05 Scrivere

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– No! No. Ti ho detto che non lo so. Non è come credi. Ma che pensi? Che le donne si bagnino per te perché tiri di cocaina? Perchè vai in giro a fare il bullo di periferia? Ilaria te la sei scopata per le cose che dici, che scrivi… No. Non m’importa sapere altro. Sono venuta in albergo perché voglio essere lasciata in pace, concentrarmi una buona volta sulla scrittura. Senza essere tirata per la gonna… Guarda che oggi staccherò il cellulare. Sì. Sì. Ciao.
Non se ne può più. Si credono tutti in diritto di frantumarmi le ovaie. Carmela di qui, Carmela di là. Ma che se ne vadano a farsi fottere. Io voglio solo scrivere. Che quando ci riesco, è meglio di una buona scopata.

Per fortuna la stanza è accogliente. Lo scrittoio è abbastanza grande. Il letto è a due piazze. C’è una buona luce. Il lampadario è una bella imitazione di Calder, con quelle gocce rosse pendenti. Per fortuna che c’è il bricco per fare il caffè. Va bene che quello americano non è buono come un espresso.
Meglio che niente.
Sullo scrittoio metterò il computer. Ho portato il MacBook Pro. Quello con tre porte. Quello nuovo. Finalmente mi sono decisa a comprarlo. È costato duemila e seicento euro. Più di un Cartier. Forse non potevo permettermelo, ma ne valeva la pena. Non volevo vivere ancora l’angoscia, provata quella volta, in cui il computer sì è spento all’improvviso. Al momento della riaccensione, si vedeva solo l’icona di una cartella, con un punto di domanda lampeggiante. Avevo scritto tre pagine. Ho avuto paura di perderle. Per fortuna non è successo. Ma è meglio evitare altri incidenti. Questa macchina non dovrebbe impallarsi. Per qualche anno sarò a posto.
Più tardi chiamerò la reception, per fare spostare lo scrittoio sotto la finestra. Preferisco lavorare con la luce naturale.
Voglio un po’ di tranquillità.
Credono tutti che la scrittura sia questione di predisposizione, attitudine.
In realtà, come tutte le forme d’arte, la scrittura è fatta di una goccia di talento, e tanto, tanto lavoro. Un bravo scrittore è come un artigiano, che cerca di fare una buona sedia, perché la gente possa usarla, sedersi, spostarla, girarla come meglio crede. Anche ignorarla, se vuole. E una volta che ha costruito una buona e solida sedia, non gli appartiene più, appartiene agli altri, che ne faranno ciò che vorranno.
Il talento c’entra ben poco.
Si raccontano sempre le grandi passioni, i drammi, le angustie degli scrittori, che superano le avversità grazie al proprio genio. Non si racconta mai la fatica quotidiana, il lavoro spicciolo, le ore passate in solitudine a scrivere, a limare, a combattere con i propri fantasmi, a inseguire, far crescere la propria opera, i propri personaggi.
Si pensa raramente alla fatica che c’è, nel trovare ogni volta le soluzioni tecniche, ai problemi che si presentano.
Come dare ad ogni personaggio la propria voce?
Come costruire dialoghi credibili?
Come effettuare i cambi di scena?
La scrittura è un mondo al tempo imperfetto. È un mondo evocato da un narratore, che racconta i suoi figli in terza persona.
Che cosa accade se scrivo al presente?
Se scrivo in soggettiva? In prima persona?

