Tunisia. Dopo le elezioni del 23 ottobre vincerà il popolo tunisino?


Categoria: Africa, GEOGRAFIA DEI POTERI

di Pasquale Esposito

lunedì, 31 ottobre 2011
Il post-elezioni in Tunisia non è iniziato nel migliore dei modi. A Sidi Bouzid, città al centro del paese dove il giovane Bouazizi si diede fuoco per protesta incendiando così tutto il mondo arabo, è scoppiata una vera e propria rivolta con incendi, saccheggi e assalti a sedi istituzionali dopo l’annuncio dell’esclusione di sei liste di Aridha (Petizione popolare) da parte dell’Alta istanza per le elezioni (Isie) per violazione del codice elettorale. La protesta si è poi subito allargata ad altre città. A Sidi Bouzid  è stato proclamato il coprifuoco che resta tuttora in vigore a tempo indeterminato nonostante il ritorno alla normalità.


Tunisi, Centre Ville. -2 al voto. 21 ottobre 2011. Foto Max Hirzel [4]

Torniamo alle elezioni del 23 ottobre. Un grande successo se si considera la storia di questo paese ed in generale quella del mondo arabo. Hanno votato oltre il 90% degli aventi diritto e il tutto si è svolto senza anomalie sostanziali a detta dei molti osservatori internazionali presenti sul campo.

A proposito di partecipazione popolare va precisato che dei potenziali 7,5 milioni di elettori circa 4 milioni si sono registrati alle liste che secondo alcuni darebbe meno forza alla consultazione e sarebbe un indice della disaffezione di molti tunisini per i mancati cambiamenti post-rivoluzionari [1]. Infatti è di poco superiore al 70% la partecipazione totale e cioè comprensiva di coloro che non erano iscritti alle liste e si sono presentati, documenti alla mano, ai seggi.
Del resto anche negli Stati Uniti esiste il meccanismo della registrazione alla liste e vogliamo sostenere che non siamo di fronte ad un processo democratico?
Hanno partecipato ottantuno  partiti su un totale di centoundici che ne avevano chiesto l’ammissione e la campagna elettorale si svolta con rigide regole che permettevano un rigido e limitato uso della televisione e della cartellonistica. La stragrande maggioranza delle formazioni politiche non aveva nemmeno quel minimo necessario per cui la visibilità è rimasta ad appannaggio di chi, come Ennahda e Petizione popolare, aveva ingenti disponibilità finanziarie.


Tunisi, Centre Ville. Elettori controllano le liste dei candidati. 23 ottobre 20111. Foto Max Hirzel [4]

Le elezioni hanno portato, con un sistema proporzionale puro, all’elezione di un’Assemblea costituente che dovrà redigere una nuova Costituzione e dovrà nominare un governo che rimarrà in carica fino a che le nuove regole fondamentali non saranno state scritte.
Vincitore indiscusso di questa prime elezioni democratiche è stato il partito islamico Ennahda che con il suo 41,47% ha ottenuto 90 dei 217 seggi dell’Assemblea. Il Congresso per la Repubblica (CPR, sinistra nazionalista) di Moncef Marzouki ottiene 30 seggi grazie al suo 13,82%,  21 seggi vanno all’altro partito di sinistra al FDTL- Ettakatol (9,68%)  di Mustapha Ben Jafaar, 17 alla storica formazione di centro  Partito  democratico progressista (PDP, centro) di Naijb Chebbi e appena 5 al Polo democratico modernista (PDM).


Tunisi, Centre Ville. Ultimo sguardo per gli indecisi. 23 ottobre 2011. Foto Max Hirzel [4]

