Una separazione. Lo spaccato impietoso di una società arroccata sul proprio egoismo


Categoria: Cinema, SCHERMI

sabato, 22 ottobre 2011

Asciutto, lucido, amaro. “Una separazione”, vincitore dell’orso d’oro all’ultimo festival del cinema di Berlino, è un film che, partendo da una vicenda calata in un contesto locale, delinea un quadro composito ed impietoso della condizione umana.

Ciò che ne viene fuori è la rappresentazione di un tessuto sociale sfilacciato in cui un insieme di piccole crepe (il conflitto iniziale sul partire o rimanere in Iran dell’incipit del film) si allargano sempre più fino a minacciare di sfaldarne la compattezza (“Ma non avevi detto che non era una cosa seria?”, dice la figlia al padre, alludendo alla separazione del titolo, “Lo è diventata!”, risponde il padre); dove la forza della ragione è spesso impotente di fronte alle ragioni dell’amor proprio ferito, degli egoismi e delle piccole rivalse personali; dove l’incomunicabilità tra i vari personaggi della storia rende impossibile ogni mediazione, non consentendo alcuna remora alla inesorabile deriva finale (la separazione, appunto); in cui l’ingerenza del potere diventa elemento pervasivo e determinante dei destini delle vite di ognuno dei protagonisti (il giudice che decide l’arresto di un uomo privo di un garante che si offra di pagare il risarcimento della parte lesa in caso di soccombenza, la religione che guida le azioni degli individui in una società fortemente intrisa di fede e tradizione, ove ancora sopravvive un’idea di castigo divino vissuto come paura ancestrale); dove il caso da un lato ed il bisogno dall’altro danno origine ad una serie di eventi incontrollabili e ad un precipitare della situazione, in cui menzogna porta menzogna (così il padre che prima mente alla figlia, poi è costretto a lasciare che la figlia menta per evitare una sicura condanna) in un circolo vizioso che sopisce i sentimenti, allenta i legami e svuota i protagonisti della vicenda della propria umanità, inaridendoli e rendendoli sordi alle ragioni dell’altro.


Ciò che ne viene fuori è insomma lo spaccato di una società dominata da una sorta di brutalità primordiale e da un controllo totale dall’alto che se per un verso rappresenta una denuncia del sistema di potere che soffoca la stessa società iraniana (anche il marito della donna incinta, in qualche modo simbolo dello spirito conservatore dominante, è a sua volta vittima dei propri creditori e del sistema giuridico in vigore), dall’altro smaschera la natura dell’uomo, abbandonando la dimensione locale del contesto in cui la vicenda è calata per assurgere al rango di affresco universale della condizione umana.

Ma il regista, accanto al quadro sconsolato che delinea, sembra voler anche indicare una possibile via d’uscita, una strada da percorrere. Il suo racconto pare essere cioè al tempo stesso un’analisi impietosa ed un monito estremo; una sorta di ultimo avvertimento per poter ancora sperare di fermare il treno in corsa che sta inesorabilmente per deragliare. Un invito al dialogo, alla pacatezza, all’ascolto delle ragioni dell’altro, al confronto col proprio interlocutore per evitare lo stadio finale della disgregazione: la separazione che ci costringe ad una condizione di monadi arroccate sulla miseria del nostro egoismo.
Impeccabile il cast (il film è stato premiato anche con l’orso d’argento per la migliore interpretazione sia maschile che femminile). Bellissima la sequenza finale, in cui Farhadi mette in scena l’unico finale possibile!

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: Jodaeiye Nader az Simin – Genere: Drammatico – Origine/Anno: Iran/2011 – Regia: Asghar Farhadi – Interpreti: Peyman Moaadi, Leila Hatami, Shahab Hosseini, Sareh Bayat – Sceneggiatura: Asghar Farhadi – Fotografia: Mahmood Kalari, Asghar Farhadi – Montaggio: Hayedeh Safiyari