forza guidata dalle parole ma anche da situazioni narrative) e non l’ipotesi e la tesi insieme. Messe così le cose mi viene il sospetto che la scelta di un contesto narrativo che attinge alla fonte del dramma dei campi di concentramento (con tanto di diapositive shock ) sia derivata soprattutto dal potenziale emotivo che quel dramma assicura.

Tiro le somme. La macchina visiva di Sorrentino tiene insieme, compatta in modo straordinario tutto ciò che la sceneggiatura mette a disposizione che non è poco, ma è troppo poco sviluppato. Il giorno in cui (profezia critica) Sorrentino lavorerà su una sceneggiatura con snodi narrativi più originali e con un’architettura narrativa che tiene insieme, assembla personaggi principali e secondari, temi e situazioni che li veicolano, allora sarà capolavoro.

Rocco Silano

Titolo originale: This Must Be the Place - Genere: Drammatico – Origine/Anno: Italia, Francia, Irlanda – 2011 – Regia: Paolo Sorrentino Interpreti: Sean Penn, Frances McDormand, Shea Whigham, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Kerry Condon, Judd Hirsch, Tom Archdeacon,  Simon Delaney, Gordon Michaels, Robert Herrick, Tamara Frapasella, Sarab KamooSeth Adkins, David Byrne, Eve Hewson – Sceneggiatura: Paolo Sorrentino – Montaggio: Cristiano Travaglioli – Fotografia: Luca Bigazzi – Musiche: David Byrne