La vera sorpresa è Petizione popolare di Hachemi al Hamdi che con una forte campagna da Londra attraverso la tv satellitae Mostakilla di sua proprietà ha ottenuto 19 seggi nonostante le cancellazioni dovute alla sentenza dell’Isie di cui si accenna all’inizio dell’articolo.
Il leader di Petizione popolare <<ha certamente legami con il disciolto partito di Ben Ali, lo dimostrano alcuni candidati e soprattutto il capolista di Aix en Provence, escluso perché noto esponente del Rcd. A manovrare dietro le quinte più che Ben Ali sarebbe la moglie Laila, che non s’arrende alla rivoluzione. A sorprendere è però il successo registrato da questo personaggio corrotto nelle zone che hanno dato il via alla rivoluzione per la «dignità. Ma forse non è così strano: gli effetti della rivoluzione a Sidi Bouzid e Kasserine non si sono ancora visti, la delusione tra i giovani è palpabile e se Hamdi è un «venditore di sogni» e per di più è un «enfant» (figlio) di Sidi Bouzid, dove l’appartenenza clanica è ancora forte, tutto diventa più spiegabile>> [2]
I restanti seggi sono stati disseminati tra tutte le altreformazioni che difficilmente potranno incidere sul futuro politico del paese. Questa frantumazione è forse il risultato, come sostengono gli analisti Choukri Himed ed Hela Yusfi sul sito d’informazione Nawaat, dl fatto che i tunisini sono <<divisi e divesi, hanno mandato in frantumi l’unità che si era creata durante le proteste>> [3]. Va detto che il sistema proporzionale ha comunque garantito la rappresentatività necessaria in una fase di rifondazione dell’organizzazione del paese.

Già durante la campagna elettorale,quando si avvertiva il successo del partito islamista, la maggiore preoccupazione, dentro e fuori (Occidente) la Tunisia, era l’islamizzazione della nazione. La larga vittoria, anche se in assenza della maggioranza assoluta, ha accentuato queste preoccupazioni. Lo si capirà presto quanto c’è di vero non appena cominceranno a definirsi il modello organizzativo e le regole del sistema educativo nonché i primi interventi del governo relativamente al ruolo della religione.
In parte lo si capirà dalla formazione del nuovo governo. Le elezioni sono infatti utili per la nomina di un esecutivo che guiderà il paese nella prima fase del post-Ben Ali e che vedrà sicuramente come premier Hamadi Djebali segretario generale del partito. Le varie componenti di Ennahda, a partire da quella salafita su posizioni estreme circa il ruolo dell’islam, che ruolo avranno nel governo del paese? E gli altri partiti che entreranno nella necessaria coalizione riusciranno ad avere un ruolo autonomo e non da comprimari?
In questi giorni Ennhada sembra puntare ad una sorta di governo di unità nazionale ma per esempio il Pdm ha già fatto appello a tutte le forze democratiche affinché si faccia fronte comune nella difesa dei valori della rivoluzione. Anche il Partito democratico progressista sembra aver declinato l’invito.


Tunisi, Centre Ville. In coda per il voto. 23 ottobre 2011. Foto Max Hirzel [4]

Una qualche coalizione verrà fuori per il partito di maggioranza, dovendosi accreditare come forza “neutrale”, e non può e non vuole andare avanti da solo. Ghannouchi,  il leader tornato dall’esilio in Gran Bretagna, ha in varie riprese dichiarato che l’attuale codice di famiglia è compatibile con la legge islamica, che i diritti di tutte le religioni saranno rispettate, che le donne continueranno ad avere i loro diritti e che il libero mercato, coniugato con la solidarietà sociale, è condiviso dal suo partito. Ma per ora si tratta di prese di posizione verbali, si attendono i fatti per un leader come Ghannouchi ritenuto vicino ai Fratelli musulmani e per un partito che si sospetta ricevere (illegalmente) finanziamenti dai paesi del Golfo Qatar in particolare.

Intanto si è parlato e si parla poco delle altre e forse più grandi sfide della Tunisia e che i nuovi politici devono affrontare da una parte lo smantellamento del sistema di potere precedente con riforme del sistema giudiziario, del ministero dell’interno e dei servizi e dall’altra una riforma del sistema economico che consenta un netto miglioramento delle condizioni economiche e sociali della maggior parte della popolazione.
Pasquale Esposito

[1] “La Tunisia davanti alla sfida delle elezioni  e della democrazia”, www.medarabnews.com, 19 ottobre 2011
[2] Giuliana Sgrena, “Coprifuoco a Sidi Bouzid dopo una strana rivolta”, Il Manifesto, 29 ottobre 2011, pag. 9
[3] “L’incognita islamica”, L’Internazionale, 21 ottobre 2011, pag. 25
[4] blobreport.blogspot.com