E adesso che c’è?
Che cosa sono questi rumori?
Sembra un bambino che piange. Come strilla, e che polmoni. Deve aver fame.
Speriamo smetta presto. Non vorrei dover cambiare stanza.
Non so perché le donne quando raggiungono la mia età, comincino ad andare in sbattimento, se non hanno ancora scodellato uno o due figli. Quasi che la loro unica preoccupazione, fosse quella di perpetuarsi. Di legittimarsi attraverso una nuova vita. Quasi che non riescano a individuare altre strade, per darsi ragione della propria esistenza.
Che vada a farsi fottere la continuazione della specie. Con tutti i disastri che ha combinato… Se si estinguesse domani, non farebbe poi un cattivo servizio al pianeta.
Per fortuna ha smesso. Alla peggio avrei messo le cuffie. Quando scrivo riesco ad ascoltare musica. Quando studio no.
Al momento opportuno avrei messo su qualcosa di tranquillo, come Sacrarmonia della Ruggiero, oppure Elements di Einaudi.
Ricapitoliamo.
Il progetto sta prendendo forma. Ho già scritto quattro racconti. Saranno tutti racconti brevi che avranno come protagonista la stessa donna. Vista in epoche diverse, ad età diverse, con mestieri diversi. Ci sarà la suora, l’anoressica, la prostituta, la suicida, e altro ancora. Saranno tutte raccontate in presa diretta. In un momento particolare, e sempre all’interno di una stanza d’albergo.
Sì una stanza come questa.
Tanto che anche io, potei essere la protagonista di uno dei racconti.
Sarà un modo di confrontarsi con il femminile, con il mio femminile.
Alla fine è stato questo il progetto che si è imposto. Quasi vivesse di vita propria. Ne avevo anche altri in mente. Ma ad un certo punto il pensiero tornava ossessivamente alla protagonista di quelle storie. Quasi che lei premesse per uscire, per vivere. Così, i racconti iniziavano a scriversi da soli, le frasi, le trame, m’intimavano di uscire. Io li ho solo assecondati.
D’altronde ho perso da tempo, l’illusione che sia lo scrittore, preso dalla sua creatività a costruire e guidare i personaggi. Lo scrittore è solo un’imperfetta cassa di risonanza, di vite e storie che vogliono essere raccontate, vogliono vivere sulla pagina. I personaggi prendono per mano l’autore e lo conducono dove desiderano loro.
Quante volte ho interrotto la scrittura a notte fonda, non sapendo che cosa sarebbe successo l’indomani ai miei eroi? Risvegliandomi con la curiosità, con l’impellenza, di sapere dove mi avrebbero condotto.
Non è misticismo. Sono troppo disincantata per pensare a forze divine. Penso solo che, nell’atto creativo, si attinga a forze di cui non siamo coscienti. D’altronde è un’illusione credere che esista e sia vero, solo ciò che può essere misurato, pesato, quantificato. Esiste ed è vero anche ciò che sfugge alla riproducibilità in un laboratorio. E la poesia, l’arte, hanno la potenza sufficiente per dargli diritto di parola.
È meglio che mi faccia un caffè. Così posso mettermi alla tastiera.
Mi piace bere qualcosa di caldo mentre lavoro. Aiuta a concentrarmi.
Vediamo un po’: la brocca del caffè c’è, i filtri ci sono, il caffè e lo zucchero anche. Il bollitore sembra funzioni. Quando fischierà potrò versare l’acqua bollente sul filtro pieno di miscela. E iniziare a lavorare.
Intanto cambio l’assorbente.
Per fortuna il bagno è pulito.
Bene. Siamo solo all’inizio. Il flusso è scarso e l’assorbente non è zuppo.
Sono pratici gli assorbenti interni. Pochi gesti ed è fatta. Per fortuna non mi irritano. Se penso che Caterina non può usarli perché le danno allergia.
Mi piace guardare il sangue rosso che si scioglie nell’acqua, trattenuta dalla ceramica bianca. Oggi che ho trent’anni, quel sangue e quel bianco, mi ricordano le fotografie di Araki, il giapponese pazzo. E di quando da ragazzina, passavo le ore a contemplare lo spettacolo della mia fertilità, piena d’orgoglio. Sorridevo già allora, alle reazioni che avrebbero avuto i miei coetanei Se gli avessi detto, che il luogo che agognavano, era anche il luogo del sangue.
Ecco il bollitore sta fischiando. Ci vuole proprio un buon caffè.
Il computer è pronto, il caffè è pronto.
Adesso si tratta di iniziare. Senza dimenticare la principale virtù della scrittura: nella buona scrittura si deve togliere, eliminare il superfluo, lasciare solo l’essenziale.
È da ieri che un nuovo personaggio gioca con me, mi perseguita.
Si tratta di una giovane donna transessuale. A un certo punto dice: “la vera me”.
Non so altro.
Non so dove questo personaggio voglia portarmi. Dovrò scoprirlo.
Io sono solo l’amanuense che raccoglie voci, e le dipana al tempo imperfetto.
Gianfranco Falcone

Tratto dalla raccolta “Quarantanove volte Carmela”

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